BABY JANE

Nel film di Robert Aldrich del 1962, Che fine ha fatto BabyJane?, si narra la storia di due sorelle confinate nella stessa casa per tutta la vita a causa di un perfido imbroglio di una delle due ai danni dell’altra, che impedirà a entrambe di vivere. Sono anni che penso a quest’opera come estremamente rappresentativa di dinamiche di famiglia molto diffuse, troppo spesso taciute…  Nel cinema, la vita. Nella vita, il cinema!

Bette Davis è Baby Jane, la bambina prodigio che balla e canta. Ormai invecchiata, simulacro di se stessa, conserva l’illusione di potersi riesibire in teatro, di fronte a quel pubblico che lei crede sempre folto e in attesa del suo ritorno. Un forte senso di colpa la costringe a vivere accanto alla sorella (interpretata da Joan Crowford) inferma a causa di un incidente d’auto che pensa di averle provocato in stato di ebbrezza. La carriera rimane interrotta. Le due donne soffocano nell’ipocrisia e nell’odio, fino alla rivelazione della verità…

Poniamo ora di avere a che fare con due sorelle, in altro contesto, in cui però si sviluppa sempre una forte gelosia e la più forte e invidiosa vuole farla pagare all’altra che ha avuto quel che lei non ha potuto avere: i figli, ovverosia la capacità generatrice, l’espressività creativa!

…to be continued  …right now!

(Sta diventando impellente: raccontare, racontare, raccontare!)

Tra il secondo e il terzo decennio del secolo scorso, al numero 105 di via … furono appesi due fiocchi rosa e due azzurri. Prima rosa, poi azzurro poi ancora rosa… La bambina era debole, ma sopravvisse. I due fratellini la osservavano come fosse un coniglietto . Pare che per la mitezza della bambina, fosse da subito portata ad esempio. Che scemenza! Che errore! Fu così che i primi due si imbestialirono  contro la piccola nuova nemica e cominciarono a tramare contro di lei. Le facevano dispetti o, azione ancora più efficace, la ignoravano del tutto. La piccola era vezzeggiata dai grandi non tanto per il suo aspetto fisico che era poco più che accettabile e non prorompente come quelo della sorella, ma per la bontà. Il concetto, oggi come oggi, non è più facilmente circoscrivibile e pare caduto in disuso: chi è veramente buono? come si manifesta l’autentica bontà? non è per caso considerata piuttosto un disvalore? Il sinonimo di debolezza e coglionaggine, sottomissione o mancanza di personalità… L’antitesi della furbizia. Così la bambina cresce con il marchio della buona quando ancora la bontà era un valore e la cattiveria disdicevole, soprattutto se associata al carattere delle femmine, a cui non si poteva perdonare di essere aggressive e di avere la volontà di imporsi. Stiamo parlando di settant’anni fa, rammento. Bene. Questo è il quadro, per riassumere: la prima figlia è una capa tosta, il secondo anche ma la versione maschile desta meno preoccupazioni, sebbene poi in età adolescenziale si rivelerà incontenibile e finirà male… Il quarto che verrà rimarrà sempre il bambolotto , il più difeso. Alla terza rimane appiccicato il bollino della bontà, dote quanto mai auspicabile e desiderabile, perché rende la vita dei genitori più serena: una qualità riposante. Bisogna però vedere se non sia piuttosto frutto di un paradossale condizionamento e magari la bambina costretta al ruolo della mite e accondiscendente, aveva prerogative tali da assumere funzioni diverse nella vita e che le sono state precluse o che lei stessa si è preclusa per non aver potuto conoscere in tempo meglio se stessa, o per avervi rinunciato… La storia è antica, lo so, e reierata!  Ma, a parte i ruoli preimposti, visti mica solo tra sorelle bensì diffusi anche tra maschi, messi in antitesi se non in brutale antagonismo dai genitori su abilità e caratteristiche sportive o professionali…, il bilancio è appesantito dalla dispersione, dalla pedita di occasioni per vivere secondo la propria vera indole e attitudine. Soprattutto se, come accadde alle due sorelle della nostra storia, le femmine si predispongono al matrimonio e alla maternità, nell’ordine esposto, per tradizione, rigorosamente. Grottesca è la vicenda della prima sorella, dal carattere effervescente  che, verso i vent’anni, deve essere piazzata al miglior offerente e la famiglia, per le sue conoscenze in città, si attiva individuando alcuni buoni (per non dire ottimi) partiti, tra cui un direttore di banca , con un nome curioso… Della sorella grande, la piccola riportava sempre aneddoti pepati, come quello del fidanzamento andato in fumo con il bancario o il giallo dell’anello che fu fatto scivolare nel risvolto del pantalone di un altro potenziale marito, uno scaltro commerciante, e praticamente sottratto… Ma improvvisamente si affacciò ‘quello giusto’: un geometra precocemente incanutito , con cui si fissò troppo rapidamente data e termini del matrimonio. Lui aveva bisogno di una sistemazione per gli anziani genitori  e si fece assegnare una casa di famiglia, anzi LA casa   di famiglia, sfrattando tutti…    . Per maritare quella figlia, cosa non fu fatto, accidenti! Tutto scompaginato, l’assetto della famiglia, dal bel geometra fischiettante e strafottente , che aveva trovato l’america! Ma, i didimi del geometra e/o le ovaie della sorella non funzionano e di figli non ne escono. Il matrimonio termina, secondo la sacra legge divina, per la morte di lui, improvvisa e praticamente indolore, nel giardino, sotto un albero fiorito , in una tiepida mattina di primavera. Senza eredi.

Now I really stop here! You’ll read the second part very soon…

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