CONCORSO SOSPESO

BANDIERA ROSSA

(abito mentale)

 

di Paola Zan

 

 

“Non è accettabile… lei capisce, signor Setti…” scandì la religiosa. E il suo netto bisbigliare riempiva la stanza disadorna, insinuandosi nei più bui anfratti dove il lucido ossessivo delle mattonelle di graniglia, quelle centrali, confinava con certe incrostazioni di unto e polvere, vicino agli armadi o negli angoli negletti. In casa sua, Setti non ricordava un simile contrasto: doveva esserci qualcuno che puliva davvero con cura… già, le cognate, tutte zitelle, allenate per anni ai servizi nelle camere quando ancora l’albergo era funzionante, che correvano a piccoli passi per la casa, con secchi e stracci ritorti, sempre affaccendate, come in un formicaio. Le percepiva, seppure zelanti, come figure un po’ sgraziate, informi e incolori, prive di necessità personali, quasi. Le salutava cortesemente ogni giorno e, a suo modo le ringraziava, ma le confondeva. E quella volta che il vaso di Murano variopinto finì in cocci, non ebbe le parole per rimproverarle (rimproverare chi?). La mattina tra le sei e le otto meno un quarto era un via vai, uno spettacolo di comparse vocianti che Setti si gustava mentre in tre lunghe sorsate assumeva la sua porzione di caffellatte, troppo bollente per destare un sapore nelle papille anestetizzate, e servito in una scodella che più volte aveva messo da parte, in modo tale da significare che fosse ora di buttarla. Setti non amava dare ordini, preferiva che gli altri comprendessero l’opportunità di fare o non fare… Non amava neanche riceverne, naturalmente. Insomma, tutto filava in quella specie di “colonia penale” femminile: non poteva lamentarsi. La più grande dei figli trascinava il secondo e la terza a scuola, il piccolo restava in casa, legato al seggiolone a pasticciare sul tavolinetto per ore mentre la moglie più predisposta, ma neanche tanto, per la cucina delle sorelle, assaggiava ripetutamente il brodo con il pretesto, più per se stessa, di aggiustarlo di sale. Verso mezzogiorno, in azienda, gli arrivava il pasto approssimativamente caldo avvolto prima in carta oleosa e poi in carta gialla, o viceversa per chi lo scartasse, di solito composto da una sorta di cotoletta di pollo, alle volte piuttosto tozza e con un’impanatura giallo intenso altrettanto grossolana, altrimenti piccola, sottile, più fibrosa ma abbastanza saporita e croccante ai margini, un panino e una mela o due grani d’uva.

 

 

Si chiedeva se finalmente in casa  ci fosse un po’ di stasi, il pomeriggio. Forse sì, sapendo che le cognate si recavano altrove a dispensare la loro opera caritatevole, e non solo la domenica. Immaginava che sua moglie senza fretta eseguisse orli e ricami alla luce presso la finestra e che a una cert’ora, la maggiore venisse spedita brontolando, per commissioni o per andare in tipografia ad aiutare, casomai ce ne fosse bisogno (far pacchi, trasportare risme di carta o blocchetti di cartoncino…).

 

 

 

 

 

 

 

Pensava ai suoi libri antichi preziosi e delicati che sfogliava appena con la punta delle dita e leggeva in qua e in là, o meglio, osservava, secondo un suo criterio che mirava più all’impostazione della pagina e ai caratteri di stampa, che al testo e al suo contenuto. Pensava al lavoro e alla famiglia. Pensava ai compagni di partito e alle interminabili discussioni. Pensava agli amici perduti. Al regime sempre più soffocante, al difficile equilibrio politico in città, ai venti di guerra che soffiavano da nord.

 

 

 

Si scosse con un brivido da un freddo torpore, “…sedici febbraio*… giovedì …”, rammentò a se stesso, attratto dal calendario appeso. “D’accordo, non si preoccupi, sistemeremo tutto. Buonasera.”. Proiettò un piede fuori da quella stanza, dove anche il più banale fruscio aveva risuonato in maniera irritante e, sfilato rapidamente il corridoio, guadagnò il portone. Finalmente si riempì i polmoni dell’aria esterna. Per un istante rimase fermo, scrutò a destra e poi a sinistra. Sotto i portici, proprio nessuno passava. Il cappello tornò a coprirgli il capo, e meccanicamente si aggiustò la sciarpa dentro il cappotto spinato. Controllò anche il portamonete e il plico di carte nella tasca posteriore del pantalone. Estrasse il fazzoletto ben ripiegato da quella anteriore, per strofinarsi la punta del naso, così senza motivo, e lo associò al ferro per stirare di cui ricordava l’odore… Quel gesto lo aiutò a risolversi, e attraversò la piazza allungando di poco la strada. Avrebbe comperato una ciambella con la granella di zucchero sopra. Intanto doveva imbastire una storia da raccontare per sostenere che sarebbe stato meglio trasferire la bambina in un’altra scuola, perché lì all’Istituto l’abitino sgargiante confezionato in gran fretta il giorno prima della festa, non era stato affatto gradito. Pareva seta, una stoffa quasi nuova, praticamente perfetta. Quel tessuto rosso, in verità, era stato ricavato da una bandiera della Sezione che Setti aveva conservato, e che poi aveva deciso di sacrificare per accontentarla, perché lei desiderava tanto un vestitino da sfoggiare, come tutte le altre, nell’occasione ufficiale. Non era stata una buona idea, però… Quella convocazione urgente lo aveva strappato al lavoro, cosa davvero rara. Aveva temuto uno scontro, invece era bastato annuire con appropriato contegno, e se l’era cavata abbastanza in fretta, solo con una serie di prevedibili contumelie.

 

 

 

Svoltò e riprese la strada di casa. Il passo si fece più scanzonato. In fondo sì, era stata un’ottima idea! Fu proprio a quel crocevia che ripartì idealmente, con animo leggero ma determinato, forte del suo senso per la giustizia e per la libertà, all’attacco del vero nemico.

 

* 1939

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Una Risposta to “CONCORSO SOSPESO”

  1. famekimika Says:

    ti auguro una splendida serata e..tra una cosa e l’altra.. se ti va vieni a dare un occhio al mio negozietto virtuale (basta cliccare sul mio nick), creazioni artigianali per tutti i gusti a prezzi minimi. Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi delle mie creazioni..
    Grazie..

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