SHOAH: parlano solo gli addetti?




A chi è affidata la narrazione dei fatti? Ai testimoni diretti ancora in vita o ai loro discendenti, ai biografi, ai portavoce, agli storici.

Un passo indietro. Quando negli anni ’70 o ancora negli ultimi del decennio precedente si accennava, in ambito informale, alle persecuzioni e allo sterminio, cui aveva dato la sua adesione per vincoli di alleanza l’Italia fascista, si respirava un certo imbarazzo. Si toccava infatti il disagio di chi per non aver manifestato dissenso, si sentiva in fondo complice, in maniera indicibile, vittima della propria indifferenza. Pochi erano quelli che potevano veramente vantare di aver preso una netta posizione contro, in un clima di connivenza generale. Era la dittatura a imporlo, si potrebbe sostenere… Il regime omologava la massa (la storia si ripete con alcuni aggiustamenti), ma dopo 25 anni di revisionismo più o meno spinto anche a livello individuale, non si poteva certo far finta di essere stati degli eroi.

La mia percezione di bambina era legata alle storie ripetute con circospezione, in famiglia o dintorni. La prima girava attorno all’azione del nonno che aveva nascosto un’ebrea, tenendola a rischio della vita di tutti i famigliari, dietro un armadio in un camerino, dove mia madre le portava da mangiare e le faceva compagnia, seppure controvoglia, dal momento che la donna pare non fosse così amabile. Carattere chiuso e indisponibile. La  aiutarono a salvarsi dalla forbice razziale. Mi domando se il racconto come mi è pervenuto, non sia stato romanzato o viziato. Da cosa non è facile dire, in ogni caso il nonno meriterebbe un posto nel giardino dei giusti, questo è accertato.
Questo frammento di storia della famiglia non è mai stato sbandierato e oggi non saprei nemmeno a chi rivolgermi per saperne di più, in termini di autentica ricostruzione. Che tanto ci farebbe bene, che tanto manca.

Il secondo trancio di vita segregata a causa delle leggi razziali è connesso con il mio ricordo di un braccio. Il braccio forte del papà di una mia compagna di scuola e amica. Ultima di cinque fratelli, rosso biondina e coperta di lentiggini, abitava sul lato opposto della via. Giocavamo molto e molto bene; eravamo abili sceneggiatrici di teatri di grandioso realismo, compresa la rappresentazione di scene di guerra, infarcite di elementi carpiti più che raccolti dalla voce delle persone che l’avevano vissuta. Faceva il giardiniere e lo si vedeva lavorare nelle aiuole del quartiere. Come’ero curiosa di vedere quel numero sul braccio! Da quando l’avevo saputo 
desideravo vederlo e sentire, sentirlo parlare di quella storia terribile dei campi di prigionia, da cui molti altri non son tornati. C’era un nesso tra quel braccio e l’idea di libertà di mio nonno!
Ma non si poteva chiedere, era tabù. L’operazione del racconto era come riservata ai partigiani conclamati che presenziavano alle ricorrenze con pezzi di divisa, medaglie e stendardi. O non c’erano le parole per dirlo. Nella vita reale, di tutti, e di tutti i giorni, la convivenza tra gli uni, i partigiani antifascisti veri, gli altri, gli indifferenti aderenti passivamente al regime fascista, la massa, e i fanatici aderenti attivamente, c’era quel grave imbarazzo dovuto alla prevalente volontà di coesistere, dopo una lotta civile estenuante. Una volontà difficile e pertanto muta, zittita dalle intenzioni del cuore più che dalla ragione. Tutti incrociandosi per strada sapevano di che colore erano o erano stati. Molti ingrigendo, si sono stemperati. L’idea che chi fosse stato fascista lo volesse camuffare per convenienza era netta. L’idea che chi non avesse dato un particolare contributo alla lotta contro il nazifascismo e si titolasse di meriti inesistenti poi, era altrettanto plausibile. Il faticoso rimescolamento delle carte avvenuto in epoca di ricostruzione e di ripresa economica, è all’origine della politica confusa, approssimativa e opportunistica che contraddistingue tuttora questo paese. Molti tentativi di fare chiarezza sugli avvenimenti laceranti dell’epoca sono stati soffocati o mal condotti. Poco o molto che emerga dalle polveri, in un modo o nell’altro si diluisce in un mare di distrazioni messe ad arte sulla piazza mediatica.

Non posso tacere di occasioni mancate nella scuola per ricordare. Posso citare insegnanti che il 25 aprile si ritrovano improvvisamente smemorati, ma presi dai propri strettissimi interessi privati, genitori e nonni che il 27 gennaio preferiscono sorvolare; gli altri giorni non è nemmeno richiesto.

Se io che festeggio come l’Unità d’Italia, non i 150, ma i 50, mi ricordo di aver sentito raccontare e sento il bisogno di riaprire il capitolo, quelli che hanno 60, 70, 80, 90 anni di cosa parlano? Di calcio? Di vestiti alla moda?

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3 Risposte to “SHOAH: parlano solo gli addetti?”

  1. guerreronegro Says:

    Non sono ancora in quel range d’età che citi.
    E quindi non ti so rispondere.
    Ma posso invece dirti di cosa parlano le persone vicino a me, della mia età (40-50) o più giovani (20-30).
    Oggi a pranzo parlavano di Grande Fratello,
    parlavano del 6° amante di non so chi (mi sono fatto dire tre volte il nome, ma non sono riuscito a memorizzarlo perché non mi diceva proprio nulla anche se tutti gli altri, a parte me, sapevano chi fosse),
    parlavano di froci (non gay o omosessuali) prendendoli in giro e denigrandoli,
    assistevano interessati al servizio di Studio Aperto (uno dei TG di MediaSet) in cui si parlava di moda o di come cucinare il farro.
    Secondo me molti di loro neanche sapevano che giorno fosse oggi.

  2. iperipo3 Says:

    Questo è il tempo dell’idiozia incantata
    è il tempo della velocità cieca
    è il tempo dell’ omogeneità rassicurante
    è il tempo dello specchio santificato
    è il tempo della superficie luccicante
    è il tempo della lotta contro il tempo
    è il tempo del tempo vuoto

    Questo è il tempo del RESET liberatorio.
    Questo è il tempo della dittatura latente.
     
    Quando i vivi non conoscono il rifiuto
    allora rifiutano i morti.

  3. Nando589 Says:

    Tutti, compresi i bambini dovrebbero conoscere la storia della shoah.
    Per gridare all’infinito mai più.
    Grazie Paola.

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