PROSA DI UNA VACANZA

Il brano di Pessoa è stato letto stamattina a Radio3. Vado a memoria:

…scendendo le scalette per arrivare alla piccola spiaggia deserta delimitata da due microscopici promontori, mi distacco da me stesso per ritrovarmi….

E mi ritrovo ad un'intima distanza.

(nella foto: cala Violina, qui vicino)

dal 21° minuto, http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/PublishingBlock-d136572a-1d22-4a3a-b84a-a7e70e0fb42a.html

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Una Risposta to “PROSA DI UNA VACANZA”

  1. Gemisto Says:

    Prosa di vacanza In  questi tre giorni di vacanza, la piccola spiaggia che formava una  piccolissima baia, isolata dal mondo da due promontori in miniatura, era  il mio ritiro da me stesso. Si scendeva in spiaggia da una scala  rudimentale, che sopra iniziava con gradini in legno e a metà si  trasformava in gradini scavati nella roccia, con un corrimano di ferro  arruggnito. E, ogni volta che scendevo la vecchia scala, e soprattutto  dalla roccia in giù, uscivo dalla mia stessa esistenza, ritrovandomi. Affermano  gli occultisti, o alcuni di loro, che ci sono momenti supremi  dell'anima in cui essa ricorda, con l'emozione o con parte della  memoria, un momento, o un aspetto, o un'ombra, di una anteriore  incarnazione. E allora, siccome ritorna a un tempo che è più vicino del  suo presente, all'origine e all'inzio delle cose, in un certo senso,  vive un'infanzia e prova una liberazione. Potrei dire che, scendendo  quella scala ora poco usata, ed entrando lentamente nella piccola  spiaggia sempre deserta, utilizzavo un procedimento magico per  ritrovarmi più vicino alla mia possibile monade. Certi modi e forme  della mia vita quotidiana – rappresentanti nel mio essere invariabile da  desideri, ripugnanze, preoccupazioni – scomparivano da me come  imboscadosi dalla ronda, si cancellavano nell'ombra fino a che non si  capiva più cosa fossero, e io raggiungevo uno stato di distanza intima  in cui per me diventava dfficile ricordarmi di ieri, o riconoscere come  mio, l'essere che ogni giorno è vivo dentro di me. Le mie emozioni di  sempre, le mie abitudini regolarmente irregolari, le mie conversazioni  con gli altri, il mio adattamento alla sruttura sociale del mondo –  tutto ciò mi sembravano cose dette da qualche parte, pagine inerti di  una biografia stampata, particolari di un romanzo qualsiasi in quei  capitoli di passaggio che leggiamo pensando ad altro, e il filo della  narrazione si allenta fino ad ondggiare sul pavimento. Allora, sulla  spiaggia rumorosa a causa delle onde (o del vento che passava alto,  come un grande aereo inesistente), mi immergevo in un nuovo tipo di  sogni: cose informi e soavi, meraviglie di profonda impressione, senza  immagini, senza emozioni, limpide come il cielo e l'acqua, e risuonanti,  come spirali che si stramano dal mare che si ingrossa dal profono di  una grande verità; cose tremule di un azzurro obliquo in lontananza,  verdeggianti all'arrivo con trasparenze di altrettanti toni verde-sporco  e, una volta infrante, stridendo, le mille braccia sfatte e distese  sulla sabbia scura e sulla schiuma non più spumeggiante, riunendo in sè  tutte le risacche, il ritorno alla libertà originaria, le nostalgie  divine, i ricordi, come questo che, privo di forma, non mi dava dolore,  di uno stato anteriore, o felicie perchè buono o per un'altra ragione;  un corpo di nostalgia con l'anima di schiuma, il riposo, la morte, il  tutto o il nulla che circnda come un grande mare l'sola di naufrahi che è  la nostra vita. E io dormivo senza avere sonno, già distolto da  quello che sentivo, crepuscolo di me stesso, rumore d'acqua tra gli  alberi, calma dei grandi fiumi, fresco dei pomeriggi tristi, lento  respiro del petto bianco dal sonno infantile della contemplazione.

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