DECRESCITA SERENA E ABBONDANZA FRUGALE

Abbondanza frugale. Di cosa parliamo quando parliamo di felicità? Desiderare quel che non si ha è alla base del meccanismo di induzione ai consumi e genera frustrazione. Bisogna risalire alla metà del ‘700 per trovare le origini del pensiero economico che fa coincidere il benessere statistico con il “ben avere”. Temi che si ripropongono oggi con grande urgenza e che richiedono l’elaborazione di nuovi codici e regole. L’anticipazione di un intervento a Pordenonelegge di Serge Latouche, il manifesto, pp. 11-12.

v. anche  http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=34598

Sono anni che predichiamo. Dematerializziamo i consumi. Consumare meno e meglio significa produrre meno e meglio, usare meno risorse materiali, smettere di depredare la natura, smettere di sottrarre suolo all’agricoltura. La preoccupazione è il fatturato? Il modello di crescita che abbiamo seguito è inequivocabilmente superato, per non dire fallimentare. Non ci resta che rimediare. Attività legate alla bonifica, alla tutela e valorizzazione dell’ambiente aspettano pianificazione, investimenti e sviluppo di professionalità. L’arte, l’industria dello spettacolo, l’artigianato, il turismo lento e consapevole anche. Il tempo dedicato alla cultura delle relazioni è più prezioso.

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Una Risposta to “DECRESCITA SERENA E ABBONDANZA FRUGALE”

  1. carlo Says:

    Conosco Latouche. So che a livello teorico le sue tesi sono condivisibilissime. Ma c’è un problema che scorgo: senza una rivoluzione culturale di massa queste idee non si imporranno mai. Non avranno mai la forza per fare invertire la corsa a questo treno impazzito che è l’economia capitalistica, oggi finanziarizzata.
    Quel che voglio dire è che deve entrare in gioco un fattore imprevisto e imprevedibile che è la coscienza civile dei cittadini.
    .
    Senza una rivoluzione di mentalità e di abitudini, senza una convinzione di base, una determinazione a lottare per avere un futuro diverso, senza lotta contro gli schemi di comportamento imposti dalla macchina pubblicitaria non se ne esce da questo vicolo cieco.
    Inquineremo ancora per decenni, fabbricheremo ancora scorie radioattive, consumeremo ancora altre centinaia di chilometri quadrati di suolo che potremmo destinare alla produzione agricola e al mantenimento delle biodiversità
    Perchè il profitto a tutti i costi lo esige perchè esistono imprenditori disposti a tutto e mafie ben determinate a non perdere i loro vantiaggi di posizione. Ciò che serve è un ripensamento generale delle priorità. Voglio proporne una di queste questioni fondamentali:
    Lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare?
    Ha senso lavorare più giorni la settimana, più settimane annue più anni su una intera vita per ottenere un livello di benessere sempre inferiore?
    Come è possibile pensare di produrre sempre più auto in un mondo dove sta terminando il petrolio e dove le strade, le piazze i parcheggi fisicamente sono sempre più pieni e impediscono una viabilità men che meno accettabile?
    E soprattutto perchè nessuno fa di queste domande la base per programmi politici di cambiamento della realtà esistente?

    Perchè pensare che le cose debbano stancamente seguitare secondo binari di inerzia, di pigrizia mentale, di abitudinarietà?
    l’uomo sul pianeta è UNA VARIABILE DIPENDENTE.
    Può esserci e potrebbe ben presto non esserci più
    Non è necessario nè indispensabile
    Il genere umano si è nelle diverse epoche adattato alle condizioni ambientali e storiche, escogitando ogni volta un salto tecnologico, uno scarto rispetto allo status quo. (il fuoco , la ruota, la pastorizia, l’agricoltura, la scrittura, oggi la Rete). Ma ora solo con un salto culturale avremo qualche possibilità di garantirci la sopravvivenza.

    Proseguire a depauperare il pianeta al ritmo forzato imposto da Capitalismo porta soltanto all’estinzione di tutte le forma di vita e in primo luogo al suicidio del genere umano. Per questo mi sento anticapitalista: non per una posizione ideologica ma perchè il Capitalismo è contro la legge naturale. E’ disarmonia e sperequazione e soprattutto è distruzione. Altro che la favoletta della crescita all’infinito!

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