SIMBOLI E RETAGGI

PKK

ti falcio e ti martello! (l’uomo è un animale simbolico)

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3 Risposte to “SIMBOLI E RETAGGI”

  1. transit Says:

    Il potere materialista dell’ombra.
    E delle gambe in marcia nemmeno l’ombra.
    Ombra su ombra si staglia il mondo delle ombre.

    L’uomo è l’ombra di se stesso.
    Ne è segretamente cosciente; e, tace, nell’ombra.
    Certo, l’ombra ha fatta strada. Nel marcio il paese marcio,

    l’ombra è viva. Opulenta. Amicale. Danarosa. E, sarcastica:
    persino coraggiosa, molto. Si veste e si riveste e poi parte.
    L’ombra che ammalia, dispensa, ti colma con briciole di potere.

    L’elenco dei bisogni e delle necessità:

    La base.
    E i mattoni.
    Le stanze dei bambini.

    La cucina abitabile
    La sacra famiglia disunita, ma impareggiabile.
    I mezzi di trasporto costosi, ma per le masse delle periferie.

    La scuola, tu, il primo della classe.
    I vestiti, le scarpe e l’ombrello.
    Centodieci e lode, senza colpo ferire.

    L’amore, la bulimia, l’anoressia.
    Il lavoro, la carriera, sgomitare, scavalcare.
    Vada a farsi fottere la critica allo stato delle cose presenti.

    (ma tu ‘o tieni ll’urdemo aiphone e ‘e sorde e tieni ‘e sorde assai?)

    Devi passare ‘nu guaio niro, ma niro comm’a cchè.
    Ah, non dimenticare di andare a messa, confessarti e pregare.
    Le ombre non vivono di solo pane, companatico e un bianchetto.

  2. ClaudioG Says:

    Svendita simboli.
    Si ricicla
    si rimpiazza
    si evolve.
    Si vende tutto
    disposti a tutto
    Neppure la dignità
    è risparmiata.
    Si liquida si smantella.
    Tutto sottocosto.
    Per noi è un declino
    per i giovani
    il futuro.

    Felce e Mirtillo
    nuovi simboli ecologici.
    E vai con la moda!

  3. Transit Says:

    l’altra mattina
    ero lì
    vicino all’albero
    che bevevo il caffè
    mi sono scoperto
    che senza vedere
    guardavo

    Prima Parte

    La vita è tutta intorno.
    Spunta da tutte le parti come il vento come il grano come l’aria. Ed è logico che faccia ammuina, la vita. E per quanto tu o chicchessia volete tenerla a freno o stutarla un po’, giusto per riposare o fare due conti, ricaricarti e goderla di più, la vita tiene l’arteteca; sboccia come i fiori in primavera o le nuvole gonfie e cariche nei mesi delle piogge, frenetica scorre, scorre come un fiume in piena.

    ho visto i bambini nel tempo slabbrato da tutte le parti,
    perciò finito in uno spazio largo e lungo senza orizzonte.
    bambini privi di coniugazione dei verbi il tempo a scalare.

    I bambini sono la vita che non si ferma mai. I bambini sono come gli uccelli e le foglie, sono attaccati agli alberi e non ne vogliono sapere di andare via, almeno finché vivono.
    Perché si sa che certi bambini, più di altri, anche loro attaccatissimi ai rami e alle radici degli alberi legatissimi ai rami e alle radici degli alberi, muoiono come quelle mosche che spesso volano intorno ai loro occhi, bocca e labbra.

    Certi bambini hanno sete e a loro è negata anche l’acqua. Sappiamo che le mosche hanno sempre interesse a ronzare attorno e sopra e dentro i loro corpi indifesi come tutti i cuccioli della terra.
    Questi bambini pagano con la loro vita; la vita che deve andare così come se fosse stata scritta in un libro importante che nessuno può cambiare né riscrivere. Ci sono libri in quantità industriale che l’industria sforna ogni giorno, ma ci sono libri che mai nessuno di questi bambini scriverà, nemmeno quello che ce l’ha fatta a non morire di sete di fame di miseria e povertà. Soltanto i bambini però potranno scrivere di quel libro in cui gli adulti hanno dimenticato il dolore, la privazione e la sofferenza che quasi sempre alimenterà l’odio e ancor più indifferenza.

    Io sono il fratello di uno di questi bambini. I miei fratelli piccoli sono morti tutti. Solo il ricordo li tiene in vita. Io sono uno di quelli, e ho anche un nome, che ha capito come fare a non morire. Io odio la morte, a me la morte mi fa schifo. Io vivo insieme alla morte, ma non ho paura di lei. Odio e schifo la morte. Anzi, proprio per questo, ogni giorno e ogni ora, sfido la morte.

    Ho usato le mie lacrime, la malinconia del mare e quella delle lande desolate, i miei occhi sorridenti e in certi momenti lo sguardo intenso da rasentare la condizione surreale delle macerie umane. E anche il mio sorriso superstite, l’agonia dei giorni a seguire e la mia voglia di giocare.

    Giocavo, piangevo e mangiavo.

    E senza saperlo ho imparato la guerra nel prendermi più di chiunque altro bambino quel poco che arrivava dalla nostra terra e l’altrui benevole carità.

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