PRETE PENTITO, ANZI NO

Sorpresa. Diverse persone mi hanno cercato su FB negli ultimi 12 mesi, ma il sistema le aveva archiviate in una casella separata e segreta, indicandomele solo ora, alla fine dell’anno, e suggerendomi il modo per trasferirle a quella principale, allo scopo di riabilitarle.
Così ho fatto con tre di queste: P., G.L. D.R. della provincia di Bologna e Matteo, il poeta romagnolo. La prima mi dice che potrebbero essere passati 15 anni dall’ultima volta che ci vedemmo e chiede conferma della mia identità attraverso due conoscenze comuni, la seconda indaga per sapere se sono la stessa che aveva conosciuto in un campeggio del meridione 30 anni fa, la terza dichiara di aver visitato con me, se sono io davvero, il cimitero monumentale a Milano tra i 15 e i 20 anni fa e di considerarlo una pietra miliare nella sua modesta esistenza.
Questa triplice sorpresa ha cambiato qualcosa nella mia vita (sarà il condizionamento che subisco dalla lettura de La vita nuova di Pamuk…). Ha confermato più che altro che dal passato arrivano dei segnali: l’Ingegnere, il Campeggio, la Poesia. Una professione, un luogo di aggregazione, una modalità di espressione. Tra le mille suggestioni che i tre personaggi potevano darmi, queste sono le prioritarie. I tre compiono una scelta (marginale!) che li accomuna: quella di cercarmi. Perché cercano qualcosa di se stessi attraverso di me, e che sperano che io possa rivelare loro: l’ingegnere mi suggerisce l’idea di una vita dedicata al lavoro, corredata di affetti prudenti e tutto sommato moderata. Il compagno delle vacanze in campeggio, all’epoca eravamo entrambi molto giovani, mi trasmette un senso di realtà un po’ più perigliosa, fatta, oltreché di lavoro, di figli con cui gioire ma anche di cui preoccuparsi, di matrimoni instabili e di aspettative in qualche modo deluse, di cadute e riprese a ciclo continuo. Il poeta ha tuttora un forte slancio ideale e le parole sono sempre al suo servizio, lui le padroneggia e le fa volteggiare leggere nell’aria, tanto che captarle è ancora un vero piacere. Il ritrovarsi non lascia indifferenti.

Per strada c’è verità. Un essere dolente, sbronzo e ciarliero, alla fermata del tram in Coni Zugna, davanti alla farmacia, o alla banca, la sera dopo le otto, quando la maggior parte del mondo si è già ritirata in casa, racconta con una rabbia lamentosa, di aver scassato la bici in un incidente, ché sennò lui mica lo prende il tram, lo supera con la bici. Insomma o qualcuno lo ha fatto cadere, o era talmente fuso che si è sbilanciato e ha fatto tutto da sè, rischiando solo di finire peggio. Lussemburgo. Cita il Lussemburgo come il suo paese. Nel senso che da italiano con le tasche colme, è lì che puoi riparare se vuoi salvarti dal fisco. Una foto sul display del telefono con due bambini in un carrozzino da trasporto con la bici potrebbe essere l’indizio della presenza di una famiglia, ma è confuso e parla di una moglie morta cinque anni fa mentre la bambina, chiedo, ha due anni. Anche le ipotesi sono due o forse tre: la bambina aveva due anni nella foto ma ora ne ha almeno cinque se la donna di cui parlava ne è anche la madre, oppure la madre della bambina è un’altra e la morta è la prima moglie e madre del ragazzino più grande, oppure son balle. La verità rimane nello stato di alterazione, nell’ubriachezza del personaggio, nel delirio che mescola realtà e immaginazione, nel fallimento che si fa alone attorno al corpo, spesso e infeltrito come un abito che non si può togliere. La verità del disagio si traduce nel bisogno di raccontarlo camuffandolo un po’, in un giochetto aberrante e grottesco in cui l’autopromozione si intreccia con l’impostura. Fosse rimasto zitto al suo posto, con il suo mezzo bicchiere di Guinness nascosto nella tasca interna del cappotto che invece fa emergere come dal cilindro del prestigiatore, sarebbe passato totalmente inosservato, col suo aspetto di cane bastonato, come tanti.

A proposito, una bella bastonata al parroco di quella località vicina a Lerici, quasi quasi, visto che mi trovo a passare di lì, gliela vado a dare, e con gusto. Avrei alcune domande da porgli innanzitutto, per torturarlo un po’, prima dell’esecuzione:

1. che ne pensi di quel tuo collega che trent’anni fa consigliò alla madre di una ragazzina di 12 di tagliarle i capelli perché troppo provocanti? Cosa consiglieresti tu alla donna di oggi che dice di non aver mai perdonato sua madre per aver permesso che le fosse fatta una tale violenza?
2. che violenze hai subito da bambino?
3. com’erano i tuoi genitori? Che violenze hanno subìto loro? E le tue sorelle, le tue cugine?
4. perché ti sei fatto prete?
5. immagna di sottoporti a una psicanalisi coatta: quali domande o quali indagini non vorresti mai ti fossero fatte? Quali invece gradiresti?
6. in cosa credi veramente?
7. alla luce dell’intervista del gr1 durante la quale dài del frocio al giornalista, spiega bene il valore che dài alle parole, e perché appartengono al tuo vocabolario spontaneo.
8. ti dimetti o no? Perché, veramente?

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9 Risposte to “PRETE PENTITO, ANZI NO”

  1. fantasiedirealta Says:

    io aggiungerei un’altra domanda: per i tuoi colleghi anche i bambini provocano?

  2. Matteo Piraccini Says:

    Ehilà, vacci piano col poeta che torna dal passato…potrebbe essere un bluff! Non il passato, ma il poeta… E’ un’etichetta, se di etichetta si tratta, che non riesco più a indossare da molto tempo. Hai presente quando si dice «se tornassi indietro rifarei tutto quello che ho fatto?» Ecco, io se tornassi indietro farei tutto il contrario di quello che ho fatto. Sinceramente, spontaneamente, pienamente. Questo è il verdetto della mia attuale “coscienza”. Buon pro ci faccia, in ogni caso, il motto cioraniano: «Esistere sarebbe un’impresa assolutamente impraticabile, se smettessimo di dare importanza a ciò che non ne ha.» Molti preti dovrebbero essere obbligati a impararlo a memoria, per snocciolarlo a dovere durante le messe della domenica…Mat

  3. Matteo Says:

    Ps. La domanda supplementare postata in commento da Fantasiedirealtà possa essere incorniciata pro ardua sentenza dei posteri: con smalto dorato fluorescente, possa vedersi anche al buio, perché qualcuno, poi, non trovi scuse, del tipo «ops, pardon, non avevo capito la domanda…»…

  4. Gian Luca Says:

    Paola mi hai lasciato senza parole, hai colto molto meglio di quanto potessi descriverti la mia realtà presente e passata…sono sorpreso e anche un po’ sinceramente imbarazzato dalla qualità del tuo scritto, l’ho letto d’un fiato e poi riletto…infine ho pensato un po’ se (e dove) risponderti, qui sul tuo blog mi sembra piu’ giusto…anche se meno privato.
    Mi è sembrato di cogliere nell’accenno del nostro lontano incontro e del brevissimo scambio di messaggi, una tenerezza probabilmente dovuta al tanto tempo trascorso, al ricordo di una vacanza che fu (per me almeno!) indimenticabile anche se troppo breve (ci credi che ancora oggi non mi sembra vero di essere tornato per lavorare in uno zuccherificio per il resto dell’estate e tutto a pochi giorni dalla maturità, ma soprattutto lasciando gli amici e la persona a cui ho associato per 30 anni quella vacanza….sarà per quel motivo che ricordavo il tuo nome?).
    La mente umana è davvero incredibile e, come dici tu, nei momenti piu’ difficili si tende a rifugiare nel passato, i bei ricordi, magari accantonati, acquistano valore…., ma questo è effettivamente molto lontano, quasi una vita fa, però il tuo nome continua a “suonarmi” bene……non so perché e qualcos’altro riaffiora..forse per colpa (merito) del tuo occhio qui sopra….

  5. Asenath Says:

    Questi poveri preti, così vilipesi da voialtri atei maledetti! Infondo sono umani anche loro, no?

  6. Matteo Says:

    «Leggendo e rileggendo l’enciclica di Monsignor Battistozzi (fantasiosissimo nome inventato da me, ovviamente, ndr), che per ben oliare i meccanismi del sistema di potere del quale è solerte e affaccendato servo, gratuitamente dà degli assassini a N persone sulla base di teoremi politico-papali in grado di stuprare persino una verità che indossi mutandine di ghisa, ho avuto la conferma, teorica e pratica, della fondatezza di un mio personalissimo sospetto: la democrazia italiana è l’unico aborto sul quale gli antiabortisti cattolici sono disposti a chiudere un occhio.» (dalla mia controenciclica dal titolo «sCLERO»). Gloria a te o Paola…

  7. paolazan Says:

    alcune suggestioni sugli interventi di oggi. innanzitutto non si può certo dire che i preti siano poveri! ad essere vilipeso è quanto meno il buon senso. e continuiamo a sperare che gli umani ‘ispirati da DIO’ si elevino, invece che abbassarsi così… e che chi li vuole difendere trovi argomentazioni vere, senza insultare gratuitamente e banalmente

    rileggiamo Etica senza fede, ché fa bene a tutti! poi faccio un appello: chi mi trova il nome e la circostanza (sei mesi fa all’incirca) in cui un alto prelato parlava dell’importante contributo alla vita sociale degli atei praticanti in contrapposizione all’insignificanza dei cosiddetti cattolici non praticanti? mirabile, e raro, esempio di apertura

  8. Matteo Says:

    Ah perché, il “poveri preti” non era una battuta ironica…? No, non mi dire così… :-(((

  9. paolazan Says:

    Perché questo livore? Invito tutti alla pace, alla comprensione reciproca, al dialogo. So di un homeless che riceve sulla panchina un prete che periodicamente si rivolge proprio a lui per confessare tutte le sue angosce. Questa è la prova che la solidarietà è la modalità vincente. Alleniamoci all’empatia, allo scambio autentico e saremo persone migliori!

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