MEZZE ARANCE E UNA SUORA

Una vecchietta tremolante si avvicina al banco della frutta in disarmo, sono le 13.44 in Vespri Siciliani, il mercato sgombera per le due. Ci sono sei mezze arance avanzate dalla mostra. Lei le indica con la punta del naso, le mani inguantate in lana consumata su un carrello vuoto, e chiede con voce debole se le può avere.

Giù per Caravaggio c’è, oltre alla clinica del famigerato medico gambizzato, un istituto religioso imponente. Sfilando tra la ciclabile e il marciapiedi, ci sbilanciamo entrambe e ci sfioriamo. Mi volto per dare un segno alla suora in corto color coloniale e calze bianche. Scusi! facciamo all’unisono. Poi le dico: l’ho spaventata (la bici silenziosa talvolta sopraggiunge da dietro inaspettatamente), mi spiace! No, no, fa lei con voce potente, e emana luce da una faccia aperta anche senza sorrisi eccessivi.

Donne.

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4 Risposte to “MEZZE ARANCE E UNA SUORA”

  1. Secessionista Says:

    Curiosa la scelta dei tag. Io avrei aggiunto anche “dignitosa miseria”…

  2. paolazan Says:

    oh, meno male che qualcuno se ne accorge, e lo dice! entro solo nel merito del tag che non avrei voluto avere tra i miei già codificati: donne decise e maschie. dovrei rivedere quando come e perché lo ideai e lo introdussi la prima volta… ma non ne ho voglia. probabilmente avevo associato la categoria della decisione a quella del maschio per ironizzare, e solo così mi sento salva! confermo pienamente gli altri tag, e preferenzialmente l’ultimo.

  3. Transit Says:

    In ordine cronologico ricordo due suore in particolare. Ma le arance non c’erano in entrambe le conoscenze. Invece un arancia mi fu data come regalo da … abbiate un po’ di pazienza … tutto a tempo debito.

    Ero militare, precisamente al CAR(centro addestramento reclute:la leva una volta era di massa, adesso invece il nostro esercito è composto solo di professionisti)e pesce di cannuccia con il mondo in generale, la vita e le donne. Come in tutto le cose, bisogna fare addestramento, comprese gli incidenti, le ferite, le capocciate e le cadute e gli addii.

    L’adolescenza come tutti sanno tiene la bocca di latte.

    Erano trascorsi quasi due mesi, prima di spedirmi al reggimento, con una parentesi di qualche giorno per accertamenti nell’ospedale militare di Bari. Ebbene c’era una suora bassa, grassa e tracagnotta. Era burbera e dai modi spicci e duri. Aveva persino i baffi. E poteva essere il classico sergente di ferro. I baffi li aveva fuori ma il sergente, cioè la disciplina militare, l’aveva dentro.
    Comunque in quell’ospedale, almeno le reclute e militari di grado inferiore, avevano paura di lei, me compreso.

    Intanto, di lì a poche settimana la mia presunta e possibile ma ipotetica ragazza(si chiamava Anastasia e aveva il culo più tuosto e bello di tutto il quartiere;gli altri amici e conoscenti mi invidiavano e parlavano di un grande acquisto, per usare una metafora da calciomercato;c’era soltanto sua sorella che poteva tenerle testa a proposito di forme mandolinesche, ma probabilmente era il marchio di produzione quando la loro mamma donna Vincenza e il marito don Mario il pittore, cioè l’imbianchino, decisero di accoppiarsi a qualche anno di distanza)con cui ero in buona trattativa, nel senso che stavamo per fidanzarci, ma poichè ero appunto un pesce di cannuccia usai scherzosamente una parola che lei ritenne offensiva e addio Anastaisa e il suo favoloso mandolino doc, dop e marchi di fabbrica.

    Avevo trent’anni e lavoravo in ospedale. In quello stesso ospedale in cui, quando io avevo quattro anni, mio padre era un paziente e di anni ne aveva cinquanta in più; verso le cinque di mattina, senza mamma o la presenza di qualche figlio/a, colto da una crisi respiratoria, morì.

    C’era un una parte di storia personale in quel luogo. Lì era stato versato il sangue di mio padre: non avevamo telefono e la distanza, aspettando e usando il bus, allungava il tempo per poterlo vedere e stargli accanto.

    Ormai quell’episodio era lontano e il tempo forse esiste solo per incollare e sotterrare i pezzi di ogni storia.

    Un giorno ero impegnato in un reparto e venne da me una suora, qualche collega le aveva fatto il mio nome, dato che ero uno che si interessava di movimento e di posti di lavoro e dell’andamento di altre questioni.

    – Lei è il Signor … – disse la suora che vedevo per la prima volta e di cui non conoscevo il nome.
    – E lei, madre, come si chiama? –
    – Suor Paola –
    Le strinsi la mano. Era esile e timida. Pensai a mio padre. Chissà, forse l’aveva conosciuto e assistito.
    – Volevo chiederle … una preghiera … –
    Ero quanto turbato. Una suora che mi pregava per qualcosa.
    – Dica, cosa posso fare … –
    – Ho un nipote che attualmente non lavora. Se lei potesse fare qualcosa per fargli fare il corso per … –
    – Madre, innanzitutto, se vuole, mi dia del tu. Vorrei tanto fare qualcosa per suo nipote, ma non ho questo potere. Se noi, me compreso siamo qui, è perché non abbiamo chiesto a qualche notabile e a non vogliamo chiedere a nessun mammasantissima di darci un posto di lavoro. E non solo il lavoro. E se abbiamo ottenuto qualcosa è solo attraverso la lotta. Ecco, le posso indicare semmai qualche comitato di disoccupati organizzati in cui iscriversi. Nessuno ti da niente e non ci rivolgiamo a nessun santo né in terra né in cielo. – e le sorrisi, perché lei di santi ne aveva una carriola.

    L’arancio mi fu dato sul muretto con le inferriate fuori all’ospedale dei Pellgrini a Montesanto. Mamma mi disse: – Lui è don Pasquale – Era la prima volta che lo vedevo. Mamma mi disse che don Pasquale andava al mercato della frutta ad aiutare un fruttivendolo del quartiere. E quando se ne tornava aveva sempre qualche frutto nelle tasche del cappotto o del giaccone. Mi carezzo la testa, sorrise e disse: – Tieni questo arancia è per te. –
    Anche lui aveva le rughe, gli anni e la testa pelata come le avrebbe avuto mio padre fosse ancora vivo. Non lo rividi mai più. Mi fece tenerezza e malinconia. Avrei forse voluto abbracciarlo come se fosse stato mio padre. Ma no era mio padre. Forse anche lui si senti solo; forse pianse e forse morì solo come mio padre. Forse solo mentre scrivo ho capito che quell’arancio mi fu dato con la fatica e con cuore. Forse lui era mio padre: il secondo; almeno, forse, così mi dicono le lacrime che piango l’adulto che sono adesso di quand’ero ancora ‘nu criaturo.

    Ca nun vulevo ji(andare)’a scola. Sosora mia Tellina d’o Mar’, nun appena m’accumpagnava, saglienno ‘e scalinate, sunava ‘a campanella; ma doppo ‘nu poco ca essa se n’era iuta, io facevo ‘e scale a quatto a quatto, comme si dint’e sacche d’o cazone culore cucozza, tenevo a neve ca ‘o sango vullente d’e cosce sciuglieva.

    Traduzione dell’ultima parte in dialetto:

    Ero ancora un bambino che non voleva andare a scuola. Mia sorella Tellina di Mare, non appena mi accompagnava, salendo le scale, suonava la campanella; ma dopo un po’ che lei era andata via, io facevo le scale a quattro a quattro, come se nelle tasche d’o cazone color arancione, tenessi la neve che il sangue bollente delle cosce scioglieva.

  4. paolazan Says:

    Io propongo sempre gemellaggi. Qui sarà tra Bonassola e Sorrento. Perché in entrambe le località ho nella mia vita rubato un’arancia dall’albero di un giardino magnetico, almeno una volta. Gemellaggio e confessione allo stesso tempo. Suoraaaaaaaaaaaaaaaa

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