IL CAPPOTTO E GLI OCCHIALI

Quelle giacche piumino tutte apparentemente uguali che si vedono in giro, mi inquietano. Nero o marron scuro, che noiosa uniformità ci assedia! Voglio un bel cappottino di lana!! Agli accessori divertenti ho già pensato: oggi ho comprato un paio di occhiali speciali.

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5 Risposte to “IL CAPPOTTO E GLI OCCHIALI”

  1. elipiccottero Says:

    A luglio in Portogallo avevo visto un bellissimo cappotto di lana, artigianale, rosso. L’ho rivisto all’Artigiano in fiera, l’ho comprato, per rendermi conto che quando lo indosso in luoghi affollati, fatta eccezione per qualche bambino (compresa la mia) sono decisamente l’unica macchia di colore.

  2. paolazan Says:

    Eli, organizziamo un flash mob colorato?

  3. elipiccottero Says:

    Potrebbe essere arduo… Ricordo che per farmi trovare davanti al Duomo, da una persona che non mi aveva mai vista di persona, usai proprio lo stratagemma del cappotto rosso. Non ci mise nulla…

  4. Chiara Says:

    Il mio cappotto é giallo zucca. Peccato che quando lo indosso le persone che incontro per strada mi rivolgono la parola in francese!
    Ne ho un altro…bianco, candido.. Con quello mi parlano in italiano, ma molti mi danno della sofisticata! Credo di essere nero fobica …
    Ma sopratutto allergica alle divise!

  5. Transit Says:

    I pantaloni, cioè ‘e cazune culor cucozza d’o guaglione

    Quand’ero piccolo il giallo zucca per me e tutti i guaglincielli di vico Lepre ai Ventaglieri a Montesanto, era ‘o culore cucozza.

    Una domenica mattina, mi lavai per ultimo nella bagnarola in cui si erano lavati mamma, quattro fratelli e cinque sorelle, che stava appesa al muro e tenuta da un crocco gruosso accussì e che prendevamo solo nel giorno di festa. Nel settimo tutta la gente andava a messa per festeggiare la domenica come il giorno di festa. Nella mia famiglia nessuno andava a messa la domenica e negli altri giorni d’a semmana. Tutti sanno che il settimo juorno d’a semmana è festa. io non sapevo perché la mia famiglia non andava in chiesa né sapevo perché il settimo giorno era festa.

    Per me e la mia famiglia un giorno di festa era quando ci si lavava uno dopo l’altro nella bagnarola e che tenevamo sopra il cesso per non togliere altro spazio all’unica stanza della nostra casa. Questo non capitava sempre di domenica. CAPITAVA DI FARE FESTA SE I MIEI FRATELLI PORTAVANO AL SABATO LA PAGA d’a semmana. Io fin da piccolo non riuscivo a dire termini come: mio, mia e nostra e nemmeno casa: mi veniva sempre l’allergia. Non solo starnutivo, ma i miei occhi diventavano due palle come quelli di un rospo. Una bambina che teneva la puzza sotto al naso disse:

    – Sei il principe trasformato in rospo? –
    – E tu scema perché sci-sci e scè-scè ti tieni la puzza- le risposi.

    A lei, la sera prima di dormire, la famiglia, le leggeva le favole. A me mazzate, coppol’e cazz’ e niente piatto in tavola. Al posto dei piatti tenevamo i plattò delle auto e come tavola una ballerina:la imprestavamo alla famiglia Sgueglia del basso dirimpetto.

    Colomba Mammazezzella, cioè mamma mia, teneva questo soprannome perché quando partoriva e partoriva assai, teneva sempre le zizze piene e le altre femmine del vicolo,che non tenevano nè il latte e nè gli occhi per piangere, le chiedevano di far zucare alle sue zizze anche dai loro criaturi, pallidi e secchi; allora mamma non resisteva e diceva: – Si, c’o dongo ‘o latte –

    Il pantalone, cioè ‘o cazone color cucozza, comprato un sabato, in un negozio nello stretto della Pignasecca all’inizio di Spaccanapoli, Colomba Mammazezzella disse:

    – Domanica è dummeneca. Ti lavi dint’a bagnarola e ti ‘ngegni con i vestiti lavati e stirati del giorno di festa. Esci, ti do cento lire e ti compri una pizza margherita e poi vai al cinema Mazzini che ci stà Zorro contro i ricchi; accussì, sia la gente del vicolo e sia i tuoi cumpagni possano vedere come sei bello, fresco e profumato. M’arraccumanno, però, non devi giocare a pallone e nemmeno sporcarti. E nun te scurdà che l’aggio pagato cinquciento lire stù cazone color cucozza.-

    Invece di andare al cinema Mazzini, che Zorro già l’avevo visto cinque volte, tutto alliccato e ammartenato, e tirandomela, con indosso ‘o cazone culor cucozza, me andai all’oratorio salesiano.

    Sia nell’ingresso e sia attraverso l’ampio e lungo corridoio, in penombra, perché la mattina non accendeva i neon posti in alto, chiunque incontrassi ci scambiavamo il saluto tranquillamente.Ma,appena varcai salii i quattro gradini che davano sul cortile sia quelli che stavano disputando una delle partite della domenica mattina e sia quelli assiepati attorno al campo, non appena entrai nel cortile, iniziarono a guardarmi e a ridere e a fare battute e a sfottermi. l’unico che mi fece i complimenti fu Franco Martino, che sceglieva i suoi vestiti a Resina di Ercolano tra le balle di abbigliamento che venivano niete meno che dagli Stati Uniti d’America.

    Tutto inquartato, alzai i tacchi e subito me ne andai. era la prima volta che avevo indossato un pantalone nuovo anche se di colore cocozza. Ed era stato quel colore sgargiante a farmi prendere in giro. E mentre andavo a caso caddi e mi sporcai ‘o cazone cucozza. Quando arrivai mamma prima fece la faccia brutta, poi disse: – Nun te preoccupà, adesso lo lavo e così tra un paio d’ore è già asciugato. –

    Ancora arrabbiato, mi ero addormentato. E quando mi svegliai, Mammazezzella, stupita e col pantalone in mano disse: – Guagliò, a mamma toja, guarda come si è combinato stù cazone: si è arritirato tutto quanto. E’ divintato ‘o cazone di Cicciobello –

    Il cazone, sia prima che dopo, normale e arritirato, mi stava ‘ntussecanno la vita mia. A quel punto, lo tagliai e lo buttai fuori di casa, casa poi. Ma se un giorno, alto nel cielo, vedete volare ‘o culore cucozza, quello, è ‘o cazone mille pezzi d’o guaglione.

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