OMAGGIO DI ZAN A MERZ, NEL SEGNO DELL’IGLOO

L'ULTIMO IGLOO DI PAOLA ZAN

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Una Risposta to “OMAGGIO DI ZAN A MERZ, NEL SEGNO DELL’IGLOO”

  1. franco Says:

    L’ultimo degli igloo ovvero Il tabernacolo dell’acqua, a cuore aperto è anche un omaggio alle opere di Mario Merz, molte delle quali hanno come oggetto e titolo l’igloo.
    Trovo l’istallazione di Paola Zan in mezzo al verde dell’erba alta con una distesa a perdita d’occhio di soffioni di tarassaco, e quando il vento o la siccità oppure l’inaugurazione del 9 maggio li avranno dispersi e fatti mancare, voglio immaginare che è come se avessero voluto portare nel mondo la notizia di esso.
    Si tratta di una cupola in tondino di ferro a forma di igloo con doppia apertura – l’entrata e l’uscita – nella cui superficie all’esterno sono scudi di ferro e placche di rame e di ottone, griglie di alluminio a lisca di pesce o a pettine, tra l’alto e il basso come in una giostra e nello stesso tempo simboli di tastiere da pianoforte. Ma la forte metafora che vi ha voluto indicare l’autrice è soprattutto il richiamo alla funzionalità del Depuratore che, attraverso parti metalliche a scala dritta o a spirale, trattiene i rifiuti solidi galleggianti nelle acque reflue in depurazione ove – brodo di coltura – imperversano microrganismi con le loro ciglia che battono ritmicamente per convogliare il cibo al citostoma, ed è questa la funzione delle cellule quali essi sono, sicché l’igloo nella sua unicità sia anche metafora del principio dell’unitarietà della vita stessa, dipendente da nutrienti ed energia, nei cicli e ricicli tipici della natura.
    Dall’alto penetrano l’igloo tubi di metallo variopinti: canaline e grondaie di latta colorata, a indicare la raccolta dell’acqua che vi giunga cadendo dentro un più piccolo igloo di ferro appeso alla sommità della cupola, e capovolto rispetto all’igloo più grande, a significare un paiolo, che ha dentro un oggetto di ferro battuto con il compito metaforico del bastone che vi rimesti una polenta; infine tra l’erba nello spazio sottostante al paiolo immagino un imminente parallelepipedo tutto rosso a indicare il fuoco.

    Intorno all’istallazione sono stati piantati numerosi alberelli da frutto e da fiori. E come l’opera è in fieri da mesi e per mesi, con i colori in aumento, sarà così il suo contorno agricolo in trasformazione per crescita.

    Nella parte più alta della cupola sono “ciuffi” di tondino – stilizzanti un Cuore Aperto, il titolo precursore della stessa installazione per l’originaria disposizione delle essenze – variamente colorati e indirizzati, proporzionali alla struttura, come antenne a spargerne la poesia, e ciò al posto di una imitazione del lucernario delle cattedrali. Sicché si possa dire, dato quel che arriva al Depuratore, che siano vicine rappresentate – come accadono nel mondo il brutto e il bello – chiaviche e cattedrali.

    L’autrice, infine, come una fanciulla, portando con sé una fortissima carica del vivere, fa scoppiare i colori come fuochi d’artificio, trasmette gioia in chi osserva la sua opera e nell’opera stessa. Ma fra questi “spari” non vi è forse anche una qualche ribellione?

    (da appunti presi durante una conversazione con Paola Zan il 16 aprile 2015 visitando Depurart Lab Gallery)

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