MORTO UMBERTO, SE NE FA UN ALTRO!

Le polemiche sulla trattazione giornalistica del lutto per la scomparsa di Eco di queste ore sono una possibile (o addirittura prevedibile, irrinunciabile) risposta alla provocazione che lui stesso, il Pensatore dei nostri giorni, amava fare, senza stupirsene più…

Un anno fa lo incontrai davanti al Piccolo, aveva il bastone per camminare più speditamente. Professore! lo chiamai, e si volse un po’ turbato. Ho sempre avuto l’impressione che Eco fosse un veggente. Sapeva che gli stava per essere rivolta una domanda scomoda: e Angelo? ci pensa alla sua fine ogni tanto?

Bene, domani pomeriggio andrò al Castello per la celebrazione. Con un cartello: lo devo studiare bene. Ma so già come compilarlo…

Angelo studiava Fisica ed era uditore fisso al DAMS. Angelo conosceva la Scapharca inequivalvis e la problematica della sua invasione del Mediterraneo eutrofico. Angelo si interessava di Semiologia. Parliamo degli anni ’80. I primissimi anni ’80, con gli omicidi irrisolti del DAMS.

Passano gli anni e i mesi, e se li conti anche i minuti.

Nuove generazioni si affacciano.

Una nuova testa pensante elabora un testo per le OLIMPIADI DI FILOSOFIA: eccolo, qui di seguito.

 

«Se percepiamo più facilmente l’idea nell’opera d’arte che nella contemplazione diretta della natura e della realtà, ciò si deve al fatto che l’artista, il quale non si fissa che nell’idea e non volge più l’occhio alla realtà, riproduce anche nell’opera d’arte unicamente l’idea pura, distaccata dalla realtà e libera da tutte le contingenze che potrebbero turbarla. L’artista ci fa contemplare il mondo con gli occhi suoi. Possedere una tale capacità visiva, riconoscere l’essenza delle cose al di fuori di ogni relazione, è il dono innato del genio; essere capace di comunicare questo dono e la suddetta capacità di osservazione, è il lato acquisito e tecnico dell’arte.»          

(Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione)

 

Riflessione sulle tesi di Schopenhauer riguardo all’arte.

 

Come accade quando ci si confronta con ogni filosofo, anche davanti alle considerazioni di Schopenhauer sulle dinamiche e sui significati della produzione artistica, è opportuno insospettirsi.

Inoltre va chiarito che giudicare i meccanismi della creatività delineati da Schopenhauer è compito più proprio di un artista che di uno studioso del pensiero filosofico: il primo, infatti, si sente profondamente  chiamato in causa, oltre a essere pratico di questo tormentato mestiere.

L’arte, per sua natura, è un processo non comprensibile a posteriori; le strade percorse dalla creazione di un’opera vanno seguite in itinere per poterne trarre considerazioni generali di tipo filosofico. Rapportarsi con un’opera finita, visitare gallerie, frequentare concerti o luoghi di spessore architettonico, sono atti che lasciano spazio solo a una scoperta della nostra sensibilità individuale, della nostra profondità di osservatore; e se si è così acuti da possedere conoscenze tecniche e storiche su ciò che i nostri occhi osservano, il ruolo di spettatore permette anche di pronunciare commenti di carattere stilistico e culturale riguardo all’opera.

Schopenhauer tuttavia non è il primo filosofo che arditamente si cimenta a scoprire l’idea essenziale della creazione artistica e del rapporto circolare tra la realtà, l’autore, la sua opera e lo spettatore a cui è destinata; il funzionamento di questi processi può toccare un livello di mistero simile a qualsiasi dubbio cosmogonico.

Nell’ottica di Schopenhauer, l’artista – con il fondamentale requisito della genialità – ha il compito di aiutare lo spettatore a estraniarsi dalla realtà. Questa evasione dal piano della contingenza del reale, che  vuole giungere al piano dell’essenzialità ideale, sarebbe frutto dell’eliminazione di tutte le interferenze prodotte sulla nostra sensibilità dalle nostre rappresentazioni quotidiane, intese in senso schopenhaueriano come le  sensazioni e  le percezioni in cui  l’individuo vive la sua realtà più normale. La contemplazione dell’opera di un genio è quindi un momento catartico, un’estasi che ci strappa via per qualche istante dalla forza maligna che metafisicamente comanda i nostri atti.

Occorre  soffermarsi sull’insistenza con cui il filosofo inneggia all’allontanamento dalle relazioni con il reale, dalle “contingenze”, a cui l’opera deve essere sottoposta affinché l’idea pura del suo soggetto possa trasparire liberamente e con efficacia. Qualcosa non quadra.

Operando un’approfondita scansione di tutti i momenti artistici della storia dell’uomo, fino a Schopenhauer e oltre, non è così semplice rilevare empiricamente la comunicazione di un’idea pura. In molti hanno tentato questa comunicazione, alcuni hanno addirittura avuto successo nel tentativo, ad esempio gli espressionisti, che in ogni caso Schopenhauer, uomo sfortunato, non ebbe il piacere di conoscere. Nella logica espressionista, infatti, l’artista coglie nella realtà un’idea, che nella sua testa di fine osservatore si modella con sorprendente originalità, e trasferisce questa idea sulla tela limitando i contatti che l’idea ha con la normale prospettiva  di osservazione del reale. Ci sono poi le Avanguardie, l’arte contemporanea, l’astrattismo e il postmoderno, tutti comunque eredi del pensiero espressionista, che approfondiscono la ricerca di un isolamento dell’idea nella creazione dell’opera.

Per quanto riguarda la musica, la si può definire il trionfo del relativismo delle idee percepite, sia che sia un componimento strumentale sia che sia implicato il canto, forma alternativa di poesia, lungi dal sintetizzare l’idea del messaggio. Inoltre  in ambito musicale la fisica gioca un ruolo ancora più pesante nella ricezione del messaggio, poiché questo è composto di vibrazioni e frequenze, così da ridurre  il campo d’azione della psiche, ora soprattutto destinataria di sensazioni corporali.

La domanda è se ci si può riuscire veramente; se è possibile rendere pura l’idea, se l’artista geniale è davvero capace di concentrare l’essenza ideale di un soggetto reale nell’opera, per poi lasciare lo spettatore in uno stato di  nudità estatica davanti a essa. Secondo Schopenhauer, l’arte o la si fa così, o non la si fa proprio. Dissentire dal filosofo è facile ma non lo è altrettanto rispondere alla domanda.

I sommi critici ed esperti dell’arte in tutti i suoi campi potranno denunciare quei casi in cui l’idea pura di qualcosa è stata veramente rappresentata sotto forma artistica. A loro parere, chiaramente.

Per seguire una strategia diversa, è necessario riflettere sul valore delle “contingenze”, delle “relazioni” con la realtà. Se, diversamente da Schopenhauer, non si crede nella necessità della loro eliminazione, si lascia un più ampio respiro alla validità delle forme di espressione artistica; d’altra parte senza questa ossigenazione l’arte stessa tende a soffocare.

Il perno su cui ruota il cambiamento di prospettiva è la concezione dell’arte come luogo di domande invece che come luogo di risposte. Massima espressione di ciò è il teatro: un luogo, appunto, dal quale lo spettatore esce angosciato o divertito dai dubbi che rispettivamente la tragedia e la commedia sollevano nell’animo.

L’evento della contemplazione estetica è stretto da Schopenhauer in un cappio vincolante: per il filosofo essa è liberazione, elevazione a uno stato d’animo più libero e spensierato, soddisfazione nel cogliere l’essenza di un aspetto della natura, in un certo senso, glorioso autocompiacimento per la liberazione dalle catene meschine della realtà.

Ci accorgiamo, invece, che spesso l’opera d’arte, con il suo messaggio, appesantisce lo spettatore. Lo provoca, lo stimola, lo illumina, lo fa sognare, gli delega delle riflessioni, lo insulta. Questo  infame e necessario compito è proprio dell’arte se questa è intesa come mezzo per mettere in risalto i legami tra i soggetti reali e le idee che questi portano, al fine di rendere più chiare e profonde queste idee, obbiettivo difficilmente conseguibile se al contrario si cerca di isolare l’idea dal contesto. L’artista è geniale perché si accorge di questi legami: in questo consiste la sua particolare capacità visiva. Nella sua contemplazione diretta della natura e della realtà egli vede i legami con le idee e tenta di comunicarli, conscio di doversi confrontare con la relatività delle percezioni altrui. E’ vero quindi che l’artista aiuta gli altri, o meglio, ci prova.

Il processo così inteso non nega la possibilità di un momento catartico per lo spettatore durante il rapporto con l’opera: la creazione del dubbio, della domanda, dell’angoscia, di una coscienza ironica, è senza dubbio un passo avanti verso un chiarimento della propria interiorità per l’individuo, una spinta per la fuga dalla torbida mancanza di stimoli. Purificazione.

U.N.

 

 

 

 

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3 Risposte to “MORTO UMBERTO, SE NE FA UN ALTRO!”

  1. paolazan Says:

    A noi atei piace ricordare che siamo i prediletti! Moni Ovadia lo ha raccontato molto bene, e con il solito vezzo.

  2. paolazan Says:

    Ricevo in privato da Franco Paone e copincollo, con il sospetto (fondato) che il fine recensore, nonché editor e sommo dietrologo non abbia capito che il blog è mio e non dell’Umberto (…):

    E’ una quasi perfetta spiegazione dell’opera d’arte perché sia tale. La perfezione è nell’opera d’arte se è tale. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. E un filosofo non può che trarne le ragioni, come uno psicologo le intenzioni. Le ragioni spiegano; le intenzioni fanno apparire l’autore una effimera farfalla.
    Ammenocché chi scrive “su” abbia scritto un capolavoro, tale da non dipendere più dall’argomento prefissato.
    Ecco che ogni lettore che ne tragga godimento e conclusioni, i quali, che siano trasmessi o no ad altri, sostituiscono con la loro presenza nella lettura perfino un Umberto lettore dopo la sua probabile fine terrena.
    Così vive l’opera d’arte oltre la fine dell’autore, e perfino con interpretazioni mai passate per la mente dell’autore.
    Ma Umberto affermando “morto un Umberto se ne fa un altro” aggiunge il concetto di “serialità” dell’opera stessa attraverso i suoi lettori.

    Questo è il pezzullo su Umberto: te lo mando anche per e-mail perché, una volta postato nei commenti, non sono sicuro che attraverso la mia non-scienza elettronica vi rimanga.

  3. Giampy Shila Ed Ernesto Says:

    A me piace molto René Magritte, il quale sosteneva di utilizzare la pittura per rendere visibile il pensiero. Oltre non sono in grado di andare su questo argomento.

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