STARNONE RAJA E PAPERO ROSSO

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OGGETTI O NOMI?

Anni fa in un importante show room della zona Tortona, Vittorio Sgarbi presentava una mostra di elaborazioni fotografiche in cui non compariva né il vero nome dell’autore/autrice né uno pseudonimo come normalmente si intende (un nome e un cognome plausibili), bensì PAPERO ROSSO, a sottolineare la totale rimozione della personalità dell’artista dall’operazione di art exhibition stessa. Prsonalità che volutamente si annulla in favore dell’OGGETTO che lo/la rappresenta.

Tra i serio e il faceto, mi candidai subito come potenziale PAPERA ROSSA.

Curiosi intrecci e convergenze: seguivo le orme di Starnone (allora nel novero degli scrittori sul foglio satirico CUORE) come aspirante cronista dal mondo della scuola, e alcuni miei articoli erano stati pubblicati su PAGINA APERTA (1995-96).  Il giornale finì sul tavolo del dirigente e il fatto mi procurò alcune noie per averci messo la firma autentica. Con uno pseudonimo misterioso mi sarei certamente parata da tutti gli inconvenienti, almeno nell’immediato; lo dimostra il caso di Elena Ferrante che si è protetta per anni dall’indiscrezione e si è costruita quatta quatta una fortuna. Fatte le debite proporzioni, naturalmente!

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Una Risposta to “STARNONE RAJA E PAPERO ROSSO”

  1. Daniela Dente Says:

    Sul fenomeno del branding e delle sue ripercussioni sulle dinamiche sociali (del Lavoro), Critici autorevoli, Giornalisti e Pubblicitari, hanno raccontato, come sono cambiate le strategie del mercato, in questi ultimi decenni. Oggi non conta più la qualità di un prodotto il cui logo, ne faceva una distinzione di qualità, nell’uso dei materiali, nel numero limitato dei capi ecc. … oggi spendendo molto nel settore promozionale si deve scendere con i costi su altri fronti, quindi a penalizzare è la qualità, la manodopera ecc. . Il logo quindi diventa l’oggetto del desiderio, il Logo “è”, e non il prodotto su cui è stampato. Nell’Arte dove il prodotto “è” l’oggetto: il quadro, la scultura ecc. subiscono la stessa metrica. Più un artista è noto, più fa notizia, più spende per il suo branding ecc. più ha visibilità, come di recente, in una presentazione a una vernice Sgarbi diceva: ci sono artisti talentuosi e sconosciuti e non vendono, personaggi senza talento che sono molto conosciuti e vendono, ecc. … parole che molti secoli fa usò Michelangelo in un tribunale a difesa dell’imputato Caravaggio, dove descriveva esattamente con un lessico differente, la differenza che c’è tra i vari mestieranti nel campo dell’arte, e il saper distinguere i “valent’uomini” (cioè artisti capaci e talentuosi, da personaggi che san solo scopiazzare e senza talento). Negli U.S.A. la pubblicità dal 1990 ha fatto il suo ingresso nelle scuole e università degli Stati Uniti, la scusa per entrare non è dovuta alla disattenzione, del corpo docenti o dei genitori, ma dalla mancanza di fondi alle scuole, così molti istituti si sono trovati costretti ad accettare contratti con multinazionali che in svariati modi condizionano dall’infanzia all’università e dall’alimentazione, alle materie di studio, al vestiario ecc. la vita quotidiana delle nuove generazioni. Sempre più spesso alcune scuole assomigliano più a dei centri commerciali che a dei centri di cultura, come la scuola dovrebbe essere. Cambiando la cultura dell’utente, i modi di osservare, di analizzare, i significati cambiano. L’arte è considerata come un prodotto, come merce che in quanto tale rientra nelle logiche del mercato, a questo degrado culturale si aggiungono i vari danni che gli stessi operatori hanno causato.E’ del 2001 la più grande truffa che abbia mai coinvolto l’intero mondo artistico, collezionisti, musei, case d’asta, è a Stoccolma che si è scoperto che Hulten ex direttore di un importante museo, un personaggio tra i più accreditati a livello Internazionale, aveva falsificato e venduto ben centodieci “Brillo Boxes” di Andy Warhol: una beffa da diversi milioni di euro. Oggi il valore dell’oggetto è zero. L’episodio ha un grande clamore mediatico – Hulten era considerato un intoccabile santone della critica (l’autore dei falsi: un artigiano svedese). Nell’arte contemporanea, il delegare ad altri è diventata prassi comune e l’artista si limita sostanzialmente a sovrintendere un progetto, non è più possibile stabilire con dati scientifici se si tratta di vero o patacca. per concludere, ricordiamo che nell’ultimo ventennio ad aggiudicarsi cifre impressionanti alle aste sono state proprio le opere di artisti che notoriamente si circondano di una schiera di collaboratori e personale specializzato per realizzarle. … esempi: Damien Hirst, le cui istallazioni con animali in formaldeide, create dai suoi assistenti, lo hanno fatto diventare una star. Quando poi l’artista inglese nel 2009 ha presentato alla Wallace Colletion di Londra una serie di tele dipinte di suo pugno, i critici non si sono risparmiati, arrivando a dargli dello studente d’arte del primo anno. …

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