EXECUTIVE IN VINCENZO MONTI 8

Incontro Carla Sanguineti su un promontorio italiano di struggente bellezza, a fine settembre.

 

Chi siamo, se non due donne come tante, forse placide, forse inquiete, lente migranti alla ricerca di un alito di brezza di mare, di uno spicchio di sole e di pace? Da dove veniamo, se non da un angolo di mondo qualsiasi… una provincia ricca, forse, ma immobile e sonnolenta, o povera, un po’ torpida e talvolta trascurata, mosse dal desiderio di una dimensione nuova?

Citiamo Ferrara, nebbiosa e misteriosa, dove io sono nata e cresciuta per un quarto di secolo e dove Carla ha, da giovane, vissuto un anno, dice lei, memorabile…

 

Non sappiamo ancora di avere respirato la stessa atmosfera di solidarietà e colore nella casa di Augusto Bianchi a Milano, città della convergenza e dell’intreccio di molte vite e molti percorsi, per anni, di giovedì. Eppure, è da quello stesso ‘brodo di coltura’ che usciamo ancora ‘sgocciolanti’ di tenera malinconia e di rimpianto per avere perso l’amico comune (non comune!) e non potere rivivere le serate che sapeva architettare e offrire così allegramente e generosamente… Tutto ciò affiora nella conversazione in riva al mare, e non è fattore trascurabile.

 

Da qualche parte a Milano, in giro, se si sta attenti, infatti, si impara bene il valore della condivisione della bellezza e, perché no? …della bontà del cibo! Come quella zuppa contadina, semplice e atavica, nutriente, simbolica, conviviale; il gusto della ‘polpa scelta’ fatta di intelligenza e creatività nella musica, nel teatro, nella danza, nella scrittura, nell’arte visiva, nell’impegno civile… che diventano materia prima irrinunciabile, condita dai sentimenti buoni e profondi del cuore.

 

La bionda signora sta dunque per dedicarsi al sacro rito della plongée, ma pare incerta e perplessa. Cerca un posto (sicuro?) dove lasciare borsa e telo. Una lunga nuotata rigenerante l’aspetta, sì, ma a un prezzo: graffi ovunque sulle gambe! Sangue a gocce e rivoli, come in un antico patto col mare, abbracciando, nella riemersione, la roccia ruvida e sincera.

 

Vedo gli Specchi di Carla al volgere della stagione, nell’accogliente e magica casa di Ameglia, e scopro la luce che emanano mentre raccontano innumerevoli, dense storie di donne. Ci divertiamo a comporre e ricomporre le opere sul grande tavolo dell’ottagono, il suo atelier; altre ancora sono appese, fitte alle pareti. Una, ovale, è in terra, come l’imbocco di un pozzo della memoria  che magnetizza. E ci coglie, di slancio, un’idea estremamente piacevole, io direi pure, necessaria e praticamente inevitabile.

 

Incontro Sebastiano Carpentieri nel suo ‘quartier generale’ poche settimane dopo. Il caso favorisce la mente preparata, direbbe lo scienziato… E le eleganti sale di Executive diventano nella mia visione, teatro ideale delle opere dell’amica Sanguineti.

 

Cosi, a piccoli passi, Arte e Business ritrovano un luogo in cui ricominciare a dialogare. Non è certamente un inedito: c’è creatività nell’uno e non guasta il senso degli affari nell’altra! Grazie al Patron di Executive, Sebastiano Carpentieri, alla sua sensibilità e alla sua curiosità, alla pazienza e alla professionalità di chi l’affianca, questa mostra prende corpo e si avvia alla sua realizzazione.

 

 

Paola Zan                                                                           

 

Milano, 21 dicembre 2016

 

“Coloro che sentono dolore hanno bisogno di avere ragione”

Lea Vergine, Body art e storie simili.

 

 

Figlie, sorelle, mogli, amanti. Spesso la storia dell’arte ha etichettato le donne in base ai rapporti di parentela o ai legami affettivi con i maschi.

Marietta Robusti Tintoretto crebbe sotto l’ombra ossessiva del padre che le proibì di accettare un incarico prestigioso alla corte di Filippo II di Spagna. Camille Claudel, amante di Rodin, patì le pene dell’inferno accanto al suo ingombrante maestro. Berthe Morisot era l’allieva del cognato Manet che, pur apprezzandola come pittrice, la preferiva come modella silenziosa. Benedetta Cappa fu la moglie di ferro del futurista Marinetti, che inneggiava pubblicamente al machismo ma che, privatamente, senza di lei al suo fianco, sarebbe collassato.

Merito di Lea Vergine e della sua mostra leggendaria del 1980 “L’altra metà dell’avanguardia” se le donne dell’arte sono state sottratte finalmente al pregiudizio, ai luoghi comuni, all’oblio, alla discriminazione e anche all’auto-censura che alcune di loro si inflissero per lasciare spazio e sfogo all’egocentrismo di compagni insicuri, terrorizzati dal confronto.

Carla Sanguineti, forte della sua formazione letteraria, di una vocazione narrativa, dell’esperienza maturata negli anni Settanta e Ottanta militando nei movimenti femministi e pacifisti, è riuscita, durante lunghe riflessioni sul destino della donna, ad aprire questo stesso scenario verso nuovi territori d’indagine che, accanto alle ricerche estetiche, hanno abbracciato letteratura e sociologia, politica e cronaca. E lo ha fatto tenendosi però lontana da ogni possibile stereotipo, dalla didascalia, dal commento o dal famoso “messaggio” che oggi ammorba l’arte dimenticando l’importanza della sublimazione, di quella dimensione assoluta che Jean-Paul Sartre ha così meravigliosamente teorizzato (e auspicato) per ogni linguaggio espressivo.

Ecco perché le donne di Carla, madri e bambine, “donne di terra, d’acqua e di vento”, sono archetipi universali. Esistite ieri, oggi e domani. Donne splendide e tragiche. Capaci di tutto! Di amare e di odiare. Di generare e uccidere. Donne volitive, energiche, fragile e feroci, “dark lady” in potenza che, nelle immagini di questa artista altrettanto delicata e spietata, si manifestano attraverso il proprio doppio, la propria immagine riflessa.

Occhi negli occhi, guardano in faccia il loro destino.

Carla Sanguineti sceglie infatti, come medium, lo specchio. Citando una iconografia che affonda nella storia dell’arte antica e giunge fino al contemporaneo, da Parmigianino a Bacon a Penone (“Rovesciare i propri occhi” resta un capolavoro di dialogo empatico), le sue femmine allo specchio affrontano se stesse temerarie, raccontando storie di ordinaria espiazione, di rapporti dolorosi, sudditanze inique, desideri consolatori, relazioni moleste, acuite da un cortocircuito naturale fra bellezza e tragedia, candore e castigo. Nell’ampia genealogia di donne che fronteggiano il loro riverbero, manifestando indoli inquiete, lati oscuri, graffi sul cuore, ombre della mente, affiora allora la prima vestale di questo popolo di signore svelate. Nella celebra xilografia di Albrecht Dürer, Diavolo nello specchio, la cortigiana vanesia si pettina davanti alla sua effigie trasformata nell’apparizione di un demone cornuto. Prodigio macabro.

Carla Sanguineti ha analizzato per anni, nei suoi studi letterari, i retroscena della prosa romantica, e sa perfettamente che il monito di Dürer è verosimile. Perciò mette l’osservatore in guardia dalle insidie dell’apparenza, utilizzando lo specchio come alibi per sondare i meandri della coscienza.

Through the Looking-Glass fu concepito da Lewis Carroll come una gigantesca allegoria del tempo che scorre e dei cambiamenti che esso porta con sé. Alice non sarebbe più tornata quella di prima dopo aver varcato la superficie molle dello specchio appeso sopra il caminetto del soggiorno. Allo stesso modo, le donne di Carla mutano, si evolvono, naufragano nel proprio riflesso come dentro un magma, un pozzo, una nebulosa che risucchia l’identità per restituirla distorta o tenerla prigioniera.

Parole, sguardi, gesti, corpi emergono da una laguna del cuore che Carla Sanguineti spettina con piccoli interventi grafici. Incide frasi in punta di coltello. Scava sorrisi erosi fra schegge di vetro e ferite di ruggine.

 

 

 

chiara gatti

maggio 2017

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