IL DIAVOLO NELLO SPECCHIO

giugno 8, 2017

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UOMINI E GATTI (II PARTE)

giugno 6, 2017

4. Si può rischiare di invecchiare senza crescere. Questo è il caso (non unico e neanche raro!) del vecchio capellone biondo sbiadito di M. Innamorato dei suoi muscoli, veste gli stessi colori e fogge dei manichini esposti nelle vetrine dell’isola pedonale. Le griffes più o meno evidenti hanno etichette lunghe come papiri che devi tagliare se non vuoi percepirne il fruscio e lo sgradevole contatto con la pelle e la T-shirt. Due immancabili gatti a corredo sono come pellicce viventi, utili d’inverno davanti alla TV. Mamma un po’ svanita e richiedente, toujours à coté. Due gatti, l’ho già detto, sono i giocattoli, i fratellini, i compagni fidati. La vita è come la sequenza di un film lento, una giornata dilatata vissuta in un’attesa irremovibile, senza sorprese. Una Fortezza Bastiani. Una piccola stazione nella campagna assolata dove i treni sono già tutti passati senza fermarsi, ed è già il tramonto. Al capostazione, che della divisa d’ordinanza indossa solo il cappellino, non rimane che controllare a destra e a sinistra lungo i binari deserti, sollevare la visiera e grattarsi la testa, riporre tutto al suo posto, passare dal pollaio, raccogliere due uova, tenerle appaiate in una mano, e con l’altra tornare a riempire di croccantini multivit la ciotola dei gatti. Finirà col dare la buonanotte alla vecchia madre sperando che la mattina dopo respiri ancora regolarmente.

5. Di meridionali al nord è pieno. L’abilità di insediarsi in posizioni cruciali dell’amministrazione pubblica è innegabile. Arrivano carichi di saudade, cantano l’azzurro mare lontano, il sole, le orecchiette di mammà. Per scoprire, a B., che sono condite al veleno delle aberrazioni familiari. La taranta non perdona, mai. Come alleviare il dolore del ricordo, ricomporre l’ordine mentale, ripristinare un equilibrio psico-fisico? Niente di meglio che due magnifici gatti tra i cuscini del sofà. Certificati, idolatrati, castrati. Drappeggi, mohair e peli di gatto aleggiano ovunque. Piante rampicanti e unghie graffianti anarchiche arredano e segnano il territorio, giungla domestica. Se il cuore lacerato sanguina, loro sono balsamo per le ferite. Hanno la patente di taumaturghi. Miao.

N.B. Il presente repertorio prevede la presenza di DUE gatti reali. Non inviate storie che implichino un gatto solo!

EFFETTO BOOMERANG

giugno 5, 2017

Un secolo fa, in una di quelle serate molli, apparentemente insignificanti e inutili, un gruppo di amici bivaccava in un salotto a caso. Da Bobo.

Si era lentamente rollata una canna, gli ingredienti dosati a caso (tutto un po’ per caso), che una volta pronta e accesa passava di mano in mano.

Qualcuno la aspirava con forza di mantice e con duplice voluttà; altri svogliati e con riserva, la trattenevano due secondi per non rifiutare di partecipare al momento conviviale (io siamo), appoggiavano le labbra al filtrino di carta arrotolata e la brace avvampava appena.

Una di loro aveva la critica perennemente pronta: “Ma è meglio fare una passeggiata, su usciamo!” o “…balliamo dài… metti su un disco. Uffa … sempre ‘ste canne di mezzo! Chissenefrega se sono col fiocco… solo perché l’ho detto una volta che era carina la canna col fiocco…”. Ma quella volta la polemica si attenuò subito.

Convinta dal freddo nebbioso del viale da cui si proiettavano le ombre dei pioppi cipressini sulle tende bianche alla luce dei lampioni, si accoccolò a fianco degli amici placidi, avvolta da una calda dolce sbornia da fumo che sfociò in una blanda allucinazione. La gamba di Luca C. (non R.!) era ricoperta da peli dritti e fitti fino al malleolo rimasto scoperto dal pantalone sollevato, e poi più sotto, neanche l’ombra di un solo pelino. Caspita, che netta distinzione. Che dualismo morfo-cromatico!

L’effetto contrapposto peloso/glabro era certamente enfatizzato dal THC in circolazione. E non poté fare a meno di sottolineare la sua profonda sensazione di stupore: “Ma tu… hai il piede di plastica!”.

Tutto torna. In sogno. Che è una realtà. Nemesi onirica.

Il piede è separato dal resto del corpo, come svitato. E ha la sua anatomia interna visibile, grazie a un tassello, a un foro, da cui si scorgono nitidamente ossa e tessuti di connessione. Il piede è vivo e bucato, perforato, trapanato. Staccato ma riavvitabile. Caldo, nonostante la disconnessione dei vasi. Dal moto indipendente, nonostante i nervi recisi. Reintegrabile.

Un piatto di farro avanzato attende di essere terminato su un bancone di servizio del ristorante.

Il cameriere, magro coi baffi, maniche di camicia bianca arrotolate fino ai gomiti, approva pigramente.

 

 

 

IN PRIMA SUPERIORE

giugno 5, 2017

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Ne ho viste tante in 30 anni di scuola ma un cartello così testimonia solo totale insipienza da ambo le parti. Come può un insegnante (maschio, prof. di matematica) scadere a questo livello di disarticolazione dei divieti e dei doveri? Il NON SI GIOCA A PALLA dei cortili dei condomini più restrittivi è ben più composto. La tragedia di questo dodecalogo raggiunge l’acme in ottava riga.

Si rida per non piangere.

FIGURAZIONE E ASTRAZIONE

maggio 31, 2017

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Quando Virginia Woolf incontra per la prima volta Katherine Mansfield l’apostrofa così: “Chi è quella lì… vestita come una puttana?”.  Le donne continuano a stigmatizzare l’aspetto o il comportamento delle ‘altre’, che sono sorelle sì, forse amiche, sodali…  ma soprattutto potenziali nemiche o nemiche mascherate sempre, lasciando trapelare aspetti talora inquietanti della loro ‘formazione’ di persone adulte, donne nello specifico.

Estrapolo dai saggi di Nadia Fusini Possiedo la mia anima, il segreto di Virginia Woolf  e  La figlia del sole, vita ardente di Katherine Mansfield.

Era bello stare lì con lei; Virginia capì che non c’era niente che le potesse dare la stessa profonda emozione che le dava una donna intelligente, sensibile, libera – una donna identica a lei. Perché Katherine era proprio come lei: una donna che capiva la letteratura, e sapeva scrivere. […] Ma era anche invidiosa, gelosa.”. Virginia sta scrivendo La stanza di Jacob ed è invidiosa della scrittura di Katherine, vorrebbe scrivere esattamente come lei.
Dal canto suo, KM non vive la vita sedentaria di Virginia e non ha ‘tempo per l’invidia’, ma è “una donna complicata e vuole cose contraddittorie” , esattamente come Virginia Woolf, e in questo si riconoscono incontrandosi. KM brucia tutto, brucia i suoi anni (muore a soli trentaquattro anni di tubercolosi), e mentre Virginia nei diari confessa che “La fatica di andare a Londra è troppo grande” (Diari, 25 ottobre 1920), Katherine conduce una vita che definire movimentata è un eufemismo: “A Londra, nel dicembre del 1912 KM ha ventitré anni, è in Europa in modo stabile dall’agosto del 1908 e ha già avuto molte esperienze – d’amore, di sesso: un aborto, anzi, due aborti e una peritonite, dopo la quale non potrà avere figli. E’ una ragazza avida di incontri, impulsiva, promiscua, confusa e autodistruttiva.

Le due figure di scrittrici si incontrano e si scontrano. Sono due vite intellettuali dei primi del ‘900, due vite diverse ma identiche nel loro aspetto fondamentale e per così dire ‘primigenio’: essere una donna scrittrice, un motivo caro alla produzione saggistica di Virginia Woolf (A room of One’s own – Una stanza tutta per sé, 1929) e che si agita nella condotta di vita di Katherine Mansfield, anima avventurosa, una vera e propria figlia del sole che rivendica una sua libertà intellettuale, una donna che “in quei nomi di pittrice, scrittrice, musicista non cerca un’identità, ma l’espressione”. (https://poetarumsilva.com/chi-siamo/)

Una non-accademica babelica come me si lascia ammaliare dal tema e naturalmente chiama a raccolta tutte le donne di buona volontà.

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La mostra WOMEN THROUGH THE LOOKING GLASS è aperta oggi 31 maggio 2017 fino alle 19, in via Vincenzo Monti 8 a Milano.

Fred Tavano Ph

 

ALIOPERA IN ACTION

maggio 30, 2017

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PROROGA

maggio 26, 2017

Women through the looking glass chiude il 1° giugno.

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ALLESTIMENTO

maggio 23, 2017

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Con Carla, Jaime, Chiara e Claudio, the day before

CON UNO SPECCHIO VECCHIO E UN RITRATTO DI FAMIGLIA

maggio 23, 2017

EXECUTIVE IN VINCENZO MONTI 8

maggio 19, 2017

Incontro Carla Sanguineti su un promontorio italiano di struggente bellezza, a fine settembre.

 

Chi siamo, se non due donne come tante, forse placide, forse inquiete, lente migranti alla ricerca di un alito di brezza di mare, di uno spicchio di sole e di pace? Da dove veniamo, se non da un angolo di mondo qualsiasi… una provincia ricca, forse, ma immobile e sonnolenta, o povera, un po’ torpida e talvolta trascurata, mosse dal desiderio di una dimensione nuova?

Citiamo Ferrara, nebbiosa e misteriosa, dove io sono nata e cresciuta per un quarto di secolo e dove Carla ha, da giovane, vissuto un anno, dice lei, memorabile…

 

Non sappiamo ancora di avere respirato la stessa atmosfera di solidarietà e colore nella casa di Augusto Bianchi a Milano, città della convergenza e dell’intreccio di molte vite e molti percorsi, per anni, di giovedì. Eppure, è da quello stesso ‘brodo di coltura’ che usciamo ancora ‘sgocciolanti’ di tenera malinconia e di rimpianto per avere perso l’amico comune (non comune!) e non potere rivivere le serate che sapeva architettare e offrire così allegramente e generosamente… Tutto ciò affiora nella conversazione in riva al mare, e non è fattore trascurabile.

 

Da qualche parte a Milano, in giro, se si sta attenti, infatti, si impara bene il valore della condivisione della bellezza e, perché no? …della bontà del cibo! Come quella zuppa contadina, semplice e atavica, nutriente, simbolica, conviviale; il gusto della ‘polpa scelta’ fatta di intelligenza e creatività nella musica, nel teatro, nella danza, nella scrittura, nell’arte visiva, nell’impegno civile… che diventano materia prima irrinunciabile, condita dai sentimenti buoni e profondi del cuore.

 

La bionda signora sta dunque per dedicarsi al sacro rito della plongée, ma pare incerta e perplessa. Cerca un posto (sicuro?) dove lasciare borsa e telo. Una lunga nuotata rigenerante l’aspetta, sì, ma a un prezzo: graffi ovunque sulle gambe! Sangue a gocce e rivoli, come in un antico patto col mare, abbracciando, nella riemersione, la roccia ruvida e sincera.

 

Vedo gli Specchi di Carla al volgere della stagione, nell’accogliente e magica casa di Ameglia, e scopro la luce che emanano mentre raccontano innumerevoli, dense storie di donne. Ci divertiamo a comporre e ricomporre le opere sul grande tavolo dell’ottagono, il suo atelier; altre ancora sono appese, fitte alle pareti. Una, ovale, è in terra, come l’imbocco di un pozzo della memoria  che magnetizza. E ci coglie, di slancio, un’idea estremamente piacevole, io direi pure, necessaria e praticamente inevitabile.

 

Incontro Sebastiano Carpentieri nel suo ‘quartier generale’ poche settimane dopo. Il caso favorisce la mente preparata, direbbe lo scienziato… E le eleganti sale di Executive diventano nella mia visione, teatro ideale delle opere dell’amica Sanguineti.

 

Cosi, a piccoli passi, Arte e Business ritrovano un luogo in cui ricominciare a dialogare. Non è certamente un inedito: c’è creatività nell’uno e non guasta il senso degli affari nell’altra! Grazie al Patron di Executive, Sebastiano Carpentieri, alla sua sensibilità e alla sua curiosità, alla pazienza e alla professionalità di chi l’affianca, questa mostra prende corpo e si avvia alla sua realizzazione.

 

 

Paola Zan                                                                           

 

Milano, 21 dicembre 2016

 

“Coloro che sentono dolore hanno bisogno di avere ragione”

Lea Vergine, Body art e storie simili.

 

 

Figlie, sorelle, mogli, amanti. Spesso la storia dell’arte ha etichettato le donne in base ai rapporti di parentela o ai legami affettivi con i maschi.

Marietta Robusti Tintoretto crebbe sotto l’ombra ossessiva del padre che le proibì di accettare un incarico prestigioso alla corte di Filippo II di Spagna. Camille Claudel, amante di Rodin, patì le pene dell’inferno accanto al suo ingombrante maestro. Berthe Morisot era l’allieva del cognato Manet che, pur apprezzandola come pittrice, la preferiva come modella silenziosa. Benedetta Cappa fu la moglie di ferro del futurista Marinetti, che inneggiava pubblicamente al machismo ma che, privatamente, senza di lei al suo fianco, sarebbe collassato.

Merito di Lea Vergine e della sua mostra leggendaria del 1980 “L’altra metà dell’avanguardia” se le donne dell’arte sono state sottratte finalmente al pregiudizio, ai luoghi comuni, all’oblio, alla discriminazione e anche all’auto-censura che alcune di loro si inflissero per lasciare spazio e sfogo all’egocentrismo di compagni insicuri, terrorizzati dal confronto.

Carla Sanguineti, forte della sua formazione letteraria, di una vocazione narrativa, dell’esperienza maturata negli anni Settanta e Ottanta militando nei movimenti femministi e pacifisti, è riuscita, durante lunghe riflessioni sul destino della donna, ad aprire questo stesso scenario verso nuovi territori d’indagine che, accanto alle ricerche estetiche, hanno abbracciato letteratura e sociologia, politica e cronaca. E lo ha fatto tenendosi però lontana da ogni possibile stereotipo, dalla didascalia, dal commento o dal famoso “messaggio” che oggi ammorba l’arte dimenticando l’importanza della sublimazione, di quella dimensione assoluta che Jean-Paul Sartre ha così meravigliosamente teorizzato (e auspicato) per ogni linguaggio espressivo.

Ecco perché le donne di Carla, madri e bambine, “donne di terra, d’acqua e di vento”, sono archetipi universali. Esistite ieri, oggi e domani. Donne splendide e tragiche. Capaci di tutto! Di amare e di odiare. Di generare e uccidere. Donne volitive, energiche, fragile e feroci, “dark lady” in potenza che, nelle immagini di questa artista altrettanto delicata e spietata, si manifestano attraverso il proprio doppio, la propria immagine riflessa.

Occhi negli occhi, guardano in faccia il loro destino.

Carla Sanguineti sceglie infatti, come medium, lo specchio. Citando una iconografia che affonda nella storia dell’arte antica e giunge fino al contemporaneo, da Parmigianino a Bacon a Penone (“Rovesciare i propri occhi” resta un capolavoro di dialogo empatico), le sue femmine allo specchio affrontano se stesse temerarie, raccontando storie di ordinaria espiazione, di rapporti dolorosi, sudditanze inique, desideri consolatori, relazioni moleste, acuite da un cortocircuito naturale fra bellezza e tragedia, candore e castigo. Nell’ampia genealogia di donne che fronteggiano il loro riverbero, manifestando indoli inquiete, lati oscuri, graffi sul cuore, ombre della mente, affiora allora la prima vestale di questo popolo di signore svelate. Nella celebra xilografia di Albrecht Dürer, Diavolo nello specchio, la cortigiana vanesia si pettina davanti alla sua effigie trasformata nell’apparizione di un demone cornuto. Prodigio macabro.

Carla Sanguineti ha analizzato per anni, nei suoi studi letterari, i retroscena della prosa romantica, e sa perfettamente che il monito di Dürer è verosimile. Perciò mette l’osservatore in guardia dalle insidie dell’apparenza, utilizzando lo specchio come alibi per sondare i meandri della coscienza.

Through the Looking-Glass fu concepito da Lewis Carroll come una gigantesca allegoria del tempo che scorre e dei cambiamenti che esso porta con sé. Alice non sarebbe più tornata quella di prima dopo aver varcato la superficie molle dello specchio appeso sopra il caminetto del soggiorno. Allo stesso modo, le donne di Carla mutano, si evolvono, naufragano nel proprio riflesso come dentro un magma, un pozzo, una nebulosa che risucchia l’identità per restituirla distorta o tenerla prigioniera.

Parole, sguardi, gesti, corpi emergono da una laguna del cuore che Carla Sanguineti spettina con piccoli interventi grafici. Incide frasi in punta di coltello. Scava sorrisi erosi fra schegge di vetro e ferite di ruggine.

 

 

 

chiara gatti

maggio 2017