Posts Tagged ‘bandiera rossa’

24 l’8 maggio

maggio 29, 2014

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C'é LETIZIA e Letizia

maggio 26, 2009

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LETIZIA, IL BUON SENSO E IL CONSENSO.

 

Letizia qui non è Noemi, bensì la Moratti. Interrogata sui progetti dell’EXPO, si barcamena sorridendo molto a(ma)bilmente e conduce l’interlocutore dove vuole. Sul suo terreno di gioco. Non solo perché è stata invitata lì apposta. Tiene la palla e non la passa. Dice che Milano ha avuto un riconoscimento a livello internazionale per aver istituito una commissione di vigilanza sul grado di contaminazione mafiosa delle imprese, che il verde promesso ai cittadini milanesi ci sarà, rigoglioso e abbondante (più del Central Park, e di altri parchi urbani celeberrimi) secondo il ridondante e ambizioso progetto LE VIE D’ACQUA che attinge alla visione leonardesca della città. Le sciure degli attici fioriti afflitte in anticipo dalla sindrome da ombra tacciano! Le torri che emergeranno fiere dalla polvere del cantiere saranno abitate da 15000 persone (con 10000 auto al seguito?) e questo dato dovrebbe confortare i milanesi o aspiranti tali perché, diceva l’accompagnatore azzimato della Moratti, l’immissione sul mercato di nuovi alloggi riequilibrerà i prezzi: geniale!

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Su tutte, una grande argomentazione veramente populista e bipartisan: non è giusto e intristisce la Signora parlare così male di Milano! Una città ricca di gente onesta che si alza presto la mattina e va a lavorare, una città che si distingue per le sue iniziative umanitarie e la presenza di un’alta desità di benemerite associazioni di volontariato… una città attiva e creativa! L’immagine che voi (comunisti del servizio televisivo pubblico) ne date è deviante, fuorviante…

Peccato che il giro d’affari dei pochi sparuti malavitosi, sia di gran lunga più consistente rispetto ai quattro spiccioli sudati dagli onesti e diligenti lavoratori, eh eh…


PELLEGRINAGGIO AL LARIO

maggio 6, 2009

Cara Veronica,
non so se il tuo pseudonimo venga da questo magnifico lago prealpino (dovrei fare qualche ricerca in proposito) ma non sapendo bene con quale modalità appoggiare la tua campagna (elettorale) di autodeterminazione ed emancipazione, ti ho dedicato un pellegrinaggio.
Innanzitutto, dato che sei (sei stata e sei ancora nonostante i ritocchi) bella come una madonna, sto raccogliendo adesioni per intitolarti un santuario. L’idea più elevata è, in tempi di cemento avariato e scosse telluriche inaspettate, quella di progettare un santuario ipogeo (sai cosa vuol dire, vero? semmai da’ una controllatina in internet) in un luogo simbolico, che so, macherio, nel parco della villa, perché tu te la fai assegnare vero? e lì tac, senza scompigliare l’architettura e tutto l’assetto dei viali e dei laghetti, ci viene un grande open con colonne di presa di luce naturale ad altissima diffusione. Tutto ricoperto di terra e erba, in piena armonia con l’esistente!
E io Veronica che sono nel ramo del turismo culturale, ti porto bella gente, educata ed ecosensibile, che ti sarà profondamente devota!
Facciamo un bel programmino di incontri tematici sull’ecocompatibilità, il risparmio energetico, il car-sharing, il riuso, il riciclaggio dei rifiuti e ti dirò di più, ci mettiamo in rete con associazioni no profit, realtà imprenditoriali con spiccata propensione per il sociale, cooperative, gruppi solidali di consumo; ti presento Jacopo Fo che tanti anni fa ha intrapreso in Umbria un’attività agro-turistica-pedagogica ispirata al benessere psico-fisico, che implica il ritorno alla lentezza, ai ritmi natirali, alla natura. Invitiamo filosofi, scrittori, artisti, coreografi…
Ci sarà ad esempio una bella vasca idromassaggio per una fantastica abluzione profumata all’entrata del santuario, una sorta di quick wellness-confessionale, per prepararsi meglio ad accostarsi a te, candidi, rinnovati e pronti a ricevere la tua luce!
Ora, come dicevo, non so se sei Lario per via di questo posto che oggi ho visitato in tuo onore, da Lecco a Varenna in ginocchio! E su a piedi al castello di Varzio con i suoi merli quadrati e i rapaci in mostra (falchi, poiana, gufo reale, barbagianni…), e giù fino alla fonte del fiume Latte, che subito sfocia in te, nel Lario, accogliente, a pochi metri, essendo il fiume più corto del nostro Bel Paese.
Io Veronica, nel mio piccolo, sono con te, e ti scrivo pubblicamente su questa prestigiosa testata per farti arrivare il mio abbraccio solidale, il mio intento propiziatorio, la mia volontà premonitoria e tu sai quanto sia importante visualizzare un futuro prossimo per renderlo possibile, anzi reale, già segnato! Riappropriati della Casa e della Libertà insieme a tutto il tuo Popolo, Veronica! Il Popolo ti acclama adorante!

FORZA VERONICA!

AI CONFINI DELLA REALTA'

aprile 26, 2009

Sbattimenti utili!

Per festeggiare il 25 aprile inizialmente avevamo ipotizzato di recarci al grande appuntamento fissato a ONNA, per ascoltare dal vivo il discorso di pacificazione-ricostruzione del presidente del consiglio (che quando fa le battute, è farina del suo sacco; le smentite e gli interventi istituzionali invece sono studiati dagli esperti di marketing che individuano quel che la maggior parte della gente-elettorato vuole sentirsi dire, così giusto per creare un circolo virtuoso…) ma poi abbiamo pensato che sarebbe stato molto più originale andare direttamente a Salò.

Volevamo purgarci dagli eccessi della grande kermesse del SALONE DEL MOBILE e del figlio abnorme chiamato fuorisalone e abbiamo selto la purga di Salò.

Così dopo esserci messi in fila per via Tortona e limitrofe per 3 giorni consecutivi, ci siamo infilati, per variare, nella bolgia del lungolago (per onestà devo precisare che il mio personale obiettivo era arrivare a Toscolano Maderno e salire oltre Vigole e Sanico, a Ortello e da lì prendere per Monte Pizzocolo, 1581 m, passando per la Malga Valle. E da lassù vedere il formicaio umano!) ma già prima di Salò la strada era intasata versione bouchon. Uno scatto felino inaspettato del nostro affezionato chauffeur ci porta a risolvere brillantemente la penosa attesa che si stava prospettando in coda tra cipressi e campi verdi (fuori dai finestrini) verso la meta (agognata?). Prende per una stradetta laterale a mezza costa e trasmutiamo in un piccolo paradiso di pace con borghi e prati fioriti, nella luce bianca lattea di sole appena velato da una garza sottile. Superiamo in tal modo tutto il serpentone infernale di auto in pochi minuti di estasi e poi ne usciamo imboccando una discesa ripida trovandoci direttamente a Salò. Da cui si snoda la stessa carovana lenta di auto. Un segnale bianco indica subito lì centro-stadio-cimitero-mercato-spiaggia. Si apre istantaneamente un varco tra le scatolette di lamiera incolonnate quasi ferme che proseguono incanalate verso nord. Noi no. Qui. E non un chilometro di più. Giocoforza.

Non tutto il male vien per nuocere! La materia viva e calda trabocca dal crogiuolo, cade a terra e coagula in mille gocce di realtà inimitabile!

1. Parcheggio allo stadio con sbattimento di sportello sulla fiancata dell’auto a fianco abitata da donna intenta a leggere carte… per fortuna non reattiva.

2. Attraversamento del mercato con degustazione di appetitosi calamari giganti fritti al banco delle signore con divisa crema verde e cappello a spicchi e visierina solo verde, truccate come delle moireorfei, che voglio proprio sapere se nei protocolli HACCP è previsto. Luci intermittenti e musica da circo comprese, naturamente .

3. Acquisto di calzettoni sport souvenir da bancaro produttore trevigiano che spiega come le sue calze siano ben rimagliate a mano.

4. Acquisto di altri beni di consumo al supermercato che pare un monumento, fuori tutto in pietra e austero come un palazzo di giustizia e dentro arredato con colori accattivanti, arancio e nero e luci soffuse (davvero!) come un salotto-cucina di nuova tendenza, in anticipo sul salone del mobile del 2011.

5. Arrivo al lago zona foce e spiaggette.

6. Osservazione di germani con pulcini di età diverse pigolanti e in lite. Un bimbo duenne centra le bestiole con ciotoli e il papà tanto sensibile quanto inefficace gli dice che non gli comprerà più il gelato. Evocazione pubblica di Konrad Lorenz e Maria Montessori.

7. Risalita del fiume lungo il greto alla ricerca di angolino tranquillo in cui… e di piante spontanee di cui riportare trofeo a casa.

8. Sbattimento di lunga pianta di boccadileone con fiori rosso amaranto su teste pelate di passanti, fino al duomo, all’altro capo della città.

9. Fila alla bottega del gelato. Si capisce come la processione sia lì invece che di fronte alla porta accanto (duomo).

10. Riposino bord-du-lac su stuoia e colloquio informale con vigile urbano preoccupato delle condizioni di umidità del suolo.

11. Chiacchiere da spiaggia di lago con famigliola con bimba dalla curiosa plica oculare sviluppata. Moglie acuta, marito ottuso. A distanza madre di piccino in fuga lo riacchiappa dicendogli che stava andando dalla ‘parte sbagliata’ (analogia con discorso di premier) e padre in retrovia che raggiunge binomio fuggiasco-madre, che si inventa una storia nuova: "sta’ attento che adesso arriva il vigile" (ancora?).

12. Tramonto sulle colline. Trattoria dalla Bruna, in campagna.

CONCORSO SOSPESO

febbraio 12, 2009

BANDIERA ROSSA

(abito mentale)

 

di Paola Zan

 

 

“Non è accettabile… lei capisce, signor Setti…” scandì la religiosa. E il suo netto bisbigliare riempiva la stanza disadorna, insinuandosi nei più bui anfratti dove il lucido ossessivo delle mattonelle di graniglia, quelle centrali, confinava con certe incrostazioni di unto e polvere, vicino agli armadi o negli angoli negletti. In casa sua, Setti non ricordava un simile contrasto: doveva esserci qualcuno che puliva davvero con cura… già, le cognate, tutte zitelle, allenate per anni ai servizi nelle camere quando ancora l’albergo era funzionante, che correvano a piccoli passi per la casa, con secchi e stracci ritorti, sempre affaccendate, come in un formicaio. Le percepiva, seppure zelanti, come figure un po’ sgraziate, informi e incolori, prive di necessità personali, quasi. Le salutava cortesemente ogni giorno e, a suo modo le ringraziava, ma le confondeva. E quella volta che il vaso di Murano variopinto finì in cocci, non ebbe le parole per rimproverarle (rimproverare chi?). La mattina tra le sei e le otto meno un quarto era un via vai, uno spettacolo di comparse vocianti che Setti si gustava mentre in tre lunghe sorsate assumeva la sua porzione di caffellatte, troppo bollente per destare un sapore nelle papille anestetizzate, e servito in una scodella che più volte aveva messo da parte, in modo tale da significare che fosse ora di buttarla. Setti non amava dare ordini, preferiva che gli altri comprendessero l’opportunità di fare o non fare… Non amava neanche riceverne, naturalmente. Insomma, tutto filava in quella specie di “colonia penale” femminile: non poteva lamentarsi. La più grande dei figli trascinava il secondo e la terza a scuola, il piccolo restava in casa, legato al seggiolone a pasticciare sul tavolinetto per ore mentre la moglie più predisposta, ma neanche tanto, per la cucina delle sorelle, assaggiava ripetutamente il brodo con il pretesto, più per se stessa, di aggiustarlo di sale. Verso mezzogiorno, in azienda, gli arrivava il pasto approssimativamente caldo avvolto prima in carta oleosa e poi in carta gialla, o viceversa per chi lo scartasse, di solito composto da una sorta di cotoletta di pollo, alle volte piuttosto tozza e con un’impanatura giallo intenso altrettanto grossolana, altrimenti piccola, sottile, più fibrosa ma abbastanza saporita e croccante ai margini, un panino e una mela o due grani d’uva.

 

 

Si chiedeva se finalmente in casa  ci fosse un po’ di stasi, il pomeriggio. Forse sì, sapendo che le cognate si recavano altrove a dispensare la loro opera caritatevole, e non solo la domenica. Immaginava che sua moglie senza fretta eseguisse orli e ricami alla luce presso la finestra e che a una cert’ora, la maggiore venisse spedita brontolando, per commissioni o per andare in tipografia ad aiutare, casomai ce ne fosse bisogno (far pacchi, trasportare risme di carta o blocchetti di cartoncino…).

 

 

 

 

 

 

 

Pensava ai suoi libri antichi preziosi e delicati che sfogliava appena con la punta delle dita e leggeva in qua e in là, o meglio, osservava, secondo un suo criterio che mirava più all’impostazione della pagina e ai caratteri di stampa, che al testo e al suo contenuto. Pensava al lavoro e alla famiglia. Pensava ai compagni di partito e alle interminabili discussioni. Pensava agli amici perduti. Al regime sempre più soffocante, al difficile equilibrio politico in città, ai venti di guerra che soffiavano da nord.

 

 

 

Si scosse con un brivido da un freddo torpore, “…sedici febbraio*… giovedì …”, rammentò a se stesso, attratto dal calendario appeso. “D’accordo, non si preoccupi, sistemeremo tutto. Buonasera.”. Proiettò un piede fuori da quella stanza, dove anche il più banale fruscio aveva risuonato in maniera irritante e, sfilato rapidamente il corridoio, guadagnò il portone. Finalmente si riempì i polmoni dell’aria esterna. Per un istante rimase fermo, scrutò a destra e poi a sinistra. Sotto i portici, proprio nessuno passava. Il cappello tornò a coprirgli il capo, e meccanicamente si aggiustò la sciarpa dentro il cappotto spinato. Controllò anche il portamonete e il plico di carte nella tasca posteriore del pantalone. Estrasse il fazzoletto ben ripiegato da quella anteriore, per strofinarsi la punta del naso, così senza motivo, e lo associò al ferro per stirare di cui ricordava l’odore… Quel gesto lo aiutò a risolversi, e attraversò la piazza allungando di poco la strada. Avrebbe comperato una ciambella con la granella di zucchero sopra. Intanto doveva imbastire una storia da raccontare per sostenere che sarebbe stato meglio trasferire la bambina in un’altra scuola, perché lì all’Istituto l’abitino sgargiante confezionato in gran fretta il giorno prima della festa, non era stato affatto gradito. Pareva seta, una stoffa quasi nuova, praticamente perfetta. Quel tessuto rosso, in verità, era stato ricavato da una bandiera della Sezione che Setti aveva conservato, e che poi aveva deciso di sacrificare per accontentarla, perché lei desiderava tanto un vestitino da sfoggiare, come tutte le altre, nell’occasione ufficiale. Non era stata una buona idea, però… Quella convocazione urgente lo aveva strappato al lavoro, cosa davvero rara. Aveva temuto uno scontro, invece era bastato annuire con appropriato contegno, e se l’era cavata abbastanza in fretta, solo con una serie di prevedibili contumelie.

 

 

 

Svoltò e riprese la strada di casa. Il passo si fece più scanzonato. In fondo sì, era stata un’ottima idea! Fu proprio a quel crocevia che ripartì idealmente, con animo leggero ma determinato, forte del suo senso per la giustizia e per la libertà, all’attacco del vero nemico.

 

* 1939