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COME SCRIVE QUEL CAGONE DI PAOLO NORI

luglio 31, 2015

Non c’è miglior modo per dirlo alla suocera: parlare in confidenza con la cognata! Così recita un proverbio pugliese.

Nori è furbetto, ma fa anche un’operazione solo apparentemente semplice. Ci dà, in realtà. Lavora.

Prendiamo il suo La banda del formaggio. Usa allitterazioni facili, ma pur sempre. Le ripetizioni giovano quasi in ogni caso. Depistano, poi ecco che spunta dalla melma linguistica, agglutinata e putrida, un fiore: una parola inattesa o un riferimento efficace ad uno stato d’animo preciso, dipinto con una pennellata rapida ed improvvisa. Allora, si dirà, vale la pena di mettere le mani (e gli occhi) in quel pantano perché vi si caverà fuori un’ala di farfalla magicamente ancora integra, una piuma non intaccata, un verso poetico inedito. Sarà anche grazie al contrasto che, il furbetto, crea ad arte pasticciando con un italiano repellente… ti vien voglia di correggere quel testo ad ogni riga! (lo consiglio come esercizio, in un quadro di programmazione di CLASSE CAPOVOLTA, ;-))

Se Nori fosse stato centroitalico invece che padano, avrebbe scritto: Gilda s’è morta, come ho sentito ripetere parlando della zia artista che ha lasciato un patrimonio notevole di sculture e dipinti, dai miei amici di … mentre lo leggevo placidamente irritata e al contempo piacevolmente stupita.

Antonio Rezza, che ogni tanto merita di essere evocato, l’avrebbe subito fatta sua.

Non so però se i personaggi di Nori possano essere messi in scena.

;-@ (scritto tra una lavatrice e l’altra e relative stenditure…)