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PRESERVARE LA VITA? (LA DIGNITA', L'ECONOMIA…)

aprile 17, 2009

Giovani genitori mostrano le macerie della loro casa spiegando ai giornalisti che i figli sono rimasti intrappolati e non ne sono usciti vivi. Intorno si vedono edifici relativamente nuovi, quelli del cemento armato truccato, delle norme antisismiche non rispettate, delle mafie dei costruttori corruttori della politica e dei politici corrotti. Come l’ospedale e la casa dello studente scandalo. Eppure, e spero di sbagliarmi, il clima che si respira è di strana sopportazione del disastro colposo, di rassegnazione. Di fronte alle morti evitabili di cui si dirà ‘provocate dal terremoto’ e non dalla negligenza o dalla truffa, strabilio. Siamo attoniti, è vero, ma non completamente deprivati di senso critico, o no? 

Mi viene in mente un piccolo insegnamento che ricevetti da bambina alla fine degli anni sessanta, attraverso la riflessione che forse una maestra, ci aveva proposto sulla famosa ‘furbizia’ degli italiani: le cassette di arance esportate contenevano in superficie quelle belle e sotto quelle scadenti, per non dire marce. Lo stesso vale per pomodori, mele, uva… La facciata e il calcestruzzo…

Conviene? A chi? Ai soliti noti o ignoti che si arricchiscono più o meno transitoriamente? E chi ne fa le spese? Qualche disgraziato messo rapidamente a tacere dal dolore e dalla disillusione? L’immagine di un Paese? La comunità… un soggetto astratto… Siamo abituati culturalmente a compensare le figure di merda con i lustrini di incessanti iniziative di promozione nei settori che ci contraddistinguono e ci rendono famosi nel mondo e su cui si insiste per far lievitare l’orgoglio italiano: la moda, il cinema, i festival, il calcio… il design…

Siamo addestrati a incensare furbi imbroglioni affaristi e a indicarli come modello di vita e di realizzazione individuale nel tessuto sociale…

Intanto la politica dissennata corrode e dissipa le risorse. Ci impoverisce in tutti i sensi. Irreversibilmente.

STIVALI E CALANCHI

aprile 4, 2009

Se dalla Torre del Marino prendete a sud est vi trovate a salire su per un colle che a un certo punto porta un segnale di divieto di accesso gigante e un cartello sotto che precisa: ECCETTO FRONTISTI.

Il fronte è un confine, un limite. E i frontisti ? Saranno quelli che camminano sul fronte, lo segnano, lo controllano. I frontalieri  lo attraversano ma i frontisti… NO! Vabbé, il paesaggio era così placido e… che di fronte a una salita ripida (ma davvero ripida come una pista di sci…), nella prospettiva di raggiungere un punto di osservazione ancora più interessante, non ho avuto dubbi. Ho oltrepassato il cerchione rosso e bianco che pensavo in fondo rivolto alle rare automobili che si avventurano lassù, pittosto che a un pedone, e inzaccherandomi per bene gli stivali, sono arrivata in cima.

Lì ho capito di botto cos’è il FRONTE: il cosiddetto fronte della frana in movimento! Era diligentemente segnato da paletti intinti nella pittura rossa a distanza di circa dieci metri l’uno dall’altro e evidentemente monitorato dai FRONTISTI!!! …geometri del comune, ricercatori, geologi: valenti addetti al FRONTE! (no, mi chiedo cos’è questa fregola per la parola fronte, che certo rievoca la guerra, in particolare la grande guerra con le trincee scavate nella roccia o nel tenero suolo e magari evocative anche di figure femminili di rottura col modello femminile più convenzionale, figure di transizione come le infermiere, le crocerossine, più emancipate e vicine al mondo crudo degli uomini – non che quello tradizionale non lo sia… ma certamente viene mooolto edulcorato… – mah!)

Insomma, l’erta e la zolla che si ispessiva sotto la suola erano tali da tenermi impegnata e avviluppata al suolo, da non lasciarmi lo spazio per volgermi intorno… Ma intanto il colle si assottigliava paurosamente, restringendosi fino ad avere la larghezza dello stradello. Come se fosse stato un cumulo di sabbia da cui un’escavatrice avesse tolto materiale, una torta morbida che il ghiottone avesse attaccato con un grosso cucchiaio, indisturbato… Ne ero talmente inconsapevole che la sorpresa fu assoluta. E  improvvisamente mi trovai in uno scenario duplice, speculare. La luce diffusa da un grosso cumulo di passaggio favoriva l’effetto della simmetria. L’erbetta che delimita la carreggiata a destra e a sinistra, pittosto fitta, non permetteva di scorgerne il bordo, limite, il confine, il fronte. Infatti il colle qui non scende in un dolce pendio bensì, in un tipico dirupo a costole: il calanco. Mi pareva di essere salita su una scala da imbianchino a dipingere un soffitto d’aria, a lambire il cielo.

http://it.wikipedia.org/wiki/Calanco

http://www.parks.it/parco.gessi.bolognesi/

http://www.icalanchidicivitacampomarano.it/