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DA ROBOTINO A OBAMA

novembre 3, 2014

Black out del blog, dopo la scomparsa di Augusto. Si chiude un’era. Rimaniamo tutti orfani, prima o poi… e lui in questa materia ci navigava con grande competenza, era maestro! Tra le tante iniziative resistenziali, i Giovedì proverbiali per molti a Milano, i testi per il teatro e i romanzi (in gennaio va in scena ALBANAIA), un’idea rimane da realizzare: voleva che lo studio di avvocati in cui ha lavorato tanti anni fino all’ultimo, tra i più famosi in città, fosse aperto a musicisti e attori per un open day speciale che unisce cultura e lavoro, per non dimenticare che di stretta professionalità, di doveri imposti, di chiusura e alienazione non si può vivere… Questo è stato un mondo unico, sfaccettato, per Augusto Bianchi. E lo è davvero per tutti noi che lo abbiamo conosciuto e che, arrancando, abbiamo raccolto il suo messaggio. C’è un dato che contraddistingue chi vive con consapevolezza: l’impegno a dare e a creare senso, significato profondo, spargendolo a piene mani, con quella generosità spontanea che i migliori sanno trasmettere!

Mentre mi dico tutto ciò, giusto stamane mi metto a riordinare lo studio per eliminare carabattole e roba inutile giacente in scaffali bassi poco frequentati, e  riaffiorano vecchie agende dimenticate con foto minori inserite qua e là tra le pagine vuote. Sono foto venute male (ma sempre evocative), ante digitalizzazione. Trovo anche degli appunti dietro il volantino di una programmazione cinematografica all’Anteo, dopo Cannes, di svariati anni fa. Hanno il sapore di un bilancio. E già che siamo in tema… li trascrivo!

Il mio primo amore fu un ragazzino geniale, di quelli che per tanta intelligenza sono considerati strani. Per comunicare al mondo la sua visione esistenziale, a 5 anni (stessa età, compagni di scuola materna dalle Orsoline di Ferrara, pulmino blu, suore di tutte le taglie, maestre col grembiule, istruttrice di ginnastica in tuta e ampio giardino con impianti sportivi che confinava con il cortile dell’ufficio di papà), si muoveva come un automa. Parlava di tutto con un lessico ricco e elaborato, spigliatissimo.  Ammiccava come un attore precoce, un mimo: le maestre ridevano stupite e anche imbarazzate, forse. Era spiritoso e divertente in modo estremo e per questo lo ammiravo con slancio incondizionato. Sentivo di essere la sua piccola Musa. Ad essere ancora più sincera, sentivo azzerata la differenza di genere. Inutile. Con lui non ero una femmina: ero un soggetto, una persona interlocutrice: mi guardava con complicità e non eravamo necessariamente un bambinO e unA bambinA, cose maschili e femminili in contrapposizione, pantaloncini e gonnellina, caschetto corto e codini (le trecce non andavano già più). Eravamo identificabili come maschio e femmina, certamente. Ma, soprattutto,  ed era ciò che interessava di più, eravamo due ROBOTINI. Ci muovevamo all’unisono. Il gioco per eccellenza si realizzava in una dimensione infantile densa di invenzioni fantastiche.

Il mio secondo invaghimento fu per un ragazzino affetto da autismo conclamato (non se ne parlava e poco se ne sapeva): era il primogenito del direttore didattico, un uomo magrissimo e con la schiena sempre troppo diritta, rigida, ma che aveva un sorriso dolce. Tutti si chiedevano quanto fosse vero quel proverbio che narra di calzolai e scarpe rotte… Era la mia fase nightingeliana, mi ero assunta il ruolo di piccola psicopedagogista e infermierina salvatrice: quando c’è una guerra, Florence-Paolina è in prima linea. Il ragazzino aveva una fissazione per l’elenco telefonico e una per il codice della strada. Sapeva tutto. Poi però superò abbondantemente la soglia del patologico e alla bambina saggia ed esigente non bastò il fascino della prestazione mnemonica, era fisicamente bloccato e aveva una paura bestiale a scendere gli scalini, non si lanciava come gli eroi, piccoli resistenti combattenti pronti a competere e a prendersi a botte per gioco nell’insostituibile allenamento che tale attività rappresenta con le sue simbologie e allegorie: insormontabili e incomprensibili problemi per una …infermiera-ballerina in erba!

Il terzo, e ci collochiamo temporalmente in V elementare, fu un ragazzino che oggi potrebbe essere assimilato a Barack Obama. Era figlio di un somalo e di un’italiana. Sempre ordinato, aveva un’aria aristocratica. Lo scolaro coloniale, raro nel panorama cittadino dell’epoca, rappresentava un’originalità e un vanto per la classe. Bello, sorridente, intelligente, alto, sportivo, camminava ritmicamente ciondolandosi un po’. Presentavamo assieme il compito di matematica svolto sulla cattedra della maestra con uno spirito di complicità, dandoci il via in partenza dal banco rispettivo. Ci alzavamo e arrivavamo sul filo in contemporanea. Anche qui parità reale. Eravamo entrambi primi. In gita a Venezia ci scambiammo teneri maliziosi bacini.

Ah, ora posso anche svelare il nesso: l’ultimo romanzo di Augusto si intitola Tre Storie quasi d’Amore. Vissute attorno ai 20 anni, giovanili in pieno. La mia triade, fatte le debite proporzioni, è da Spifferina Bamboccetta molto molto infantile, ma è comunque sempre un preludio a qualcosa che sarebbe poi in seguito successo. Ognuno ci ha il suo vissuto. Ecco.

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