Posts Tagged ‘letture’

BANDE NERE & CAMALEONTE DI MONTAGNA

dicembre 28, 2009

La giornata appariva incerta alla luce del primo mattino. Per una copertura sottile che impediva alle montagne di tingersi di azzurro dorato. Così la prima colazione scivola lentamente nel brunch in attesa di sviluppi meteo. Sì, a sud si apre! Fuori tutti. Gli sciatori sciamano verso la cabinovia. La camminatrice si porta al bivio, per decidere se salire al mas dele strie o scendere sulla statale, per andare a campocarlomagno. La seconda che è scritta. Ma come? Ah. Se l’auto rimane ferma come un pachiderma intrappolato nel permafrost nello slargo davanti a casa… poi non si trova parcheggio… e si fa il ghiaccio sulla strada ..e chi le mette le catene? Comincia a delinearsi l’idea. Zaino in spalla, con tappetino isolante, radio, Brjusov, quaderno degli appunti, frutta fresca (le arance profumate!) e pasta alle noci, un ovetto. Telefono. Dito.

Son solo sette chilometri e chi passa di lì 999 su 1000 non si ferma prima di campocarlomagno, ossia in quell’albergo psycho che si trova a appena a tre curve!

Si butta quasi sotto. Tattica perfezionata in anni di onesta attività. Sono le 11.45. Non c’è tempo da perdere. Sette minuti di attesa sono già troppi. E l’alternativa è rifare la strada a ritroso. La solita salita. Fa come per chiedere un’informazione. Tattica. Ma sì, la prendono al volo. La vettura è già carica: un uomo sui trentacinque stempiato e occhialato da sci al volante, moglie scialbetta a latere, dietro amica bionda e lentigginosa american style e bimbo sgano in guscio protettivo tutto legato dalle cinghiette, piumino blu e moonbootini rossi, piccinissimi. La guarda di sguincio. Sorride. Di più. Se la raccontano. Colpo di fulmine oltre che di tosse grassissima. La mammina si giustifica: tosse cittadina. Milano? Oh yeah, Bande Nere.

 
La pista delle ciaspole è irresistibile. Si snoda tagliando quella del fondo. Nel bosco i riferimenti si perdono. Ma i paletti arancio qua e là affiorano. Gli involucri delle galatine alla menta segnano il percorso come le briciole di pollicino e si sparge la voce che nella vallata si aggira un porco tossicodipendente da caramelle al latte. Parte la battuta di caccia. Ecologisti armati e pronti a stanarlo. La malga è disabitata. Due fratelli col piumino rosso, uno gracile col berretto, l’altro protettivo e dalle spalle più larghe, si assomigliano e compiono gli stessi gesti. Un gruppo è costituito da amici tra cui alcuni non molto convinti. Una coppia sui 55-58 è buffissima: lei ha i capelli a riccioloni rossi e una faccia mascolina, tozza e senza collo, lui è alto, magrissimo e un po’ ricurvo. Sembrano due pagliacci scappati dal tendone. Un campano saluta tutti coi bastoncini e si crogiola nei suoi sbandierati settant’anni appena compiuti. Alcune ragazze eleganti e in controtendenza, da sole, scompaiono ciascuna per sè, sdegnosamente, ciaspolando nel silenzio. Osvaldo, gaio, porta gli stessi occhiali da trent’anni, sta all’imbocco dei sentieri e dà utili consigli, incassando il pedaggio, alla buona. Alla fine chiede a tutti com’è andata. Qui è un paradiso, dice orgoglioso, e io sono san pietro!
 
Ore 16.00. Il panorama è tutto rosa al di sopra del bosco con le cime innevate che lasciano scoperte strie di roccia. La luna è crescente di poco. Bach suona per radio. Fuori dal paradiso, il parcheggio e la statale. Un istruttore di sci la carica dopo quattro minuti di attesa. Ha l’aria di uno che ha combattuto in trincea. Magari gli allievi erano poco reattivi… Racconta di come ci si regola con le previsioni del tempo rispetto all’alto adige. Di come si festeggia il capodanno con le fiaccolate e il vin brulé in piazza. La discoteca no, duecento euro per farsi dare degli spintoni, meglio una cena in casa. Stravolto di suo, guida a occhi indipendenti esorbitanti ma semichiusi, e raggiunge le auto passate nei primi tre minuti di attesa. La depone con amabile gentilezza al bivio del belvedere. Meglio di così…

Annunci

INTELLIGENZA EMOTIVA PER UN FIGLIO

novembre 29, 2009

Sono allergica alla manualistica ma, per dare compiutezza al dibattito vorrei suggerire un’incursione in:

http://www.ciao.it/Intelligenza_emotiva_per_un_figlio_John_Gottman__Opinione_705367

e ‘giocare’ a scoprire se noi stessi siamo, o intorno a noi ci sono o ci sono stati, CENSORI, LASSISTI, NONCURANTI o auspicabili buoni ALLENATORI EMOTIVI, anche in forma di combinazioni delle componenti con una dominante negativa, di solito.

Ma proprio ieri su IO DONNA, compariva un’interessante (e allarmante) classificazione dei 5 peggiori tipi di genitori:

– BRAGGER PARENT (quello che si vanta);
– WHINER PARENT (che si lagna);
– COOL PARENT (il fico, strafà, si dà un tono);
– OBSESSED PARENT (spammatore di foto video dei piccoli);
– ZEN PARENT (incarna la gioia di essere genitore naturale…).

Per completare il quadro, in Italia in particolare, si dovrebbe aggiungere il CATASTROFISTA.

Se il genitore-padrone nel nostro paese è tramontato cinquant’anni fa, con la guida di Spock, esaltata e vituperata a fasi alterne, ora riemergono dubbi, si moltiplicano i dubbi.

Qui se ne coglie en passant, lo zeitgeist!

Auguri.

SEDUTA AL MERCATO

ottobre 20, 2009

Cosa c’è di meglio di una corsa al mercato un’ora prima della chiusura per acciuffare quel che manca in casa a prezzi stracciati?
Attenzione, l’affare è doppio se i venditori hanno tenuto le cassette della merce migliore fino all’ultimo come ‘mostra’ e se per liberarsi di quelle poche rimaste abbassano pure la quotazione… due chili al prezzo di uno, tre ananas al prezzo di due… sennò, ragioniamo, dovendole riportare a casa e vendere il giorno dopo, non può che essere la roba più fresca! (controllare bene che non siano invece avanzi o marciume!!!) No no, ma poi i trucchi del mercato li conosciamo…

Insomma, vado per e chi ti incontro? La Antoniella (trattasi di nome derivato da un tradizionale Antonietta rifiutato e mescolato con un più banale ma accettato come aggiornato Antonella), una figura di ottantaquattrenne che fa il paio con la Cecilia dei monti piacentini. Ma, a parità di brillantezza mentale, questa inurbata ha i denti o la protesi a misura. Ne dico solo una piccola serie per non entrare troppo nel merito: abbiamo passato un’ora a parlare, tra gli effluvi della polleria-rosticceria, gli spintoni di chi doveva passare con le borse, l’ondata dei ragazzi usciti da scuola, come in UNA BOLLA. Elegante nel suo cappotto di panno scozzese dai toni blu e verde scuro, coi bottoni ricoperti di stoffa blu e incorniciati d’oro, appena visibile. Una cartella sottobraccio e una sportina verde. Gli occhiali à jour e un’onda libera di capelli bianchi. Sbarra gli occhi di stupore e sorride affettuosa. Stringe le mani guantate (entrambe le sue in biancolana e entrambe le mie di pelle marron) e comunica umanità da tutti i pori, anche se ben vestiti! Si passano in rassegna i fatti e i misfatti degli ultimi sei mesi: i vivi, i morti che camminano, i morti-morti, i malati consapevoli e inconsapevoli, i sani consapevoli o inconsapevoli. Quando fa per dirmi che in certi casi non vale nemmeno più essere giusti, per rappresentarmi l’idea mi racconta di una sua disavventura: LA TRUFFA.

Un giorno, per strada mi avvicina una signora: Ti ricordi? Sono N… Ma come? Un pizzico di diffidenza iniziale lascia il campo alla curiosità e alla disponibilità ad ascoltare le vicissitudini che la tizia comincia a raccontare (1° – intontire la vittima di bla bla). Ti accompagnamo a casa, sai ti devo parlare… Io veramente non ricordavo proprio di conoscerla ma temevo di offenderla… lei mi rivela allora: all’ospedale, ci siamo conosciute in ospedale io sono l’infermiera… aahhh ecco, infatti ero stata operata proprio qualche mese prima (2° – far riferimento a malattie o altre disgrazie recenti, tanto ce ne sono sempre, soprattutto se uno è anziano) … sai, ho dei lavori in casa e non so dove mettere questi gioielli… ah ti aiuterei ma anni fa ho avuto un furto e non so se qui da me sono sicuri…
conclusione: si convince della buona azione che può facilmente compiere, mostra alla donna accompagnata da un uomo e un bambino (3° – lasciare la creatura in macchina per avere la scusa per scappare in fretta) dove si trovano gli ori che i figli le avevano regalato per rimpolpare l’ammanco precedente e prepara il caffé. l’uomo chiede di andare in bagno e spazzola via tutto. la donna si ricorda del bambino e dice che è meglio andare a vedere come sta, non si sa mai. l’uomo uscito dal bagno dove ha potuto nascondere bene tra la maglietta e la camicia il bottino, racconta l’ultima storia patetica all’anziana (4° – dare di sè una buona impressione fino alla fine) che gli dà un bacio di conforto, tutta commossa.

Prego per il loro ravvedimento, mi ha detto l’Antoniella.

Il male fa male a chi lo fa, mi ha ripetuto, raggiante.

Alla fine, ho portato a casa tre finocchi per un chilo, due chili e mezzo di pomodorini, sei carote, mezzo chilo. Il pesce era finito e sbaraccava.
 
Oggi, digiuno! Riflettiamo sul presente.

LAST DAYS RANDOM

settembre 24, 2009

1. ”Questo non è un negozio di fotografia!” disse il tecnico di radiologia dell’ASL agli utenti infuriati che aspettavano di ritirare la busta con gli esiti, l’addetta assente, che lasciando l’ambulatorio si prestava ad una funzione non sua…

2. Ma che dobbiamo fare se chiudendo una finestra ci imbattiamo in una scena pseudoerotica nel condominio di fronte?

3. In fondo alla passeggiata Anita Garibaldi c’è una deliziosa spiaggiola. Una nuotatina (anzi due) nell’acqua color smeraldo (freddina, tonificante!) e la raccolta delle plastiche abbandonate sono d’obbligo…

www.legambiente.it
operazione
PULIAMO IL MONDO

(non si fa solo nei giorni stabiliti!)

4. PIETRO è un bambino pallido all’ombra della casa in Capolungo e con gli occhi cerchiati di rosso legge un libro mentre il fratellino e gli altri amici giocano in spiaggia schiamazzando. Bianca Pitzorno gli tiene compagnia. Lo avvicino e gli chiedo se gli piacerebbe vedere la faccia dell’autrice. Non sa che di solito una foto si trova in copertina… rimane stupito e affascinato. Mi dice che anche lui abitava a Milano e da un anno vive lì al mare. Ma non gli piace stare al sole…

5. In un racconto della serie distribuita in metrò o alle fermate del vaporetto, SUBWAY (intesa anche come via sott’acqua…), Buia è una bambina abusata dal padre, maltrattata anche dalla maestra che non la tutela e non la difende dalle angherie dei compagni… Ha solo un amico che viene discriminato come lei per starle vicino.

6. ”Buona sera signora!” esclama con un sorriso aperto il barbone seduto sulla panchina con il suo gigantesco zaino. Davanti a sè ha un cartello e un barattolo.
VOLETE MIGLIORARE IL VOSTRO INGLESE?

LEZIONI IMMEDIATE

cartolina

settembre 3, 2009
Saluti da Civitanova Alta.
http://www.tuttoingioco.it/
http://www.civitanovamarche.info/content/view/31/42/lang,it/

RAPPEL

giugno 15, 2009

5° Cortile, Col di Lana 8, Milano,

dalle 17.30 alle 21,

jazz, poetry & vision art,

lunedì 15 e martedi 16.

Fanta-Scuola

maggio 15, 2009

Premessa Il racconto che segue fu da me scritto in occasione di un concorso letterario indetto un paio d’anni fa dall’INAIL sulla sicurezza nel lavoro, ‘al femminile’ (sulla creazione di ‘riserve’ o ghetti per le donne avrei qualcosa da dire ma si tratterebbe di aprire un capitolo lungo che necessariamente rimando…) . Vinse un racconto meraviglioso che illustrava in maniera estremamente efficace ed accorata le condizioni precarie di una studentessa prestata ad una lavanderia in cui i prodotti chimici per il trattamento dei tessuti venivano conservati in luoghi inappropriati del negozio, e  per la negligenza del titolare, ciò causò la tragedia. Io avevo puntato su una forma di proiezione del mio lavoro nel futuro, un futuro abbastanza prossimo, per sottolineare meglio quelle che sono oggi le condizioni di disagio della categoria dei docenti della scuola pubblica: gli infortuni infatti non accadono solo nelle officine o nei luoghi di produzione industriale pesante dove sono in funzione macchine ciclopiche! Negli ultimi due anni, dopo il concorso di scrittura in questione, è stato un susseguirsi di episodi di emergenza sicurezza anche e dolorosamente, proprio negli edifici scolastici. La mia visione futurista della scuola è volutamente indirizzata verso una sorta di evoluzione ‘nipponica’ di riordino totale per mettere in evidenza l’attuale condizione di precarietà e la tendenza a trattare fenomeni critici di bullismo, se non di violenza conclamata (uso di coltelli, ecc…) con la necessità di chiedere la protezione delle forze dell’ordine, già evocata da molti presidi. Ecco quindi il pezzo, che suggerisco di leggere proprio con gli occhiali della narrazione di fantascienza di breve termine: una possibile (forse poco probabile e anche un po’ grottesca…) avveniristica soluzione vista come in netta antitesi, perché quasi asettica, allo stile nostrano. Ma in definitiva, chi può dire come sarà la scuola tra vent’anni? E soprattutto come la vorremmo veramente?

NOTA TECNICA: il racconto riesumato ha due velocità e risente di un certo ingombro delle considerazioni del narratore.

NORMA

 

UUUUUUUUUUUUUUUUUUUuuuuUUUUUUUUUU

UUUUUUUUUuuuuuUUUUUUUUUUUUuuuuuuuuuuuu

 

 

L’allarme della scuola martellava.  Note lunghe e brevi partivano dalle colonnine nere bordate di giallo presenti su tutti i piani. Una traccia illuminata indicava il luogo da raggiungere tempestivamente. 

 

Norma non perse la calma.  Sapeva  che questa volta  non  si  trattava di  incendio e  nemmeno di allagamento.

 

La sua  foto, luminosa e di ottima definizione, campeggiava all’albo affisso nell’atrio centrale,  accanto  a quella della dirigente provinciale, della vicaria, del personale di servizio al completo,  ciascuno con le proprie riconoscibili divise, realizzate da giovani stilisti emergenti, in tessuti innovativi e colori personalizzati, di carattere spiccato oppure neutri ma mai insignificanti.

 

E il vedersi lì nella bacheca,  al suo posto,  le  conferiva  oltre che un  netto senso di orgogliosa appartenenza, la giusta e puntigliosa determinazione ad agire per fronteggiare le emergenze.

 

Si guardò nell’immagine patinata per l’ennesima volta, sorridendo sempre un po’ per quella pettinatura datata a ciocche scomposte che le  incorniciava il viso rendendolo spinoso, effetto-istrice, quando ancora il suo volto era più paffuto, qualche chilo fa.

Ora  il suo stile era, secondo la tendenza del momento, più morbido, sobrio e leggero. Si aggiustò quasi impercettibilmente  la  postura  della schiena  e  del  collo, e  corse  a  passi  brevi fin giù  per le scale.

 

A metà strada tra il piano terra e il sottosuolo, in area TS6, una biondina con gli occhi scuri  ravvicinati e il naso prominente, respirava a fatica, in preda a una crisi di panico.

 

Stava schiacciata contro il muro e teneva distanti tutti rantolando e soffiando sbuffi di alito rumorosi, con uno sguardo curiosamente autoritario che non implorava soccorso.

 

Ma Norma non poteva esimersi dalla sua funzione. L’avrebbe esplicata con la discrezione e la precisione che la contraddistinguevano. Si fermò solo un istante per inquadrare la situazione e instaurare a distanza un contatto privilegiato con lei, per poterla aiutare senza spaventarla o destabilizzarla ulteriormente. Cercò invano di intercettare un lampo di significato nei suoi occhi.

I presenti erano distaccati e praticamente immobili. Molti masticavano la gomma, con le mani piantate ostinatamente in tasca, neanche tanto scossi in apparenza, nel loro abbigliamento più omologato che mai,  e perciò rassicurante.

 

Norma pensò che fosse assai meglio così: affetti da un’indifferenza variegata di contenuta  tensione, piuttosto che esagitati, sovreccitati e incontrollabili.

 

Sembrava  che inconsciamente,  gli studenti del  Sesto  Liceo  Tecnologico,  rispondessero a  un  comando  inespresso. Se ne compiacque.  E, con un  rapido gesto, li  allontanò  definitivamente.  Essi  sfollarono  in  un  brusio  indecifrabile.

Somministrò un sedativo alla ragazza, secondo la prescrizione medica ricavata dal suo braccialetto elettronico identificativo. La consegnò infine alla commessa di turno in infermeria, BD13, di comprovate competenze e notevole pratica.

 

La studentessa fu trattenuta nel salottino Verde Clorofilla, cosiddetto non per la tappezzeria del divano, ma per la presenza di rigogliose piante ben ramificate e intricate, selezionate e curate con profitto dagli iscritti ai corsi di botanica, orticoltura e giardinaggio, meritevoli di una menzione speciale alla penultima edizione  di Verde Vivo Indoor.

 

Si concesse  una  pausa,  prima di  compilare  la  scheda  informativa  relativa  all’accaduto. Aveva memorizzato i fatti, in sequenza fotografica, come di solito faceva. Così era la sua vita da qualche tempo: metodica e ordinata.

 

Mentre usciva, le voci  teoricamente  in simultanea  delle video-conferenze  risuonarono,  le parve,  con una lieve sfasatura di tempi.

 

Riattivò il suo telefono personale quando fu nel piazzale e solo per pochi minuti, sperando di ricevere la comunicazione che aspettava.

 

Intanto assunse delle praline rosa con il centro gelatinoso e fresco, vitaminizzate, agli estratti di frutti e arricchite di fibre. Duravano a lungo e lasciavano la lingua delicatamente impastata, con un senso di sazietà invincibile.

 

Quel preparato l’aveva salvata dall’obesità, così aveva potuto partecipare alla selezione e all’addestramento per Operatori  dell’Educazione  Pubblica, per cui un requisito fondamentale era l’agilità, attestata,  tra l’altro,  da un indice di massa corporea tra otto e nove punto quattro della  nuova  scala  Zong, entrata in vigore nel 2026, in sostituzione  della  vecchia  e  obsoleta  Weber – Gluecksein.

 

Nessuno avrebbe indovinato facilmente l’età di Norma: sessantotto anni, tutti. In occasione degli Incontri degli Operatori e Specialisti dell’Educazione, aveva passato anno dopo anno, puntualmente, il complesso test di idoneità psico-fisica. Di questo si compiaceva particolarmente Eric.

 

Norma lo aveva visto la prima volta quando fu necessario un secondo collaudo all’impianto satellitare integrato.

 

Non sarebbe stato suo il compito di accompagnarlo, ma insieme alla disattivazione delle mappe dei tracciati interni, rese illeggibili dal danno contingente, un fatto assai più grave la obbligò a prodigarsi: l’addetto, normalmente presente nell’edificio in orario di servizio, non era reperibile.

Norma, anche se piuttosto contrariata  per l’inconveniente che abbassava lo standard di qualità stabilito e certificato,  niente affatto facile da mantenere,  rese possibile al tecnico e alla sua squadra l’accesso al tetto.

 

L’aria quel giorno, era piuttosto densa di particolato sottile. L’impianto di monitoraggio lo segnalava analogicamente con i picchi visualizzabili nei diagrammi che passano sui monitor, in tempo reale. Eppure, la luce che attraversava il malsano miscuglio, aveva assunto in quel tardo pomeriggio di aprile, delle tonalità di colore gradevoli a vedersi e difficili a dimenticarsi.

 

L’umore  alterato al quale non era abituata, per se stessa, aveva predisposto  Norma, in  un  certo qual modo, al  passaggio,  per non dire a una vera e  propria  invasione  barbarica, disordinata e capillare, di nuovi  stimoli dall’esterno e il suo usuale autocontrollo era sceso pericolosamente.

 

A Eric, che per non perdere il lavoro durante il periodo di precariato aveva sviluppato una grande ed esclusiva capacità di concentrazione su placche e circuiti da controllare e da riparare, la vulnerabilità crebbe per altre ragioni.

 

La deprivazione dal sonno e il senso di pressante vuoto allo stomaco lo avevano assalito dopo svariate ore di straordinario, cosa che accadeva di rado a dire il vero,  dandogli  persino  delle  vaghe  allucinazioni  uditive.

 

E quella volta, tra lui e Norma, spostati dai binari dei loro ritmi di lavoro consueti, si stabilì un contatto immediato e inaspettato, che li proiettò in uno scenario possibile di vita a due.

 

In fondo, la mattinata non si poteva definire particolarmente impegnativa. L’anno scolastico stava volgendo regolarmente al termine, prima della pausa estiva. E per rinnovata tradizione, gli operatori dell’educazione si preparavano a stilare una dettagliata  relazione finale, che sarebbe  convogliata in una sintesi  da  presentare all’annuale  congresso.

 

L’episodio della ragazza assistita per crisi fobica, rappresentava per  Norma un fatto scontato, ma non trascurabile, beninteso, essendo ormai  piuttosto frequente nell’ambiente scolastico assistere a tali manifestazioni di disagio, di riporto quasi sempre, ossia  generati  più  che  altro  da  fattori  esterni  alla  scuola.

 

Si  ricordava  perfettamente  dei  disordini del 2009, dopo i quali il governo dell’epoca  aveva istituito una Commissione Speciale per il Riordino degli Istituti di Istruzione Secondaria Superiore.

 

Dalla sperimentazione alla attuazione generalizzata del Progetto IQ180, il passo fu di un quinquennio, non di più,  per il consenso ampio e diffuso che in definitiva  raccoglieva  il protocollo stilato a livello interregionale. I tempi, considerata  la  materia  delicata e  scottante,  erano stati  incredibilmente  rapidi.

 

Il coordinamento nazionale aveva lavorato alacremente per tradurre in termini universalmente comprensibili la stringente necessità di agire nell’ambito del recupero di quella parte nevralgica della società che si rischiava di deteriorare irreversibilmente e perdere.

 

Partirono campagne di sensibilizzazione, realizzate sinergicamente da esperti di  settore e  guru della comunicazione sui  grandi  temi  sociali, che  poi  non erano diversi da quelli che studiavano il marketing delle merci dei supermercati, si sa.

Fu così che Norma con pudore si definiva, quando glielo chiedevano per monitorare l’attuazione del Progetto, testimone di un evento storico. Perché aveva visto da vicino una trasformazione sostanziale della organizzazione scolastica.

 

Aveva assistito ad un passaggio epocale, al quale aveva dato lei stessa con il suo entusiasmo e il suo slancio, un contributo significativo attraverso la realizzazione di iniziative volte a diffondere le motivazioni ad assumere per buono e decisamente conveniente il nuovo corso delle cose.

 

La sua impostazione era quella tipica dell’impegno volontario, già maturato negli ambienti della prevenzione e della cura delle disfunzioni alimentari, lontana dalla logica del guadagno economico. – Che stupida – si diceva talvolta – chi me lo fa fare…

 

Al centro del rinnovamento, l’aspetto più eclatante del  progetto,  dunque, era stato il lavoro degli insegnanti, così esposto all’usura e allo stress psico-fisico: poteva e  doveva  essere  trasformato,  non  v’era  dubbio.

 

La  gloriosa  classe docente che non aveva lasciato la trincea nei tempi caldi,  era  già stata  decurtata  da  decine  di  migliaia di  pensionamenti, solo in minima  parte rimpiazzati, e perciò ridotta ormai a livelli tali da non poter sopportare  un  così  penalizzante  rapporto  numerico  insegnanti/alunni.

 

Una  brillante intuizione, non del tutto originale a dire il vero,  permise di  utilizzare le tecnologie disponibili per compiere un salto di qualità: gli insegnanti furono delocalizzati, si potrebbe dire, o  virtualizzati,  per  usare  una  terminologia  più  comune.

Oggi come allora, la realtà percepita come più reale, e accettata come tale, è  quella che  passa  per  un video.

 

Un  fascio di luce a  impulsi  rapidi  investe chi ci sta di fronte. Al bombardamento delle immagini possono anche seguire più o meno ampie pubblicazioni  stampate, certamente, ma che il pubblico richiede sempre meno, e in grande misura solo se distribuite gratuitamente…

 

Altre forme di comunicazione erano diventate, come si usa dire, di nicchia. Non vi era scampo: la scuola doveva competere con il mondo della pubblicità e  della  propaganda,  utilizzare  gli  stessi  strumenti!  Per  sopravvivere.

 

La trasmissione di immagini in formato pressoché ciclopico con colori artificialmente caricaturati o ri-bilanciati opportunamente, infatti, e lo riferivano noti neurologi e psicopedagogisti, mette gli spettatori in uno stato di mite permeabilità alle informazioni. Allo stesso modo, le giovani spugne assorbivano le lezioni scolastiche.

 

In pratica gli insegnanti della nuova era, parlavano in diretta ma a distanza, potendo anche interagire con gli interlocutori in spazi a ciò dedicati, da aule dotate di strumentazione adeguata per la proiezione di diapositive e quant’altro  fosse necessario per la realizzazione  degli obiettivi didattici.

 

Apparivano  su  grandi  schermi  avvolgenti,  installati in padiglioni studiati appositamente, negli  arredi  modulari ed essenziali, per suggerire una pacifica e gradevole  coesistenza  di raggruppamenti umani anche folti, e predisporre ad un  efficace apprendimento di tutte le discipline previste dalla programmazione, comprese quelle che  erano state istituite ex novo,  rendendo la  riforma nella sua attuazione, piena  e  trasversalmente  condivisa.

La scuola era diventata un luogo di scambio continuo: aperta sedici ore su ventiquattro, per quanto fossero possibili aggiustamenti locali grazie alla già sperimentata autonomia amministrativa, si percepiva nettamente come sede di osmosi reale tra le parti che compongono la società.

 

L’ordine nipponico che vi regnava faceva impallidire coloro che non lo ritenevano fisiologicamente possibile in un contesto storico-sociale nostrano: l’edificio era  collegato in tutti i suoi ambienti interni ed esterni, a centraline di controllo delle forze dell’ordine e della protezione civile, per garantire buoni livelli di sicurezza,  oltre che con centri di ricerca popolati di specialisti osservatori.

 

Altri soggetti, prestati occasionalmente al mondo della scuola, riferivano delle loro esperienze lavorative, creative, imprenditoriali e di impegno politico e sociale, affiancandosi o alternandosi ai docenti incaricati.

 

La scommessa vinta dai riformatori, anzi si dovrebbe parlare di riformatrici, dato che si è trattato di donne, consisteva nell’aver puntato su una forma di alta responsabilizzazione dell’utenza. 

 

Si innescò un processo virtuoso che con qualche fatica naturalmente, riprese le linee di una certa autodisciplina, rafforzata dalla partecipazione rituale al fenomeno collettivo, composito nei suoi vari aspetti, detto globalmente e sinteticamente, SCUOLA.

 

Le figure dei docenti, confinate, secondo alcuni, o per meglio dire, trasferite d’ufficio e collocate nei loro fortini senza indirizzo, avevano assunto provvidenzialmente funzione stabile di  Icone  del  Sapere, il cui carisma  risultava automaticamente amplificato al pari delle loro dimensioni sullo schermo.

 

A condurla, la battaglia dell’educazione e dell’istruzione pubblica sul campo, bisogna sottolinearlo, erano persone come Norma, calate con tutte loro stesse nella realtà viva e pulsante, ben lontane nella forma e nelle funzioni, dalle figure svuotate, lente e sbiadite degli insegnanti del passato col registro in mano, i libri e la penna rossa. 

 

Quelli erano rimasti per decenni incerti tra l’assumere, vittimizzandosi, l’atteggiamento di soldatini fiaccati, perdenti in partenza e sviliti, quali alcuni realmente erano, e quello di irriducibili condottieri di popoli studenteschi allo sbando, ma pronti al riscatto dopo le vessazioni e lo scredito…

 

Norma  apparteneva  ad una  categoria di specialisti  con  le  idee  chiare  e  la  capacità  di  tradurle  concretamente:  sapeva  creare  fiducia  intorno  a  sé.

 

Ed era diventata, assieme ad una nutrita schiera di colleghi, Assistente della Crescita Emotiva e Culturale, processo che risulta sia per chi lo  viva  che per chi  osservi,  facile  e  difficile,  naturale  e  innaturale,  al  tempo stesso.

 

Si era interrotto, con l’attuazione del Progetto, un penoso circolo vizioso di dispersione e vacua contestazione.

 

La scuola stava colando a picco ma aveva risalito la china e, non proprio tappando le falle alla bell’e meglio, ma in seguito ad un intervento strutturato  realizzato. Teneva.  Per amore o per forza.  Lo si poteva affermare a buon titolo.

Essa ricominciava ad offrire, in veste totalmente rinnovata,  una sponda per l’approdo di milioni di giovani cittadini, certamente disorientati dalla crisi della famiglia istituzionale, e non solo.

 

Tutte le metafore spese per definirla nel passato qui coagulavano: la fabbrica, il laboratorio,  la palestra,  il centro sociale, il parcheggio, il bar…

 

Prenderne atto fu il primo passo per la salvezza. Per il recupero, appunto. E da lì si era ripartiti.

 

Il telefono squillò.

 

Norma si scosse con un brivido da un freddo torpore, e in virtù di quello si accorse di essersi subito scaldata un po’. Era Eric.

 

– Ce l’ho fatta! – esclamò – Ho le ferie  per la prima di luglio! –

– Wow! – rispose – Allora ci sei!  Chiamo subito  per  disdire la singola e prendere una camera doppia … sei sicuro di non annoiarti, è sempre un congresso…  per una settimana non posso scappare… sono contenta… semmai portati la canna da pesca…

 

– Eh… certo! Insieme al resto… dopo però, come promesso… si fa il tour della regione… –

– Sì, sì… normale, ci tengo… –

– Oggi, bene? –

– Sì, sì … niente di eclatante… cosa facciamo da mangiare stasera? –

– Ma non c’era la  Festa degli Aromi allo Spazio Civico? –

– Ah, giusto! Si va, si va… così compriamo qualcosa… e c’è anche lo stand della Sicurezza… –

– Ma sei fissata! –

– Ah, ah, ah! Eh, beh… sono o non sono una … Specialista? –

– Sì, e io il tecnico dei tuoi stivali!!! –

– No, sei bravo, l’ho sempre pensato, lo sai… sei un genio, a tuo modo… –

– E… hai ancora bisogno di un esperto come me… –

 

– …che mi aiuti a confezionare la presentazione per il congresso! Non è il caso che tu me lo dica tutte le volte… ti sarò grata in eterno! … dài, vado… devo rientrare… a dopo… dà da mangiare al pesce se arrivi prima tu, che mi sono dimenticata… –

 

– E annaffio, che l’impianto s’è bloccato… anzi, se  tardi, faccio in tempo a metterci le mani… forse… non ti prometto niente… –

– Poi, ho in mente qualcosa da modificare nella relazione… ti dirò… ciao Er… –

– Va bene, ciao No… –

 

Rientrando, passò dal salotto Verde Clorofilla. La ragazza si era addormentata, come previsto.

 

L’incaricata alla sorveglianza le riferì che aveva borbottato qualcosa, ma non  le  pareva  che  fosse niente  di  particolarmente interessante: ce  l’aveva  con uno… Doveva esserci stato uno scontro o qualcosa del genere…

 

Norma  si  ripropose di parlarne a breve  con la ragazza stessa. E in seguito avrebbe preso una decisione sulla opportunità di interessare altre figure del Sistema Educativo.

 

 

Sebbene  le  si  riaffacciasse  l’idea che  quello  era  stato un episodio banale,  non  riusciva  a  mandare  fuori  dalla  sua  testa  dura  il  pensiero  che, in fondo, la sicurezza,  nella scuola  come  in  tutti  gli  ambienti, pubblici o privati che fossero, dipendesse, ovviamente da molte variabili, non solo di tipo strettamente  tecnico, e  che  bisognasse  dare  ancora  più  rilievo al  cosiddetto fattore umano.

 

I piani di evacuazione, le scale antiscivolo, le uscite facilitate, la disponibilità di aree attrezzate per il soggiorno forzato, la predisposizione di tutti i sistemi di allarme,  di sofisticate sonde per il rilevamento di fumo o acqua erano ossessivamente  controllate  e  piuttosto  efficienti  in  effetti.  Lo si  era  già  provato in  diverse  drammatiche  circostanze, ma non  avrebbero  mai  tolto  agli  eventi,  quel  margine  di  libertà  all’errore  creativo  tipico  della  nostra  specie. 

 

Nessuno accetta di soccombere alle catastrofi e neanche di cadere in trappole autoprodotte: indipendentemente dall’origine dei problemi, siamo naturalmente coinvolti nella ricerca di soluzioni che ci facciano annaspare fuori dall’acqua  e  aggrapparci  a  un  salvagente!

 

Tra  i fattori che  Norma  credeva di  avere  individuato  come  importanti  per migliorare la sicurezza, oltre che il benessere, a scuola in particolare, vi era,  non  sapeva  ancora  bene  come  definirlo, una  sorta  di necessaria  coesione tra componenti interne ed esterne all’ambiente scolastico. Un elemento astratto per eccellenza. Su cui  si  poteva  lavorare di più.

 

Non era però da confondere con la capacità di collaborazione, che all’occorrenza non mancava, o alla disponibilità  anche economica,  che diverse famiglie o altri soggetti esterni avevano in più occasioni già concretamente manifestato.

 

Prima di lasciare il lavoro, controllò i quadri e passò le consegne. Puntuale, si avviò verso casa.

 

 

STASI e MAX AUB

maggio 2, 2009

UN MONDO DI IMPUNITI

…ho acciuffato al volo il libro più piccolo e sottile che c’è l’altro ieri prima di partire e l’ho infilato nello zaino (se devo essere sincera, perché è anche questo il tema del post e non posso nemmeno permettermi di omettere a questo punto, ho con me anche un saggio trascinato da mesi, ma qui mi riferisco alla lettura come puro intrattenimento – poi si può discutere e speculare all’infinito su cosa sia puro e cosa sia intrattenimento…), e questo fascicoletto di poche pagine con la copertina blu ruvida contiene una raccolta di dichiararazioni di assassini in fase di ammissione dei loro delitti.

Libretto nello zaino, radio accesa in auto. Notizia del giorno (giovedì): rinviata la sentenza sul delitto di Garlasco per ulteriori approfondimenti. Prenderà o non prenderà 30 anni? Innocentisti, colpevolisti e garantisti attendono. Sulla spiaggia di sabbia fine di Marina di Pietrasanta, metto la mano nello zaino per cercare qualcosa e ripesco assieme alla vecchia radiolina a cuffiette il piccolo libro blu, ancora ignara del suo contenuto. Di solito sono consapevole della provenienza dei libri che popolano la casa ma questa mi sfugge decisamente: non  è un regalo, non è un acquisto, non è un ritrovamento di passalibro… mah! Forse un omaggio della biblioteca…? In ogni caso, leggo.

Sulle pagine dei giornali le foto di quell’essere biondo e azzurro come un principe del male, altro che favole e principesse! Che ne sarà della sua intrapresa carriera di esperto in economia e finanza? Figurerà negli annali della prestigiosa Università Bocconi con la sua fotolina bionda e azzurra e occhialinata, tra i tanti united colors of… studenti e studentesse, si diceva una volta, rampanti? Io mi vergognerei. Collega di Stasi… Che macchia, che discredito!

Le dichiarazioni degli assassini di Aub, sono semplici e sublimi.

Le negazioni della realtà, le bugie, le mistificazioni degli indiziati, imputati che sono passati (e ripassano sempre nelle trasmissioni di info-distrazione di massa!) in carrellata sui nostri teleschermi negli ultimi anni, sono di una perversione insopportabile. Seguono il trend della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica: non ammettere mai di aver messo le mani nella marmellata e continuare a sorridere! O se sei un  assassino, piangere di cordoglio per il morto al suo funerale…

Se Stasi fosse innocente, farebbe schifo lo stesso.

Saluti da Colle Wanda, Massarosa

(NON) MI SON DISTRATTA!

marzo 15, 2009

Ma quanto mi sei mancato, blog!

Nel frattempo, ho messo in pista diverse letture.

Mi sono rifiutata di assecondare il consiglio sperticato della Emma e di Penelope (mie amabilissime compagne del www.giovedi.org ) di leggere Stieg Larsson, dopo averlo almeno assaggiato nelle prime pagine di uno dei ponderosi tomi circolanti pare tra il popolo degli insonni… e mi sono trincerata dietro le mie ‘colture’ da utente di piazza Sicilia.

W LE BIBLIOTECHE!!!

Oltre al già citato STORIE DI MIA ZIA (e altri parenti) di Ugo Cornia, di cui mi sono lasciata sorprendere di fronte allo scaffale delle novità (e che delizia avere in prestito un libro ancora intonso!), ho per le mani i seguenti prodotti editoriali:

COME NASCONO LE IDEE di Edoardo Boncinelli;

LA RAGAZZA DELLO SPUTNIK di Murakami Haruki;

TANA PER LA BAMBINA COI CAPELLI A OMBRELLONE di Monica Viola;

CONTRO L’ETICA DELLA VERITA’ di Gustavo Zagrebelsky.

Trovare il nesso, le coincidenze, le convergenze, gli apparentamenti tra scelte apparentemente o nettamente casuali è

la mia passione!

Notare: le parole chiave nei titoli sono BAMBINA-RAGAZZA e IDEE-VERITA’ …e di che parlano se non di crescita e ricerca?

Precisazione: TUTTO HA UN MERAVIGLIOSO NESSO!!!

Allora dicevo che proprio Larsson, per quanto la sua conoscenza occasionale non mi dispiaccia perchè, onore al merito (postumo visto che è scomparso 50enne per improvviso malore nel 2004), c’è sempre da chiedersi cosa determini un fenomeno così diffuso, non me lo filo!

E mentre ero alla rocca di… nel vicentino lo scorso WE, mi sono scompisciata dal ridere nel pieno della

lettura ad alta voce

della saga della famiglia di Ugo C. (non perdetevi la storia delle signorine Boh non ricordo il cognome e del pranzo dell’epifania con i quadretti in brodo, storia molto padano-emiliana e testimonianza storica di costume degli anni sessanta o giù di lì…).

Traggo da Boncinelli:

NELLA NOSTRA MENTE UN’IDEA TIRA L’ALTRA E DI IDEA IN IDEA SI PUO’ FARE IL GIRO DI TUTTO QUELLO CHE ABBIAMO DENTRO. QUESTO E’ IL CONCETTO DELL’ASSOCIAZIONE. LE IDEE NASCONO DALLE SENSAZIONI, DALLA RELAZIONE CON L’AMBIENTE IN UNA SERIE DI COMBINAZIONI.

…uffa con queste -zioni!!!

LE IDEE SI SOMIGLIANO. TRA IDEE C’E’ CONTINUITA’ (ma anche prossimità e opposizione…) NEL TEMPO E NELLO SPAZIO. TRA LE IDEE SUSSISTE UN RAPPORTO DI CAUSA-EFFETTO.

il dato sensoriale (transitorio) genera la chimica mentale e innesca l’ideazione o la disposizione verso di essa (permanente), colmando le lacune e le soluzioni di continuità riscontrabili nel flusso sensoriale, nella costruzione del senso del passato e del futuro.

– wow, che ideona! –

(Ma io mi concentrerei ancora un po’ sul presente… cat gnisss! Due cose e chiudo: tra i blog visitati nelle ultime ore ho trovato speciale THE DRUNK SIDE OF THE MOON, che ben si attaglia sull tempo presente, sui teneri golfismi di mio marito e mio figlio negli scenari di pianura e prima collina di ARGENTA e RIOLO TERME, e …special thanks to J per la lettura AD ALTA VOCE!)

Da qui ripartiamo.