Posts Tagged ‘persecuzioni’

IMMERSI NELLE PERVERSIONI

Mag 27, 2011

Come uvette e canditi nel panettone.

Il 50% delle pensioni è sotto i 500 euro, l'80% sotto i 1000. Le auto blu sono state incrementate di 50.000 unità nell'ultimo anno.

COMMUNITY

marzo 16, 2010

Spesso faccio riferimento a RADIO 3, che è per quanto riguarda i media, la mia community. Aderisco; mi ci riconosco; gioisco (quasi sempre) di quel che sento.

Una annotazione. Elettoralmente parlando non facciamo paura: siamo critici, ma pochi.

Le trasmissioni tv invece sono state oscurate. La tv infatti sposta. I voti.

Non possiamo confrontarci, ragionare, scambiare opinioni.

E dato che in Italia, la tradizione di voto dà una certa garanzia di continuità, se non disturbi l'elettore, lo induci, nel suo placido torpore a continuare a votare per quella stessa bandierina (stinta, macchiata… o patinata?) delle passate elezioni.

Vietato perturbare l'ordine, vietato muovere le acque. Sennò il torbido torna a galla, affiora.

SHHHH! Silenzio, si vota!

SHOAH: parlano solo gli addetti?

gennaio 27, 2010




A chi è affidata la narrazione dei fatti? Ai testimoni diretti ancora in vita o ai loro discendenti, ai biografi, ai portavoce, agli storici.

Un passo indietro. Quando negli anni ’70 o ancora negli ultimi del decennio precedente si accennava, in ambito informale, alle persecuzioni e allo sterminio, cui aveva dato la sua adesione per vincoli di alleanza l’Italia fascista, si respirava un certo imbarazzo. Si toccava infatti il disagio di chi per non aver manifestato dissenso, si sentiva in fondo complice, in maniera indicibile, vittima della propria indifferenza. Pochi erano quelli che potevano veramente vantare di aver preso una netta posizione contro, in un clima di connivenza generale. Era la dittatura a imporlo, si potrebbe sostenere… Il regime omologava la massa (la storia si ripete con alcuni aggiustamenti), ma dopo 25 anni di revisionismo più o meno spinto anche a livello individuale, non si poteva certo far finta di essere stati degli eroi.

La mia percezione di bambina era legata alle storie ripetute con circospezione, in famiglia o dintorni. La prima girava attorno all’azione del nonno che aveva nascosto un’ebrea, tenendola a rischio della vita di tutti i famigliari, dietro un armadio in un camerino, dove mia madre le portava da mangiare e le faceva compagnia, seppure controvoglia, dal momento che la donna pare non fosse così amabile. Carattere chiuso e indisponibile. La  aiutarono a salvarsi dalla forbice razziale. Mi domando se il racconto come mi è pervenuto, non sia stato romanzato o viziato. Da cosa non è facile dire, in ogni caso il nonno meriterebbe un posto nel giardino dei giusti, questo è accertato.
Questo frammento di storia della famiglia non è mai stato sbandierato e oggi non saprei nemmeno a chi rivolgermi per saperne di più, in termini di autentica ricostruzione. Che tanto ci farebbe bene, che tanto manca.

Il secondo trancio di vita segregata a causa delle leggi razziali è connesso con il mio ricordo di un braccio. Il braccio forte del papà di una mia compagna di scuola e amica. Ultima di cinque fratelli, rosso biondina e coperta di lentiggini, abitava sul lato opposto della via. Giocavamo molto e molto bene; eravamo abili sceneggiatrici di teatri di grandioso realismo, compresa la rappresentazione di scene di guerra, infarcite di elementi carpiti più che raccolti dalla voce delle persone che l’avevano vissuta. Faceva il giardiniere e lo si vedeva lavorare nelle aiuole del quartiere. Come’ero curiosa di vedere quel numero sul braccio! Da quando l’avevo saputo 
desideravo vederlo e sentire, sentirlo parlare di quella storia terribile dei campi di prigionia, da cui molti altri non son tornati. C’era un nesso tra quel braccio e l’idea di libertà di mio nonno!
Ma non si poteva chiedere, era tabù. L’operazione del racconto era come riservata ai partigiani conclamati che presenziavano alle ricorrenze con pezzi di divisa, medaglie e stendardi. O non c’erano le parole per dirlo. Nella vita reale, di tutti, e di tutti i giorni, la convivenza tra gli uni, i partigiani antifascisti veri, gli altri, gli indifferenti aderenti passivamente al regime fascista, la massa, e i fanatici aderenti attivamente, c’era quel grave imbarazzo dovuto alla prevalente volontà di coesistere, dopo una lotta civile estenuante. Una volontà difficile e pertanto muta, zittita dalle intenzioni del cuore più che dalla ragione. Tutti incrociandosi per strada sapevano di che colore erano o erano stati. Molti ingrigendo, si sono stemperati. L’idea che chi fosse stato fascista lo volesse camuffare per convenienza era netta. L’idea che chi non avesse dato un particolare contributo alla lotta contro il nazifascismo e si titolasse di meriti inesistenti poi, era altrettanto plausibile. Il faticoso rimescolamento delle carte avvenuto in epoca di ricostruzione e di ripresa economica, è all’origine della politica confusa, approssimativa e opportunistica che contraddistingue tuttora questo paese. Molti tentativi di fare chiarezza sugli avvenimenti laceranti dell’epoca sono stati soffocati o mal condotti. Poco o molto che emerga dalle polveri, in un modo o nell’altro si diluisce in un mare di distrazioni messe ad arte sulla piazza mediatica.

Non posso tacere di occasioni mancate nella scuola per ricordare. Posso citare insegnanti che il 25 aprile si ritrovano improvvisamente smemorati, ma presi dai propri strettissimi interessi privati, genitori e nonni che il 27 gennaio preferiscono sorvolare; gli altri giorni non è nemmeno richiesto.

Se io che festeggio come l’Unità d’Italia, non i 150, ma i 50, mi ricordo di aver sentito raccontare e sento il bisogno di riaprire il capitolo, quelli che hanno 60, 70, 80, 90 anni di cosa parlano? Di calcio? Di vestiti alla moda?