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CAROSELLO E LA QUESTIONE DI GENERE

aprile 28, 2013

Pioveva e ci siamo rifugiati in una chiesa. E’ sempre di fatto interessante scoprire le architetture e le opere d’arte mobiliare che si conservano all’interno di tali edifici e entrarci pare sempre comunque e quantunque un atto di devozione profonda alla bellezza e alle multiformi espressioni dell’arte, dello spirito e dell’intelletto umano. Sorpresa. Un prete nei suoi paramenti stava officiando il rito della messa, in un’ora del giorno che non ci si pensa… Una cinquantina, i presenti seduti in vibrante silenzio e intenti ad ascoltare la predica. Tranne uno che, prima della conclusione, distratto dal rito ma attento a tutte le altre variazioni ambientali, in attesa trepidante del momento opportuno, si sarebbe poi strategicamente appostato all’uscita per tendere la mano e raccogliere le elemosine: un barbuto scuro dallo sguardo vivo. Barbuto ma opalino, seppure non vecchio, era anche l’officiante. Stava dando un occhio agli appunti che aveva evidentemente costruito con estrema diligenza allo scopo di elaborare per i suoi fedeli un discorso ben fatto: meritorio. Ma pare strano che colui a cui si attribuisce grande dimestichezza con le sacre scritture e tutti i commenti e le obiezioni che in corso di monologo possono anche auto-sorgere, perché no?, debba seguire una traccia così fitta e rigida! Gesticolava in una maniera studiata. Puntava il dito minaccioso un po’ tremante… Agitava in alto le mani sporgenti dalle ampie maniche bianche bordate d’oro. A osservare i visi degli astanti si scorgeva una blanda fascinazione piuttosto intristita anche dalle battute non riuscite con cui l’essere incaricato della predica intendeva infarcire il suo discorso per stemperare la pesantezza del monito che stava trasmettendo. Bocciato. Bocciato per l’inefficacia della comunicazione. Rimane da rilevare che il contenuto sarebbe stato anche apprezzabile e condivisibile, in due parole: il tema della Solidarietà, della Cooperazione e dell’uscire da Sè e donarsi agli Altri, al Bene Comune. Fantastico, caro padre! Ma la conclusione, nonostante gli appunti, non si configurava agilmente… Ti stavi perdendo nel tuo stesso bichier d’acqua… Alla fine, con un debole colpo di reni, hai scelto una chiusura. Che da predicatore quale vorresti essere, con tutto quell’agitarsi di braccia -chiusette, ad onor del vero, verso i gomiti (ah, il corpo parla!!)- avrebbe dovuto quasi strappare aleno un applauso, e invece no. Sei caduto quando hai usato una sola, e cruciale, delle seguenti parole: in questo modo… bla bla ..solidarietà.. bla bla ..diventiamo uomini! UOMINI?? Oggi non possiamo più far passare la parola per comprensiva del genere femminile, le DONNE (queste sconosciute?), adducendo che si intendeva qui parlare di UMANITA’. No. Se tu avessi completato il tuo pensierino aggiungendo ..e DONNE (estrema interpretazione ma illusoria: l’egoismo è più tipico dei maschi mentre alle donne non bisogna suggerire di essere generose perché già si sfiancano… mah!), avresti dato un segnale importante che poteva anche umanizzare, empatizzare e meglio far presa sul pubblico, cosa che ti affannava assai! La scelta dei termini è importante. Può fare la differenza tra un faticoso arzigogolato predicozzo e una vera brillante predica. Un esercizio retorico mancato!