Posts Tagged ‘racconti’

FERDINANDO SI SCHERMISCE

novembre 24, 2010

L'ho visto. Da vicino! Alla prima de Le Signorine di Wilko. LUI è l'ATTORE.

Leggo da L'ARMADIO A NOVE ANTE, 2004, un brano che lo cita: 

 
 
[…] Quella stessa sera le telefonò Tatti. Regolare, erano passati quindici giorni. Tutte le volte che chiama comincia così: Giuliaaaa? Stai bene amore mìììo? Domani penso di riuscire ad avere una mezz’oretta… esco da scuola, mangio un panino e passo da te, eh? Ti chiamo quando sto per arrivare… pronto, mi senti? Ti trovo domani, vero? Ci sei alle tre? Pròònnnto? Ma perché non rispondi? Ho avuto una montagna di compiti da correggere in questo periodo… Giuuuuulia?… A domani, allora… eh? ..ciao.
 
Un fossile vivente. Una parte della sua coscienza storica degli ultimi quindici anni. Da quando seppe in modo drastico, diretti verso il capolinea del quindici in piazza Diaz, che era incinta. Corri tu, e digli di aspettare… io non posso… Che cos’hai, stai male? Sei pallida… Silenzio. La guardò con aria solenne tutto il viso, standole esattamente di fronte e tenendole a tenaglia le spalle. Silenzio. Il secondo lo fai con me. Intesi? Il tram era partito e ci fermammo in un posto a bere. Non c’era l’ombra d’altro avventore. Un ragazzo in camicia bianca, gilet e farfallino nero stava dietro il bancone. Li servì sporgendosi leggermente, mentre uno meno giovane poco distante, apparentemente distratto aveva costantemente un occhio rivolto a loro. Armeggiava disponendo rumorosamente le tazzine e altri oggetti in un cestello. Tutto divenne più lento, poi. E Tatti la seguì fino al termine della gravidanza ben più del ginecologo. Come spesso accade in questi casi, dopo la nascita del suo, nel volgere di breve tempo, al pari di una malattia incubata dopo l’inevitabile contagio, alla donna che gli stava intorno da mesi e gli teneva genericamente compagnia dopo la scomparsa dell’altra, la precedente, più significativa ma perduta, si gonfiò la pancia. Il fratello di lei si era così presentato, con la divisa d’ordinanza, al professore e avevano deciso amichevolmente di regolare i conti con un matrimonio civile nel mese di maggio. La bambina nacque quattro mesi dopo.
 
Nei sogni di Tatti compariva spesso. Ventiquattro telefonate all’anno. Dodici visite a casa, all’ora del caffè pomeridiano. Trimestrali incontri a teatro per le prime. Un mito. L’attore cioè, Ferdinando Bruni (mica Tatti) piccolo e portentoso! Con lui, seduti sulle poltroncine rosse di velluto, assumendo la forma della coppia affiatata e consolidata, sublimiamo molti dei nostri desideri. Ma che fai, dormi? Uhm, crollo… Sì, perché ogni volta prima di abbioccarsi un guizzo ce l’ha. Mi prende la mano destra  ché di solito mi metto a sinistra, me la bacia con i baffi che ne spazzolano umidi e inquinati di combusti del tabacco, il dorso. La ritraggo quasi sempre subito con la scusa che non è quello il luogo. Ma alla fine, invece, perché no? Per rimarcare l’inopportunità del gesto, me la riafferra e la orienta in direzione del pacco, come lo devo chiamare, verso il pantalone insomma, nella zona cerniera. Uffa! Gli altri spettatori in modo inatteso diventano loro malgrado spettatori anche nostri, che no, non ci pensavamo mica ad esibirci solo un po’, distrattamente. Applausi. In piedi. Gli attori che corrono su e giù, prima sono seri per dichiarare la fatica del lavoro, poi, dopo aver misurato la temperatura del consenso, il grado di approvazione del pubblico, sorridono soddisfatti, guardano la platea e le luci in alto. Scorgono certamente anche noi che passiamo davanti alle mani che si picchiano l’una coll’altra, nella festa finale che genera il tipico tramestio. Alla chetichella, come per obbedire a un cliché, siamo fuori di lì prima di tutti gli altri che di norma sciamano lentamente. Tempo scaduto. Il torpore e la magia dell’oscurità si scuotono. Nel buio freddo e sgarbato della strada, scivoliamo come cani che ancora si annusano, sotto la pioggia, al riparo dei cornicioni rasenti ai muri, fino alla fermata del tram e poi al raccordo col metrò. In una danza a tratti quasi volutamente goffa, che rispetta il canone di un rito elementare, ma efficace. Mi fa le ultime raccomandazioni. Da quindici anni, continua la riuscita simulazione di una pura e complice amicizia che, camminando per le vie del mondo, cioè di questa città, somiglia talvolta ad una specie di parentela stretta. Premuroso e affettuoso ma anche totalitario e possessivo, mi vorrebbe sempre ammiccante, come attrice sul palcoscenico.
 
In mancanza d’altro, la scena madre si svolse presso il guardaroba, in corrispondenza delle ante meno frequentate. Ne uscì inizialmente un ampio telo di seta avorio. Come una vela spiegata al vento. Una bava di vento, in un giorno di bonaccia. Le spalline sottili ricaddero sul corpetto ornato di nastri e di cordoncini circonvoluti. Calzava ancora perfettamente sul corpo. Le scarpe: certo, ci vogliono anche le scarpe per completare il quadro. Cos’è una fotografia senza piedi? Un’opera maldestra, da scartare. Una punta a becco d’anatra e qualche crepa nella vernice ingiallita. Fa niente, sono solo i segni del tempo. Onesti e giusti segni del tempo. Nelle immagini rese dagli specchi orientati in parallelo e poi allontanati in divergenza, il vestito da sposa si moltiplicava all’infinito.
 
 
Un’astrazione. Perché la realtà tangibile è svilimento. Il sogno non si corrompe: come lo spettacolo, è lontano e sublime, illuminato da una luce diversa. Diverso e uguale ogni volta che gli dai voce, che lo racconti. Fa per chi non crede fino in fondo alla vita, per chi ne ha paura e preferisce essere spettatore. O affabulatore, raccontatore di fantasie. E Tatti ha un destino segnato dal suo atavico pessimismo. Si è costruito intorno un personaggio, una vera macchietta. Molto divertente. Molto sfiduciato. Fulminante. Angosciante. Visionario, eppure rassegnato. Nichilista ansioso e depresso. Io che sono sensibile agli sprechi, lo trovo talvolta persino indegno di vivere. Inutile. Una zavorra sociale, un veicolo inconsapevole e fastidioso di presunti, improbabili valori. Un colossale incongruo. Eppure, irresistibile.

VOYERISMO ESISTENZIALE 2

febbraio 8, 2010
L’INVITO A PRANZO

La dirimpettaia si era dedicata a lungo all’apparecchiatura della tavola.
Di lei non erano mai visibili i connotati, ma solo un braccio teso o un fianco.
Il viso coperto dalla capigliatura arricciata di media lunghezza.
Aveva sistemato una decina di coperti.
I piatti e i bicchieri erano tutti diversi, così come i tovaglioli.
Raffinatissima combinazione di forme e di colori.
Peccato che il giorno dopo la tavola fosse ancora intonsa.
Nessuno si sedette a quella tavola.
Forse lei stessa, giorno dopo giorno, sottraeva un piatto,
un elemento del set.
La tavola apparecchiata per un pranzo che non fu, gradualmente scomparve. 
Ciak, non si gira!

VITA A QUADRETTI O A RIGHE?

ottobre 3, 2009

Qui bisogna intendersi.

Se la vita la si vuole vivere a righe o a quadretti.

Allora, dato che mi sta prendendo l’affezione del blog (se dico virus si può fraintendere con quelli informatici e poi ormai anche quelli biologici si sono sputtanati con la storia patetica della pandemia suina…), son saltata in piedi stamattina presto, un po’ perché c’è l’influenza che ha colpito in casa (an vedi la nemesi… ahahahah!!) e ho fatto un sopralluogo in corsia come la caposala di turno, un po’ perché mi saltava in mente la scena di ieri, che non posso esimermi dal descrivere. Fisiologico.

Avviso che apparirà scialba, proprio insignificante, magari, ma nella sua eterea compiutezza dell’effimero, nella sua superlativa nullità, rappresenta un piccolo modello.

Tornavo da un salutare giro in bici, quello che chiamo ZIP o per meglio dire, evocando un altro quadretto, un autentico ZAP CITY. Trattasi di una rapida andata e ritorno, un SO’& ZO’ sulla ciclovia Darsena-Abbiategrasso, fin dove le gambette possono, o finché la finestra di tempo a disposizione consente: una cerniera aperta e chiusa quasi per caso, come si fa per noia, giocherellando un po’…

Le tappe varie ed eventuali sono:

– il magazzino del rigattiere vicino alla Canottieri;
– la casetta dell’acqua di Corsico o di Trezzano;
– la fabbrica dei lampadari di Gravina e figli;
Pappalardo e il cagnolino al guinzaglio;
Bachisio che fa la passeggiata in abbigliamento da corsa;
– Zemi, il quasi-assessur, con la radiocuffietta;
– un gelato all’Hollywood;
– una pausa-lettura sul cavalcavia graffitato del Parco Pozzi all’ultimo raggio di sole.

Insomma, ieri tornavo dallo ZIP con Lupo dell’ATM, ciclista esperto, tutto bardato. All’angolo con San Cristoforo ci salutiamo (ah, avevamo incrociato l’amico di MariOtto, detto affettuosamente il fossile, che correva – caspita ci ha cinquant’anni suonati ma è bello tonico…) scambiandoci un bacino affettuoso (notare: ho detto bacino, e lo sottolineo), sulla guancia. Lì nello slargo, c’è un piccolo parcheggio, davanti alla bottega di restauro di un certo Paolo (…) mezzo intrigato con la Svizzera, che vende anche aquiloni, e un cancello in ferro alto e possente, sproporzionato. Ebbene, mi volto per prendere il sottopasso della ferrovia, mentre Lupo carica la bici in spalla per attraversare il Naviglio sul ponticello, e mi trovo, come in una fotografia ricordo di un incontro tra ex compagni di scuola, quindici persone che mi osservano sorridendo. Di solito mi soffermo sulla facciata asimmetrica della chiesa, come ultima immagine che chiude la ZIP, ma stavolta, scorrendo verso l’oscurità del sottopasso, mi sono voltata fino all’ultimo verso la bizzarra comitiva. Loro hanno fotografato noi, me… Io ho fotografato loro. Uno scambio. Gandhianamente, uno scambio di sorrisi. In un giorno qualsiasi. Per un’istantanea.

Ma ora… stacco il turno e via, al mare!

LAST DAYS RANDOM

settembre 24, 2009

1. ”Questo non è un negozio di fotografia!” disse il tecnico di radiologia dell’ASL agli utenti infuriati che aspettavano di ritirare la busta con gli esiti, l’addetta assente, che lasciando l’ambulatorio si prestava ad una funzione non sua…

2. Ma che dobbiamo fare se chiudendo una finestra ci imbattiamo in una scena pseudoerotica nel condominio di fronte?

3. In fondo alla passeggiata Anita Garibaldi c’è una deliziosa spiaggiola. Una nuotatina (anzi due) nell’acqua color smeraldo (freddina, tonificante!) e la raccolta delle plastiche abbandonate sono d’obbligo…

www.legambiente.it
operazione
PULIAMO IL MONDO

(non si fa solo nei giorni stabiliti!)

4. PIETRO è un bambino pallido all’ombra della casa in Capolungo e con gli occhi cerchiati di rosso legge un libro mentre il fratellino e gli altri amici giocano in spiaggia schiamazzando. Bianca Pitzorno gli tiene compagnia. Lo avvicino e gli chiedo se gli piacerebbe vedere la faccia dell’autrice. Non sa che di solito una foto si trova in copertina… rimane stupito e affascinato. Mi dice che anche lui abitava a Milano e da un anno vive lì al mare. Ma non gli piace stare al sole…

5. In un racconto della serie distribuita in metrò o alle fermate del vaporetto, SUBWAY (intesa anche come via sott’acqua…), Buia è una bambina abusata dal padre, maltrattata anche dalla maestra che non la tutela e non la difende dalle angherie dei compagni… Ha solo un amico che viene discriminato come lei per starle vicino.

6. ”Buona sera signora!” esclama con un sorriso aperto il barbone seduto sulla panchina con il suo gigantesco zaino. Davanti a sè ha un cartello e un barattolo.
VOLETE MIGLIORARE IL VOSTRO INGLESE?

LEZIONI IMMEDIATE

L'UOMO VITRUVIANO

maggio 25, 2009

L’Uomo Vitruviano si distese sul letto quadrato iscritto nel cerchio di una stanza ideale, che invece era piuttosto angusta, dal perimetro irregolare, buia e asfittica. 

Lo trovai in quella posa: aveva già dormito ma teneva gli occhi chiusi.

Non entrai subito. Volevo che mi percepisse da fuori, guardando dalla finestra.

Me ne stetti in silenzio, nel cortile di cemento con i vasi in coccio di foggia semplice e le piante grasse per nulla esigenti, ramificate e pendule.

Un’idea di presenza di gatto mi attraversò. Mi voltai appena per scorgerlo.

L’Uomo Vitruviano è come immerso in aria gelatinosa. Non si muove.

La luce rimandata dalle pareti è verde pallido.

Il rettangolo della finestra bassa attraverso cui osservo l’interno della stanza al piano terra, liquido e fermo, ricorda le proporzioni di uno schermo cinematografico. Il film che passa è dominato da una musica lieve e lontana di calura fuori stagione che batte sul cemento di ovatta e rimbalza nella mia mente visionaria che non si stanca di provocare.

CON O SENZA?

maggio 17, 2009

POST SENZA FOT

Che post è se non c’è fot ?

Ho visto blog pieni di foto  come quelli di certi poeti che introducono i loro versi con le immagini: fiori, paesaggi, icone sacre…

Ora, se io accompagnassi questo post da una serie di scatti del panorama che ho avuto negli occhi ieri e oggi, attirerei l’attenzione di molti di più…

Dunque, non mi resta che narrarvi questa breve storia, cercando di essere il più possibile immaginifica  e invitandovi a linkarvi opportunamente.

Tempo fa avevamo scoperto una struttura agrituristica  appena aperta nei pressi di Arquata Scrivia, che si raggiunge attraversando una passerella sul torrente Spinti, parallelo alla Val Borbera, più conosciuta.

Non trovando posto lì, una volta, siamo stati dirottati a Borghetto, in un’altra di queste, cresciute come funghi anni addietro sull’onda delle agevolazioni fiscali, e spacciandosi per aziende agricole con produzione autonoma di frutta, ortaggi, ecc., cosa quasi mai corrispondente al vero!

La seconda che ho detto era occupata da tristi festanti attorno a una coppia appena sposata e agghindata con pizzi, voiles, fiorellini, papillon, fiocchettini e confettini e la cantante guardava l’orologio aspettando sull’aia che fosse dato il via alle danze con un rutto (…), dopo la discesa dei festanti dalla sala da pranzo.

Peccato, perché lì danno le bici per andare su e giù dalle colline e vedere gli animali liberi e selvaggi, e sul fiume. Ma non si poteva stare visto il pernicioso assembramento, nonostante fosse rimasta una camera.

Torniamo verso l’uscita della Milano-Serravalle non per rientrarci ma per procedere verso Gavi (interessante il Forte) dove evochiamo la nostra amata NIPA portata una volta memorabile a pascolare nei paraggi.

Il collegamento web via telefono ci dà un agriturismo a un km verso Parodi Ligure. Chiamo e il proprietario si dimostra particolarmente cordiale e disponibile alla conversazione: strano! Di solito vanno al sodo e per le spicce…

Arriviamo. La posizione è gradevole, ma… è un CONDOMINIO! E non solo: lo stesso ‘amabile’ personaggio ci ammorba con il racconto penoso dell’origine dell’operazione economica colossale grandemente fallimentare rappresentata da quel mostro in cemento dipinto di rosa dove l’unica attinenza con gli edifici rurali è data dalle persiane verdi (in PVC).

Ci dice, come succede a chi non si controlla, tutto quello che non avrebbe mai dovuto dire per accattivarsi la fiducia dei potenziali clienti, in un accesso di sincerità patologica, spinta all’estremo: …ecco vede, qui è sempre un cantiere (escono operai), stanno facendo la manutenzione di un appartemento in cui pioveva dentro… qui vede hanno fatto le tettoie troppo basse …e laggiù le travi che sorreggono quella terrazza si sono piegate di sette centimetri… sa, questo residence è un cumulo di grane, di beghe legali… ne ho da vendere ih ih..  e  gli spunta una lacrima che ricaccia immediatamente, il disgraziato!

Penso inevitabilmente alla stabilità dell’edificio e sento uno scricchiolio.

No, non mi convince affatto, gli dico. Scusi, ma intanto questa non assomiglia neanche da lontano a una casa di campagna, perché la spaccia per agriturismo?

Ah, è una lunga storia… Io, riprende l’uomo di triste decorino vestito, con una polo azzurra troppo stirata e le pieghe orizzontale e verticali sul petto come una doppia croce, e scendendo, pure il denim giovanilizzante si presenta dolorosamente con pieghe da stiratura insistita (che tragedia: ma chi lo stira quel poveruomo?), avevo pensato di essere d’aiuto ai… SEPARATI che dalla sera alla mattina si trovano fuori di casa e non sanno dove andare a sbattere… qui c’è tutto, anche la lavatrice… non tutti hanno una seconda casa, una tavernetta, una roulotte… Orrore! Ma questo non si contiene proprio! Gli sta bene se perisce tra i debiti! Via, VIA!

Si prosegue per Bosio e, magia, si scopre un’indicazione per il parco naturale di CAPANNE DI MARCAROLO e lì ci fermiamo estasiati, per la bellezza del paesaggio ancestrale, scevro da segni antropici. non una casa, non un traliccio: ma dove siamo capitati? in un buco verde dimenticato? un’illusione ottica?

Troviamo poi da dormire in una casetta piccina con le persiane rosse (di legno) sul cuccuzzolo di un colle piccino e fanno anche da mangiare, c’è la piscina e le poltroncine da regista per l’ultima letturina prima del tramonto.

Camere umide e arredo ibrido con armadio a un’anta specchio della nonna e i comodini autentici, il resto fuffa, ma tollerabile.

Salamino speciale di antipasto, risotto gustoso, coniglio alla senape divertente (…) e torta di fragole a strati con panna tutta casalinga super super slurp!

Mattina prima colazione misurata ma mi sono fatta dare ancora del salamino e un po’ di frutta che col buon pane fatto in casa sono diventati il cestino della merenda su al MONTE TOBBIO.

Dell’ascesa da 480 a 1092 non vi racconto perché…

VI ASPETTO PER OGANIZZARE LA PROSSIMA: chi si aggrega?

 

LA LAMPADA DI UGO

aprile 16, 2009

La foglia di vetro degli anni trenta che copriva a muro una lampadina nel salotto di via C… è ritornata a diffondere luce su uno stelo alto un metro e cinquanta su una base di piantana rossa anni sessanta riassemblata da angelo gravina di corsico che ha osservato strettamente le mie indicazioni. Ottone, deve essere saldata su una placchetta di ottone e la placchetta si innesta sul fusto cavo di ferro arrugginito con un’anima che contiene il filo elettrico che continua fino alla spina con l’interrurrore a pedale. Confesso che dato che la lampadina per magia è funzionante pur essendo ancora quella di venticinque anni fa quando l’applique fu staccata dal suo posto, non l’accendo spesso, anzi si può dire per niente: è a incandescenza 20 W, con molta dissipazione di calore e poca resa.  Sarà sostituita. Con calma. Ora la contemplo sullo sfondo della tenda rossa, a fianco della frau nera. Con grande e diffusa calma. A luce spenta.

CONCORSO SOSPESO

febbraio 12, 2009

BANDIERA ROSSA

(abito mentale)

 

di Paola Zan

 

 

“Non è accettabile… lei capisce, signor Setti…” scandì la religiosa. E il suo netto bisbigliare riempiva la stanza disadorna, insinuandosi nei più bui anfratti dove il lucido ossessivo delle mattonelle di graniglia, quelle centrali, confinava con certe incrostazioni di unto e polvere, vicino agli armadi o negli angoli negletti. In casa sua, Setti non ricordava un simile contrasto: doveva esserci qualcuno che puliva davvero con cura… già, le cognate, tutte zitelle, allenate per anni ai servizi nelle camere quando ancora l’albergo era funzionante, che correvano a piccoli passi per la casa, con secchi e stracci ritorti, sempre affaccendate, come in un formicaio. Le percepiva, seppure zelanti, come figure un po’ sgraziate, informi e incolori, prive di necessità personali, quasi. Le salutava cortesemente ogni giorno e, a suo modo le ringraziava, ma le confondeva. E quella volta che il vaso di Murano variopinto finì in cocci, non ebbe le parole per rimproverarle (rimproverare chi?). La mattina tra le sei e le otto meno un quarto era un via vai, uno spettacolo di comparse vocianti che Setti si gustava mentre in tre lunghe sorsate assumeva la sua porzione di caffellatte, troppo bollente per destare un sapore nelle papille anestetizzate, e servito in una scodella che più volte aveva messo da parte, in modo tale da significare che fosse ora di buttarla. Setti non amava dare ordini, preferiva che gli altri comprendessero l’opportunità di fare o non fare… Non amava neanche riceverne, naturalmente. Insomma, tutto filava in quella specie di “colonia penale” femminile: non poteva lamentarsi. La più grande dei figli trascinava il secondo e la terza a scuola, il piccolo restava in casa, legato al seggiolone a pasticciare sul tavolinetto per ore mentre la moglie più predisposta, ma neanche tanto, per la cucina delle sorelle, assaggiava ripetutamente il brodo con il pretesto, più per se stessa, di aggiustarlo di sale. Verso mezzogiorno, in azienda, gli arrivava il pasto approssimativamente caldo avvolto prima in carta oleosa e poi in carta gialla, o viceversa per chi lo scartasse, di solito composto da una sorta di cotoletta di pollo, alle volte piuttosto tozza e con un’impanatura giallo intenso altrettanto grossolana, altrimenti piccola, sottile, più fibrosa ma abbastanza saporita e croccante ai margini, un panino e una mela o due grani d’uva.

 

 

Si chiedeva se finalmente in casa  ci fosse un po’ di stasi, il pomeriggio. Forse sì, sapendo che le cognate si recavano altrove a dispensare la loro opera caritatevole, e non solo la domenica. Immaginava che sua moglie senza fretta eseguisse orli e ricami alla luce presso la finestra e che a una cert’ora, la maggiore venisse spedita brontolando, per commissioni o per andare in tipografia ad aiutare, casomai ce ne fosse bisogno (far pacchi, trasportare risme di carta o blocchetti di cartoncino…).

 

 

 

 

 

 

 

Pensava ai suoi libri antichi preziosi e delicati che sfogliava appena con la punta delle dita e leggeva in qua e in là, o meglio, osservava, secondo un suo criterio che mirava più all’impostazione della pagina e ai caratteri di stampa, che al testo e al suo contenuto. Pensava al lavoro e alla famiglia. Pensava ai compagni di partito e alle interminabili discussioni. Pensava agli amici perduti. Al regime sempre più soffocante, al difficile equilibrio politico in città, ai venti di guerra che soffiavano da nord.

 

 

 

Si scosse con un brivido da un freddo torpore, “…sedici febbraio*… giovedì …”, rammentò a se stesso, attratto dal calendario appeso. “D’accordo, non si preoccupi, sistemeremo tutto. Buonasera.”. Proiettò un piede fuori da quella stanza, dove anche il più banale fruscio aveva risuonato in maniera irritante e, sfilato rapidamente il corridoio, guadagnò il portone. Finalmente si riempì i polmoni dell’aria esterna. Per un istante rimase fermo, scrutò a destra e poi a sinistra. Sotto i portici, proprio nessuno passava. Il cappello tornò a coprirgli il capo, e meccanicamente si aggiustò la sciarpa dentro il cappotto spinato. Controllò anche il portamonete e il plico di carte nella tasca posteriore del pantalone. Estrasse il fazzoletto ben ripiegato da quella anteriore, per strofinarsi la punta del naso, così senza motivo, e lo associò al ferro per stirare di cui ricordava l’odore… Quel gesto lo aiutò a risolversi, e attraversò la piazza allungando di poco la strada. Avrebbe comperato una ciambella con la granella di zucchero sopra. Intanto doveva imbastire una storia da raccontare per sostenere che sarebbe stato meglio trasferire la bambina in un’altra scuola, perché lì all’Istituto l’abitino sgargiante confezionato in gran fretta il giorno prima della festa, non era stato affatto gradito. Pareva seta, una stoffa quasi nuova, praticamente perfetta. Quel tessuto rosso, in verità, era stato ricavato da una bandiera della Sezione che Setti aveva conservato, e che poi aveva deciso di sacrificare per accontentarla, perché lei desiderava tanto un vestitino da sfoggiare, come tutte le altre, nell’occasione ufficiale. Non era stata una buona idea, però… Quella convocazione urgente lo aveva strappato al lavoro, cosa davvero rara. Aveva temuto uno scontro, invece era bastato annuire con appropriato contegno, e se l’era cavata abbastanza in fretta, solo con una serie di prevedibili contumelie.

 

 

 

Svoltò e riprese la strada di casa. Il passo si fece più scanzonato. In fondo sì, era stata un’ottima idea! Fu proprio a quel crocevia che ripartì idealmente, con animo leggero ma determinato, forte del suo senso per la giustizia e per la libertà, all’attacco del vero nemico.

 

* 1939

Vagino e il Fottògrafo

gennaio 24, 2009

Comincia a diffondersi una certa apprensione sul destino degli eroi inconsapevoli, protagonisti di due miei post indipendenti, comparsi qualche settimana fa.

Ebbene, vorrei confortare i lettori: Vagino si è calmato! Nonostante la sua profonda irritazione per non aver conquistato la dama dei suoi sogni, e il cocente disappunto derivante da quella pratica che in tempi di scambio di auguri natalizi ormai imperversa e consistente nell’inviare messaggi propiziatori generici tutti uguali alla serie di numeri memorizzati nel cellulare o alla mailing-list, si è liberato dall’assillo di sentirla, chiamarla, proporle n’importe-quoi per poi rimanere sempre a becco asciutto. Chiuso. Ha finito di nuocere, e lui non cadrà mai più nella trappola tesa da donne così perfide, fragili e perfide per reazione alla convinzione di aver subìto chissà quali soprusi nella vita che se ne inventano una più del diavolo pur di rifarsi su sfortunate anime di passaggio, uomini teneri e ancora carichi di illusioni… Forse non si sentirà più Vagino tuonare:" …se osa mandarmi un sms generico anche per capodanno giuro che non mi tengo , i-io… la rovino!". Era proprio furibondo. L’essere trattati come il numero 124 della memoria dei contatti telefonici in effetti è frustrante, soprattutto se per te quella persona è idealmente incorniciata sul letto e la sera e la mattina è l’immagine a cui dedichi l’ultimo e il primo pensiero, la preghiera per trovare una soluzione rivivificante della tua ormai cronica solitudine. L’autenticità dei suoi intenti salverà Vagino.

Il nostro Fottògrafo ha invece preso la strada più lunga per riabilitarsi e per ritrovare la dimensione della dignità. Ci sta girando intorno, tituba e tentenna. Attendiamo ancora sviluppi e poi faremo un bilancio.

VAGINO

gennaio 5, 2009

Precisazioni. Vagino è un uomo e non ha mai messo in discussione il suo orientamento sessuale: gli sono sempre paciute le donne. Da lontano, però. Infatti, per una serie di fattori tra cui condizioni ambientali avverse (o considerate tali relativamente al tema trattato), fondamentalmente per non aver avuto vicino a sé modelli maschili aggressivi o caratterizzati da abilità nella conquista delle femmine del branco, non ha sviluppato la capacità di mettere in atto quei comportamenti rituali che in maniera semplificata e stilizzata portano al raggiungimento dell’obiettivo: catturare attenzione su di sé, muovere desiderio, sedurre. Vagino è dotato di intelligenza analitica ed estetica. Vagino osserva costantemente il mondo e lo trova attraente senza esserne sufficientemente ricambiato, perciò finisce per detestarlo. Ma tanto è il desiderio di essere amato che riprova sempre con rinnovata fiducia a mettersi in gioco. Un uomo dalla volontà incrollabile di affermarsi. Il suo codice di comunicazione non è quello scontato di un maschio del branco. Rappresenta una categoria nuova, ancora di nicchia: il VAGINO.