Posts Tagged ‘realtà locali’

SUL CONCETTO DI VOLTO DELL’ALUNNO

gennaio 24, 2012

Quando si dice ‘povero cristo’ non è mai un caso. Prendersi delle responsabilità, talvolta più fastidiose di altre, si dice ‘metterci la faccia’. Ora, combinando i fattori, quel povero cristo del ragazzo che dopo innumerevoli e ampiamente motivate note sul registro (per non dire che alcune gli sono state forse risparmiate), deve per forza assumersi tutte le responsabilità che gli si addebitano, ad è pure costretto a metterci la faccia, a esibirsi come imputato davanti al consiglio di classe straordinario che  lo giudicherà (dopo sempre ampio dibattito e confronto con tutte le componenti democraticamente elette a rappresentare genitori e studenti nella scuola) meritevole di una sanzione disciplinare. Quel che non percepirà è lo strano gioco di specchi: il povero cristo-alunno, accompagnato dalla madre crocifissa insieme a lui, si trova davanti a una schiera di altri poveri cristi-docenti che ci mettono la faccia da anni o da mesi e si sentono responsabili della sua educazione, oltre che della sua formazione e della sua istruzione, e che ritengono sia giunto il limite della loro sopportazione. Si usano espressioni e termini come: ‘dobbiamo dare un segnale forte‘, ed ‘è in gioco la nostra credibilità‘. Qualcuno sottolinea l’importanza di soffermarsi sul piano della comprensione (che chiamerei istruttoria), e che non significa ammettere mollemente scorrettezze o praticare sconti (men che meno perdonare o condonare), ma dissodare il terreno, portare alla luce tutti gli elementi di conoscenza per praticare un’analisi adeguata del comportamento dell’alunno, considerato pur sempre simpatico, oltre che intollerabile, alla ricerca delle origini delle distorsioni evidenziate. In una visione aperta a 360° e con un’attitudine e magari anche una preparazione all’empatia. Padre assente. Madre mite e sottomessa. Mancanza di riferimenti. Contesto culturale limitato, che gli offre modelli comunicativi piuttosto rozzi. Intelligenza brillante e capacità espressiva esuberante, fanno di questo ragazzo, di corporatura abbondante, un oggetto esplosivo, anche fisicamente potenzialmente pericoloso. Come aiutarlo a controllare la sua forza, la sua vivacità, la sua esuberanza? Controllare non significa necessariamente contenere, può voler dire, indirizzare, convogliare, orientare. Il volto del ragazzo trasmette una gran voglia di imporre la propria personalità che però non è ancora ben strutturata, di essere preso per quello che è ma non lo ha ancora capito, ha solo imparato e applicato una povera piccola e meschina lezione di sopravvivenza: a cavarsela furbescamente, a non conquistarsi con la fatica, l’applicazione e il rigore, gli obiettivi della vita, proporzionati alla sua età, come quelli scolastici. Se qualcuno gli avvalora questa modalità: sei simpatico, affabile e sorridente e riesci a imbrogliare con qualche scherzetto verbale e qualche semiseria e semivelata minaccia gli altri, il gioco è fatto! Rimarrà un irresponsabile. Un omone immaturo e irresponsabile formato un metro e novanta per centocinque chili. Il suo volto chiede aiuto agli adulti ma si maschera di un sorrisino beffardo. Il suo volto tradisce una necessità di intraprendere un percorso di verità e saggezza, ma una vocina dentro di lui continua a suggerirgli di cavarsela a buon mercato. O per la scorciatoia. Così però troverà merce scadente o il dirupo. (cosa gli si può lanciare?)

RENZI

ottobre 31, 2011

 

Crozza lo rappresenta come un bambino che si dondola con l'orsacchiottone. Ma Renzi, nonostante tutto, è un adulto. Semmai rischia di fare la parte del bamboccio, cosa che dipende non dall'età bensì dal comportamento. Può succedere che la ridicolaggine e la mancanza di autorevolezza colpiscano anche in età avanzata. Antipatico, simpatico, strano. Sì, pare che desti ampia diffidenza poiché non guarda negli occhi l'interlocutore. Avevo un'amica con lo sguardo sfuggente, verso l'alto, l'attaccatura dei capelli, e metteva a disagio. Ma lei stava peggio. Sempre pensato che fosse molto insicura e quella una forma di difesa… Sorriso permanente, vocina dolce completavano il quadro. Era più forte di lei: non riusciva a guardare negli occhi. Una volta ne parlammo. Sempre meglio chiamare col proprio nome i problemi. Tornando a Renzi, lo chiamano berluschino, non a caso: è cresciuto studiando i suoi video, il suo modo di comunicare. E il grande 'modello' ha una bocca aperta in un sorriso artificiale e uno sguardo che forse ti fissa pure, ma è vuoto, senz'anima, disumano. Vuoi vedere che Renzi sfugge perché un'anima ancora ce l'ha e un dubbio lo assilla profondamente e incessantemente? Egli è sul filo: deve decidere se fare il populista cinico o l'umano che partecipa con l'anima alle vicende dei comuni mortali, dei suoi simili, di coloro che si appresta a rappresentare in un ambito più allargato rispetto alla sola Firenze. Come facciano gli italiani a farsi imbrogliare da sorrisi fasulli e da battute squallide, rimane un mistero. Oppure bisogna ammettere che sono disorientati alla follia sul piano dei valori e dei riferimenti: il degrado investe tutto e la ricerca della qualità della vita è un ricordo ormai lontano, un retaggio di pochi. Che novità buone porterebbe Renzi? Risolverebbe l'impasse della politica? Darebbe un corso nuovo alla gestione delle risorse comuni? Proteggerebbe il territorio dallo scempio? Ha una coscienza civile alta? O si presterebbe al gioco delle mafie? Offre speranze il rottamatore, o meglio affidarsi all'usato sicuro? Bersani, ha nondimeno un problema con il modo di ridere, lo si è ben visto con Crozza, cartina al tornasole! Se dovessi scegliere un PD dallo sguardo e dal modo di ridere, non avrei dubbi: la Bindi è la più affidabile. E che si lasci soffiare l'occasione di emergere come leader da Renzino, è inaccettabile!

Ma, ragioniamo. Centristi e delusisti di destra… con i loro voti spostati potrebbero rafforzarlo, il PD che gioca la carta Renzi. Tanto vale tentare, giunti fino a questo punto.

Vorrei ricordare, in chiusura, lo scherzetto da suora che la Bignardi (mia coetanea, vicina di casa due volte nella vita, a Ferrara e a Milano, V. FOTO nei media) gli riservò in una puntata di Le invasioni barbariche, raggirandolo con una finta agenzia in cui Bossi lo elogiava… e Renzi era in sollucchero! La scena diede la misura del suo spessore morale. Bassino.

A chi è bravo con la ricerca in You Tube, chiedo di trovare il link, merci!

LETIZIA, I TONI SBAGLIATI e I SORRISI FORZATI

maggio 18, 2011

Moratti e Pisapia

Leti, ma sei diventata pazza?? Ma come ti è venuto in mente di farti manovrare così?? Avevi il potere in mano, una tua immagine quasi di mamma diffusa, perché si sa il popolo ha sempre bisogno di riferimenti… il papa, la mamma, la maestra, papi, il prete, il tabaccaio… E' vero che l'elettorato milanese si è svegliato, ma hai contribuito tu con le tue parole velenose, insufflate nel tuo aggraziato corpo dal perfido burattinaio, a dargli una scossa, mentre potevi verosimilmente sfruttare un certo torpore residuo e passarla liscia… Ma l'elettorato sonnacchioso che sosteneva la destra è stato buttato giù dal letto bruscamente, e invece che correre a votare, è ancora lì che sta cercando di riaversi, è disgustato e ha perso tutto lo slancio. Sgonfio, ancora in pigiama, non sa più chi è. Può il popolo milanese continuare a riconoscersi in una compagine politica di affaristi collusi pasticcioni? NO.

Mi hanno detto che hai pure ballato ad un comizio sulle note di quella canzoncina di Bennato, W la mamma… con le gonne un po' lunghe… trallallà trallallà…  tip e titap.. Ma tu non sei quella dei sorrisi forzati, dì la verità, sii onesta!

Che figurina misera! Da vero burattino, quando potevi riaffermarti prendendo le distanze dalla rappresentazione verbosa e smaccatamente evocativa di tempi in cui dominavano manganelli e olio di ricino. Pentita, eh?

LO ZIO DI ROMA

dicembre 30, 2010

LO ZIO DI ROMA
 
Precisazione. La lista del post precedente non ha grandi pretese di per sé. Sembrerà disarticolata. Ma vuole essere una testimonianza di presenza, come un’impronta di piede sulla sabbia, ben consapevole della sua effimera consistenza.
Non è un consuntivo. Non è un inventario.
Bensì una piccola serie di rigurgiti della memoria, in relazione alle immagini presenti. Concatenate.
Come nel film della vita, nella sua unicità, seppur banale.
Sono quadretti incorniciati.
A proposito, vedi quanto calata nella realtà tangibile sono, ho il fermo proposito
di cambiare la cornice alla tavoletta coi fiori ad olio della zia, per valorizzarli meglio, perché sono splendidi e si meritano un contorno unico e non in serie realizzato da mani esperte di artigiano, come il mio di via Cerano.
E la cambierò.
 
Non passano inosservate certe notizie.
Ho come l’impressione che se non seguo, non accada nulla. Poi quando decido di accendere la radio, ecco che l’informazione è servita.
O la telenovela è così solerte che ti riassume sempre i fatti. Perciò non ti puoi perdere alcunché.
La notizia ti assomiglia, ti vuole, e diventa tua.
Questa. In Giappone, una fiorente azienda con un migliaio di dipendenti, propone servizi specializzati
di abili guastatori.
Assoldi l’attore e questo ti fa fuori moralmente la persona da eliminare.
Vuoi licenziare un dipendente scomodo che però è produttivo e irreprensibile?
Bene. Il guastatore di professione gli verrà affiancato, lo provocherà e lo esaspererà fino ad ottenere
l’effetto desiderato.
Vuoi divorziare? Bene. Il guastatore-amante insidierà tua moglie e ti porterà le prove dell’adulterio.
Del committente nessuno farà parola, garantito.
Il Giappone è sempre più avanti, anche in prossimità del baratro. Il paese della forma e dell’onorabilità ossessiva.
Un paese profondamente infelice, lo tratteggia senza incertezze la penna di Amelie Nothomb.
 
Qualche riflessione anche su di noi, in questo paese (ex) giardino d’europa, così è definito tuttora nei sussidiari in lingua araba.
In un articolo di oggi Galli della Loggia riferisce di un paese anestetizzato, intristito, fermo,
psicologicamente bloccato, inerte. Quale giardino?
Non è nè verde né fiorito, né prolifico di idee.
Un pantano a rischio di frana. Una conurbazione unica di centri commerciali e capannoni inutilizzati.
Fermassimo il consumo di suolo, la cementificazione, ritroveremmo un angolo di pace in cui coltivarci.
 
In Nigeria c’è stato un grave sversamento di materiali radioattivi nei pressi di una miniera di uranio.
Il fatto è stato praticamente taciuto.
Altre sono le armi di distrazione di massa.
Per uccidere la storia.
 
Che c’entra lo zio di Roma?
Era un tizio pagato dai parenti degli sposi che compariva ai matrimoni di Napoli.
Per dare lustro all’evento.
Blanda mistificazione. Ma il principio non è salvo.
Siamo tutti nipoti di quello zio.
E nessuno denuncia l’imbroglio.
 Nella patetica illusione di ottenere un giorno un pezzo di improbabile eredità.
 

UN ARGINE ALL'OBLIO

dicembre 11, 2010

1. Un regista e/o attore teatrale sostiene che l'arte è un argine all'oblio, gli artisti creano scogli.

2. La macchina del fango funziona anche in famiglia.

3. Politica e scrittura è un bel connubio.

4. Due saraghi bastano! Bottino inaspettato quest'oggi. Master aveva la riunione di condominio e poi ha dato la delega a un pollo qualunque per andare a pescare ma, niente! I saraghi li ha presi Yuri, l'amico del costruttore.

5. I pomodorini del carrefour sono marocchini. Uffa! Cosa ci mettono sopra? Li trattano peggio che da noi?
Per un sughetto coi saraghi si possono prestare. Insieme ai datterini italiani avanzati… Mix mix mix.

6. Che cosa prepara il cantiere di Radio3? Devo parlarne con Pietro.

7. Entro domani finisco  Herta Mueller. Fisicità intensa e sublime. Ferroni dice che non ci sono innovazioni nella narrativa. Mueller non è abbastanza avanti? Su… Almeno le si conceda qualche abbinamento inedito! Abitare l'orizzonte.

8. Christian emulo di Goethe.

S.P.Q.L.

settembre 27, 2010

Sono Porci Questi Leghisti

Lo dice anche un autentico pedemontano varesotto: andate a leggere i tabelloni del Percorso Vita del Forte di Orino al Campo dei Fiori.

EPIDEMIE

maggio 1, 2010


 

1. di signore che aprono (o hanno aperto negli ultimi dieci anni… le si scopre mica tutte in una volta!) l'attività agrituristica e si mettono ad allestire tavolate per buongustai alla ricerca del posticino carino, poi hanno le camere con il letto in ferro i fiori secchi sul tavolino i colori pastello con prevalenza del verdino ma ultimamente anche il lilla va molto bene e le tappezzerie sono più o meno in tono…

2. di sindrome da dipendenza da radio3: mi porto sempre la radio a cuffiette, le batterie sostitutive, il carica-batterie ricaricabili che le carica mentre io utilizzo le sostitutive così sono tranquilla per il giorno dopo… e il cruccio costante di non trovare negli alberghi o similari (vedi punto 1.) le radio installate e funzionanti!

3. in controtendenza, trapela una forma di orgoglio dell'essere in cattedra. Finalmente!

4.

ABBADO DIRIGE LO STESSO?

aprile 23, 2010

… e Abbado dirige lo stesso?

"Le città sono immobili. Talvolta bellissime, ma immutevoli come le pietre di cui sono fatte: sono i suoni, gli odori, la gente e gli alberi ad animarle. Tutto ciò che è effimero e cambia le rende sempe nuove e inattese, le tiene vive. Mi chiedo cosa sarebbe a Parigi Place des Voges senza i tigli.

Ci passo sotto tutte le mattine andando in studio, scandiscono il passare del tempo e il susseguirsi delle stagioni: è una delle tante cose che gli alberi fanno in una città. Mi domando se continuerei lo stesso a passarci ogni mattina, oppure se cambierei strada per incontrare altri alberi. Un delicato gioco d’equilibrio, un’alchimia tra durevole e passeggero; forse è questo il segreto di una città felice? Sono architetto, e naturalmente sono innanzitutto sedotto dalla città costruita: la sua è una bellezza edificata dal tempo. È il tempo che rende le città così complesse e così ricche, specchio come sono di infinite vite vissute tra le loro mura. Le città belle sono una delle più straordinarie e complesse invenzioni dell’uomo, veri monumenti allo stratificarsi del tempo. Ma sono gli alberi a scandire il tempo che ha reso belle queste città. Sono loro la finestra aperta sul ciclo della natura, che poi è anche il ciclo non eterno della nostra vita. E ci ricordano che anche noi facciamo parte della natura, con tutte le conseguenze del caso. Per questo guardare un albero in un dialogo silenzioso è una piccola ma profonda seduta di autoanalisi. Un momento di silenzio e di meditazione, una breve pausa dedicata allo spirito. Con gli alberi si stringe un patto di complicità contro il tempo che passa. Si scambiano promesse alla fine di ogni stagione, e ci si dà appuntamento al ritorno di quella successiva. Piantare gli alberi in città è un gesto d’amore, ma è anche un gesto generoso che altri godranno dopo di te. Nel farlo sai che solo tra cinquant’anni quell’albero sarà adulto e svolgerà la sua straordinaria missione. Se ne era già accorto Cicerone quando scriveva «Serit arbores, quae alteri saeclo prosint» (i vecchi piantano alberi che gioveranno in un altro tempo).

Niente di nuovo, ma non bisogna dimenticarlo. Sembra un gesto umile e semplice ma è un gesto carico di significato e di fiducia nel futuro. Ci sono alberi antichissimi, come il pino di Matusalemme in California o l’abete rosso Old Tjikko al confine tra Svezia e Norvegia, che sono cresciuti quando l’uomo non aveva ancora inventato la ruota. Neppure il deserto del Sahara esisteva, e l’Europa del Nord era mezza coperta dai ghiacciai. Italo Calvino, cresciuto col padre botanico sulle alture di Sanremo, fa vivere la sua intera vita al giovane Barone Rampante sugli alberi di Valle Ombrosa, in Liguria, per ribellione e per scelta poetica. Ed il giovane Barone vive, si innamora, milita e viaggia sino in Spagna senza mai scendere dagli alberi. Straordinaria metafora della magia degli alberi, che anche in città rappresentano una parentesi di trascendenza… Ma la città ha bisogno di alberi anche per una ragione molto più pratica e concreta. C’è un effetto termico detto effetto città per cui la pietra, i mattoni e l’asfalto si infuocano d’estate elevando la temperatura media di 4/5 gradi. Questo effetto è enormemente mitigato da un importante presenza di alberi e dal loro fogliame. L’ombra sotto gli alberi non crea solo uno straordinario spazio urbano e sociale, ma abbassa anche la temperatura in modo considerevole. Gli alberi contribuiscono anche a modificare l’umidità relativa verso un maggior conforto fisico. Infine collaborano, come è noto, all’assorbimento del CO2 emesso dal traffico. Per fare un esempio, 100mila alberi compensano lo smog prodotto da 5.000 automobili. Se vogliamo quindi che le città diventino luoghi più vivibili, e che non facciano pagare un eccessivo prezzo al loro essere luoghi di vita associativa e di scambio, allora hanno anche bisogno degli alberi che così assumono un ruolo tutt’altro che decorativo.

Ho lavorato su questo tema, come architetto e urbanista, in molte città in giro per il mondo, fianco a fianco con straordinari botanici e uomini di scienze. Mi sono sentito dire che gli alberi in un contesto urbano hanno bisogno di terra per le radici, e gliela abbiamo data. Mi sono sentito dire che gli alberi in città soffrono, e abbiamo trovato il modo di farli stare bene. D’altronde, se soffrono gli alberi figuriamoci la gente e i bambini. Mi hanno fatto notare che alcuni alberi provocano allergie, e abbiamo selezionato piante che non emettono pollini. E poi che perdono le foglie, e bisogna raccoglierle: giusto. E poi che coprono le insegne dei negozi: vedete voi. E infine, che rubano spazio ai parcheggi per le automobili. E su questo hanno ragione: gli alberi prendono inevitabilmente il posto dei parcheggi e del traffico automobilistico. Ma è proprio quello che ci vuole: questo è l’aspetto più importante, nella visione umanisticamente corretta delle nostre città nel futuro. Occorre assolutamente salvarle dal traffico e dall’enorme quantità di parcheggi che le stanno soffocando. Più parcheggi si fanno e più traffico si attira, come la fisica insegna. Alcune città più dotate di trasporti pubblici l’hanno capito: a Londra è vietato costruire parcheggi in centro, a Stoccolma per disincentivare l’uso dell’auto una fermata del tram non è mai più lontana di trecento passi, e se il mezzo non arriva entro venti minuti il passeggero mancato ha diritto al taxi gratis. Occorre mettere tutte le risorse per costruire trasporti pubblici e dotare le nostre città di parcheggi di cintura. È chiaro che gli alberi in città hanno un ruolo importante in questa visione. C’è chi, cinicamente, dice che questo non avverrà mai. Scommettiamo che sì? È ormai inevitabile: spendiamo meno in parcheggi e sottopassi, e investiamo nel traffico pubblico.

E poi costruiamo una cintura verde come baluardo alla crescita scriteriata ai bordi delle città, rinforziamo i parchi urbani, cogliamo ogni possibile occasione di riconversione industriale o ferroviaria per aumentare gli spazi verdi e sfruttiamo ogni occasione ragionevole per dotare di alberi le strade, le piazze, i viali dei centri urbani. Così salveremo le città. Insomma, bisogna piantare alberi nelle città, e bisogna farlo con le Soprintendenze, perché si deve valutare ogni volta il rapporto sottile tra la città costruita, storia e monumento, e l’effimero degli alberi che cadenzano le stagioni. Gli alberi così fragili e vulnerabili diventano testimoni di una rivoluzione che è ormai irrinunciabile. Cito ancora Calvino, che nelle Città Invisibili ci esortava a riconoscere in ogni città, anche la più brutta, un angolo felice. E in un angolo felice c’è sempre un albero.

Così quando Claudio Abbado, con la sua ormai famosa richiesta di remunerare «in natura» il suo ritorno alla Scala, mi chiese di aiutarlo a piantare alberi a Milano risposi con entusiasmo. Non solo perché c’e un nesso tra gli alberi e la musica (ambedue nel segno della leggerezza, del momentaneo e del passeggero) ma anche perché sono metafora di una visione diversa del futuro nostro e delle nostre città bellissime. Certi progetti hanno bisogno di un grande disegno e non sempre le amministrazioni ne sono capaci. Ho pensato che con gli alberi a Milano si potesse ricreare quell’equilibrio che è il segreto di una città felice. Anche perché si sta preparando all’Expo 2015, proprio sul tema della natura e della sostenibilità. Purtroppo devo prendere atto che la città di Milano non intende proseguire su questa strada. Peccato."

Renzo Piano
22 aprile 2010

 
 

 

aprile 22, 2010

boscolo chiara Questo post è dedicato alla Casalinga di Via Voghera.