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Ferragosto 2 ( la vendetta)

agosto 17, 2009

Dicevamo. Il simpatico venditore della gastronomia ci lascia oltre che il pacchetto delle verdure grigliate, dei peperoni e delle onorevoli patate al forno, un senso di sconforto per la perdita di identità del luogo negli ultimi anni rappresentata anche dall’aggiunta del nuovo banco iper illuminato dei fritti, di ogni specie,come ovunque nel mondo, e la pizza, come anche su Nettuno. La treccina al miele che ci offre scortandoci fino all’uscita rappresenta un viatico dolce-amaro. Sono qui da 14 anni… ed eravamo pochi, ma buoni... Sardegna, ti sei rovinata con le tue mani!

Ricordavo che da Trinità a Tempio passa una strada stupenda. Magica. Attraversa la Valle della Luna. Otto anni fa ci stavano girando una di quella pubblicità delle auto di lusso, dove ti suggeriscono che se guiderai quell’auto ti sembrerà di essere solo in un luogo favoloso, lunare, ovattato, senza la minima traccia di traffico plebeo e meschino: tu re e lo scettro è il cambio!

Attorno ad Aggius cerchiamo da dormire, e seguiamo alcuni cartelli di B&B. A ferragosto? Siete pazzi? Una coppia di romani gestisce una tenuta abitata anche da D’Annunzio… Niente, ci spiace! Un milanese gestisce un casale con stanze arrangiate ma cucina il porcetto per gli ospiti, si ingegna… no, posto non c’è, ma bevete un mirto? sono le tre e il mirto scende nel tubo digerente seguito da acqua di fonte, che non manca in zona. Ci avviciniamo a Tempio, area delle fonti. Troviamo il nostro BB, accogliente, american-style, depositiamo i giocattoli e via a festeggiare il ferragosto al monte Limbara, prima che i fuochi delle cucine da campo si spengano. Qui avviene l’incontro ideale, l’incontro sperato, agognato, con la PECORA BOLLITA! Delizia delle delizie, gustosa alla ennesima potenza, tripudio per le papille! Paradiso in Terra!

Un’intuizione geniale ci porta a sganciarci dalla festa popolare *autentica prima del deflusso. Salutiamo così la vedetta che vigila dal suo posto, in tuta arancio, sul rischio di incendio nel raggio di molti chilometri essendo il Limbara dominante, e ci spiega che la sua funzione è oltre alla segnalazione di focolai, quella di indicare ai mezzi di spegnimento la via più breve per raggiungerli.

Scendendo, un cartello occhieggia a sinistra: San Bachisio. Dai, Marco, andiamo di là! Un entusiasmo folle mi avvolge improvvisamente e inspiegabilmente. A cinque-sei km dalla deviazione, si apre un pascolo dai colori del sole che si fa erba inaridita ma ancora appetibile per una famiglia allargata e pacifica di bovini di tre generazioni, due femmine mammellate, quattro manzi, due vitelli, un toro. L’Umberto gaio, tira fuori dal bagagliaio il suo portentoso aquilone che sventola in tutte le direzioni prima di innalzarsi. Marco si dedica al golf, e dà delle mazzate da orbi a destra e a manca. Volano anche le palline, gioiosamente. Senza far rumore. Io mi sistemo pacifica tra la seconda e terza quercia. Il sole calando mi irraggerà fino al tramonto. E mi metto a cucire il gran buco dei miei amati shorts bianchi abbandonati forzosamente fino al momento dell’ìspirazione per attivare ago e filo sempre presenti, e provvidenziali, nel portafogli. Sollevo lo sguardo. L’aquilone è sceso a terra. L’Umberto lo agita per rianimarlo. Il toro! Il toro, Umbe!!! Ma lui, poverino, ha le cuffiette dell’I-pod, e non sente…