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SGUARDI DI DONNE VELATE CON NUVOLE E NAVE

settembre 2, 2013
se non ora quando

donne velate che parlano

GENOVA: DI FIERA IN CONVEGNO (NON FIORI MA OPERE DI BENE!)

aprile 29, 2011


 


Per  un codino di vacanza pasquale, mercoledì mi sono ritrovata coinvolta in una visita ad EUROFLORA, la kermesse delle piante e dell'arredo da giardino con molti spunti interessanti e anche curiosi. Tornando, mi sono imbattuta in un'affissione con la pubblicità informativa dell'imminente CONGRESSO di cui ho trovato traccia web nel trafiletto riportato qui sotto:

Tutti gli atei d'Europa a congresso sotto la Lanterna

SI PUÒ vivere "in un mondo senza Dio"? Non c'è città migliore in tutta Europa di Genova per discuterne, si sono detti gli atei, razionalisti e umanisti del vecchio continente: e infatti, dal 5 all'8 maggio prossimo, Genova si trasformerà nella capitale europea dell'incredulità – con il patrocinio del Comune: già prevedibili le polemiche – accogliendo il congresso europeo di tutte le organizzazioni di coloro che una volta si definivano "liberi pensatori", intitolato appunto "in un mondo senza Dio". L'iniziativa è dell'Uaar, che sottolinea in un comunicato come il congresso, organizzato insieme alla Ehf/Fhe, la federazione europea degli umanisti, allinei nomi di tutto rispetto del pensiero laico, come Piergiorgio Odifreddi, Telmo Pievani, Taslima Nasreen, David Pollock, Margherita Hack, Giulio Giorello, Paolo Flores D'Arcais. Certo, non è casuale la scelta di Genova: perché è la città dell'arcivescovo Bagnasco, presidente della Cei, e dove si è scelto di far circolare l'"ateobus" che invitava a riflettere sulla mondo senza Dio.

(d.al.)

Bene, mi son detta, chissà che non riesca a capitarci…? Vero è che sabato 7 si tiene anche il convegno dalla Massima, nel Varesotto, e ho già speso parole di accordo con i vecchi amici… ma GIORELLO (già visto più volte a conferenze), ODIFREDDI (già incontrato al GIOVEDI'), PLEVANI, FLORES D'ARCAIS (sentito alla presentazione di un libro di Cipolletta alla Bocconi cui presenziava insieme a Tronchetti Provera), la HACK… vuoi mettere? Quando li riacchiappo tutti insieme?

Eh, troppo succulento il tema!

Mi ricorda che periodicamente c'è qualcuno che mi chiede: lei crede in DIO? E io puntuale (attendo serenamente l'appuntamento con la conversione, che non escludo, anzi sfido allegramente e pacatamente…) rispondo: ragazzi, vedete, io sono ACONFESSIONALE, che è il dato che mi interessa di più comunicare. Non aderisco ad alcuna religione. Sono equidistante dalle religioni che ritengo interessanti retaggi culturali, luoghi attorno ai quali si realizza aggregazione umana tuttora e perciò meritevoli di attenzione per l'importanza antropologica politica sociale e di costume che rappresentano. Indagare sulle motivazioni che spingono gli individui ad aderire alle religioni con slancio o tiepidamente che sia, è fondamentale per interpretare i comportamenti umani. Perciò con profonda curiosità non mi sottraggo al confronto. Anzi, mi ci ficco con piacere!

Qualcuno ha detto: per andare nel mondo bisogna essere sicuri di essere autentici. E anche: l'incompletezza (io non mi sento affatto amputata! ma non credo che sia questo il senso del termine usato…) rende più liberi! Evviva! Dio, mi spiace un po' dirlo perché sembra dissacrante ma non lo è per coloro che vanno oltre, è uno zuccherino, un riparo, un rifugio (e dato che spesso l'appartenenza causa tensioni, divisioni e porta al conflitto, non è nemmeno conveniente a ben pensarci…).  C'è fortunatamente chi non ne ha bisogno. Arrivederci a Genova.
http://www.uaar.it/news/2011/03/26/programma-definitivo-del-convegno-in-mondo-senza-dio/

RADIO DAYS

Mag 28, 2010


L'ascolto di Radio3 è cresciuto del 61%.

Voglia di democrazia.

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/ContentItem-84dc6949-896e-45fe-8dc9-b374f32ca404.html?refresh_ce

ABBADO DIRIGE LO STESSO?

aprile 23, 2010

… e Abbado dirige lo stesso?

"Le città sono immobili. Talvolta bellissime, ma immutevoli come le pietre di cui sono fatte: sono i suoni, gli odori, la gente e gli alberi ad animarle. Tutto ciò che è effimero e cambia le rende sempe nuove e inattese, le tiene vive. Mi chiedo cosa sarebbe a Parigi Place des Voges senza i tigli.

Ci passo sotto tutte le mattine andando in studio, scandiscono il passare del tempo e il susseguirsi delle stagioni: è una delle tante cose che gli alberi fanno in una città. Mi domando se continuerei lo stesso a passarci ogni mattina, oppure se cambierei strada per incontrare altri alberi. Un delicato gioco d’equilibrio, un’alchimia tra durevole e passeggero; forse è questo il segreto di una città felice? Sono architetto, e naturalmente sono innanzitutto sedotto dalla città costruita: la sua è una bellezza edificata dal tempo. È il tempo che rende le città così complesse e così ricche, specchio come sono di infinite vite vissute tra le loro mura. Le città belle sono una delle più straordinarie e complesse invenzioni dell’uomo, veri monumenti allo stratificarsi del tempo. Ma sono gli alberi a scandire il tempo che ha reso belle queste città. Sono loro la finestra aperta sul ciclo della natura, che poi è anche il ciclo non eterno della nostra vita. E ci ricordano che anche noi facciamo parte della natura, con tutte le conseguenze del caso. Per questo guardare un albero in un dialogo silenzioso è una piccola ma profonda seduta di autoanalisi. Un momento di silenzio e di meditazione, una breve pausa dedicata allo spirito. Con gli alberi si stringe un patto di complicità contro il tempo che passa. Si scambiano promesse alla fine di ogni stagione, e ci si dà appuntamento al ritorno di quella successiva. Piantare gli alberi in città è un gesto d’amore, ma è anche un gesto generoso che altri godranno dopo di te. Nel farlo sai che solo tra cinquant’anni quell’albero sarà adulto e svolgerà la sua straordinaria missione. Se ne era già accorto Cicerone quando scriveva «Serit arbores, quae alteri saeclo prosint» (i vecchi piantano alberi che gioveranno in un altro tempo).

Niente di nuovo, ma non bisogna dimenticarlo. Sembra un gesto umile e semplice ma è un gesto carico di significato e di fiducia nel futuro. Ci sono alberi antichissimi, come il pino di Matusalemme in California o l’abete rosso Old Tjikko al confine tra Svezia e Norvegia, che sono cresciuti quando l’uomo non aveva ancora inventato la ruota. Neppure il deserto del Sahara esisteva, e l’Europa del Nord era mezza coperta dai ghiacciai. Italo Calvino, cresciuto col padre botanico sulle alture di Sanremo, fa vivere la sua intera vita al giovane Barone Rampante sugli alberi di Valle Ombrosa, in Liguria, per ribellione e per scelta poetica. Ed il giovane Barone vive, si innamora, milita e viaggia sino in Spagna senza mai scendere dagli alberi. Straordinaria metafora della magia degli alberi, che anche in città rappresentano una parentesi di trascendenza… Ma la città ha bisogno di alberi anche per una ragione molto più pratica e concreta. C’è un effetto termico detto effetto città per cui la pietra, i mattoni e l’asfalto si infuocano d’estate elevando la temperatura media di 4/5 gradi. Questo effetto è enormemente mitigato da un importante presenza di alberi e dal loro fogliame. L’ombra sotto gli alberi non crea solo uno straordinario spazio urbano e sociale, ma abbassa anche la temperatura in modo considerevole. Gli alberi contribuiscono anche a modificare l’umidità relativa verso un maggior conforto fisico. Infine collaborano, come è noto, all’assorbimento del CO2 emesso dal traffico. Per fare un esempio, 100mila alberi compensano lo smog prodotto da 5.000 automobili. Se vogliamo quindi che le città diventino luoghi più vivibili, e che non facciano pagare un eccessivo prezzo al loro essere luoghi di vita associativa e di scambio, allora hanno anche bisogno degli alberi che così assumono un ruolo tutt’altro che decorativo.

Ho lavorato su questo tema, come architetto e urbanista, in molte città in giro per il mondo, fianco a fianco con straordinari botanici e uomini di scienze. Mi sono sentito dire che gli alberi in un contesto urbano hanno bisogno di terra per le radici, e gliela abbiamo data. Mi sono sentito dire che gli alberi in città soffrono, e abbiamo trovato il modo di farli stare bene. D’altronde, se soffrono gli alberi figuriamoci la gente e i bambini. Mi hanno fatto notare che alcuni alberi provocano allergie, e abbiamo selezionato piante che non emettono pollini. E poi che perdono le foglie, e bisogna raccoglierle: giusto. E poi che coprono le insegne dei negozi: vedete voi. E infine, che rubano spazio ai parcheggi per le automobili. E su questo hanno ragione: gli alberi prendono inevitabilmente il posto dei parcheggi e del traffico automobilistico. Ma è proprio quello che ci vuole: questo è l’aspetto più importante, nella visione umanisticamente corretta delle nostre città nel futuro. Occorre assolutamente salvarle dal traffico e dall’enorme quantità di parcheggi che le stanno soffocando. Più parcheggi si fanno e più traffico si attira, come la fisica insegna. Alcune città più dotate di trasporti pubblici l’hanno capito: a Londra è vietato costruire parcheggi in centro, a Stoccolma per disincentivare l’uso dell’auto una fermata del tram non è mai più lontana di trecento passi, e se il mezzo non arriva entro venti minuti il passeggero mancato ha diritto al taxi gratis. Occorre mettere tutte le risorse per costruire trasporti pubblici e dotare le nostre città di parcheggi di cintura. È chiaro che gli alberi in città hanno un ruolo importante in questa visione. C’è chi, cinicamente, dice che questo non avverrà mai. Scommettiamo che sì? È ormai inevitabile: spendiamo meno in parcheggi e sottopassi, e investiamo nel traffico pubblico.

E poi costruiamo una cintura verde come baluardo alla crescita scriteriata ai bordi delle città, rinforziamo i parchi urbani, cogliamo ogni possibile occasione di riconversione industriale o ferroviaria per aumentare gli spazi verdi e sfruttiamo ogni occasione ragionevole per dotare di alberi le strade, le piazze, i viali dei centri urbani. Così salveremo le città. Insomma, bisogna piantare alberi nelle città, e bisogna farlo con le Soprintendenze, perché si deve valutare ogni volta il rapporto sottile tra la città costruita, storia e monumento, e l’effimero degli alberi che cadenzano le stagioni. Gli alberi così fragili e vulnerabili diventano testimoni di una rivoluzione che è ormai irrinunciabile. Cito ancora Calvino, che nelle Città Invisibili ci esortava a riconoscere in ogni città, anche la più brutta, un angolo felice. E in un angolo felice c’è sempre un albero.

Così quando Claudio Abbado, con la sua ormai famosa richiesta di remunerare «in natura» il suo ritorno alla Scala, mi chiese di aiutarlo a piantare alberi a Milano risposi con entusiasmo. Non solo perché c’e un nesso tra gli alberi e la musica (ambedue nel segno della leggerezza, del momentaneo e del passeggero) ma anche perché sono metafora di una visione diversa del futuro nostro e delle nostre città bellissime. Certi progetti hanno bisogno di un grande disegno e non sempre le amministrazioni ne sono capaci. Ho pensato che con gli alberi a Milano si potesse ricreare quell’equilibrio che è il segreto di una città felice. Anche perché si sta preparando all’Expo 2015, proprio sul tema della natura e della sostenibilità. Purtroppo devo prendere atto che la città di Milano non intende proseguire su questa strada. Peccato."

Renzo Piano
22 aprile 2010

 
 

 

COMMUNITY

marzo 16, 2010

Spesso faccio riferimento a RADIO 3, che è per quanto riguarda i media, la mia community. Aderisco; mi ci riconosco; gioisco (quasi sempre) di quel che sento.

Una annotazione. Elettoralmente parlando non facciamo paura: siamo critici, ma pochi.

Le trasmissioni tv invece sono state oscurate. La tv infatti sposta. I voti.

Non possiamo confrontarci, ragionare, scambiare opinioni.

E dato che in Italia, la tradizione di voto dà una certa garanzia di continuità, se non disturbi l'elettore, lo induci, nel suo placido torpore a continuare a votare per quella stessa bandierina (stinta, macchiata… o patinata?) delle passate elezioni.

Vietato perturbare l'ordine, vietato muovere le acque. Sennò il torbido torna a galla, affiora.

SHHHH! Silenzio, si vota!

IL CRETINO DEL PARCHEGGIO

gennaio 24, 2010

C’è una vecchia volpe della politica milanese, curatore degli affari dei palazzinari di storica memoria, che interviene sulla stampa pensando di apparire autorevole e saggio solo perché vecchio, che difende i parcheggi sotterranei.

Ma, certo! I mostri di cemento ipogei, sono un toccasana per l’aria in città: sottraggono le auto dalla superficie, che girerebbero a vuoto per ore alla ricerca del posto! E l’operazione si completa con una elegante riqualificazione dell’area adibita a giardinetti, restituendo ai cittadini uno spazio verde pulito e ordinato… Se qualcuno obietta che gli alberi lì sopra non ci crescono, eh ma valà, come no? non vedi le palme? e le altre gentili essenze che fioriscono in primavera?

In via Stromboli, c’era un angolo di boscaglia selvaggia fino a pochi mesi fa, ora è una crosta penosa di cemento con inserti paragonabili a vasetti di balconcino, e palmette atrofiche piantate dentro a forza.

I nuovi affaristi del box sotterraneo, ammanicati bene, hanno le ville e le barche.

PER CONDIVIDERE…

giugno 22, 2009

Trascrivo volentieri un frammento di poesia. Lo spunto viene da un commento ricevuto qui. L’indagine mi conduce a questi versi che ricordano i bisogni fondamentali che ci contraddistinguono ma che spesso ci ostiniamo a negare: la condivisione dell’essere nelle concezioni del mondo, nelle aspettative e nei progetti, l’identificazione di tutti gli individui che in quanto tali percepiscono forte la dimensione sociale (io come specchio dell’altro), l’acquisizione del valore della partecipazione e della cooperazione, per metter fine ai soprusi.

—la vita, quando fu davvero nostra?
quando siamo davvero ciò che siamo?
ben guardato non siamo, mai siamo
da soli se non vertigine e vuoto,
smorfie nello specchio, orrore e vomito,
mai la vita è nostra, è degli altri,
la vita non è di nessuno, tutti siamo
la vita —pane di sole per gli altri,
tutti gli altri che siam noi—,
son altro quando sono, i miei atti
son piú miei se sono anche di tutti

perché io possa essere devo esser altro,
uscire da me, cercarmi tra gli altri,
gli altri che non sono s’io non esisto,
gli altri che mi dan piena esistenza,
non sono, non v’è io, siam sempre noi,
la vita è un’altra, sempre là, piú lungi,
fuori di te, di me, sempre orizzonte,
vita che ci svive e ci fa estranei
che ci inventa un volto e lo sciupa,
fame d’essere, oh morte, pane di tutti
 
…e per ricordare Octavio Paz, da  Pietra di sole , 1957