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Fanta-Scuola

maggio 15, 2009

Premessa Il racconto che segue fu da me scritto in occasione di un concorso letterario indetto un paio d’anni fa dall’INAIL sulla sicurezza nel lavoro, ‘al femminile’ (sulla creazione di ‘riserve’ o ghetti per le donne avrei qualcosa da dire ma si tratterebbe di aprire un capitolo lungo che necessariamente rimando…) . Vinse un racconto meraviglioso che illustrava in maniera estremamente efficace ed accorata le condizioni precarie di una studentessa prestata ad una lavanderia in cui i prodotti chimici per il trattamento dei tessuti venivano conservati in luoghi inappropriati del negozio, e  per la negligenza del titolare, ciò causò la tragedia. Io avevo puntato su una forma di proiezione del mio lavoro nel futuro, un futuro abbastanza prossimo, per sottolineare meglio quelle che sono oggi le condizioni di disagio della categoria dei docenti della scuola pubblica: gli infortuni infatti non accadono solo nelle officine o nei luoghi di produzione industriale pesante dove sono in funzione macchine ciclopiche! Negli ultimi due anni, dopo il concorso di scrittura in questione, è stato un susseguirsi di episodi di emergenza sicurezza anche e dolorosamente, proprio negli edifici scolastici. La mia visione futurista della scuola è volutamente indirizzata verso una sorta di evoluzione ‘nipponica’ di riordino totale per mettere in evidenza l’attuale condizione di precarietà e la tendenza a trattare fenomeni critici di bullismo, se non di violenza conclamata (uso di coltelli, ecc…) con la necessità di chiedere la protezione delle forze dell’ordine, già evocata da molti presidi. Ecco quindi il pezzo, che suggerisco di leggere proprio con gli occhiali della narrazione di fantascienza di breve termine: una possibile (forse poco probabile e anche un po’ grottesca…) avveniristica soluzione vista come in netta antitesi, perché quasi asettica, allo stile nostrano. Ma in definitiva, chi può dire come sarà la scuola tra vent’anni? E soprattutto come la vorremmo veramente?

NOTA TECNICA: il racconto riesumato ha due velocità e risente di un certo ingombro delle considerazioni del narratore.

NORMA

 

UUUUUUUUUUUUUUUUUUUuuuuUUUUUUUUUU

UUUUUUUUUuuuuuUUUUUUUUUUUUuuuuuuuuuuuu

 

 

L’allarme della scuola martellava.  Note lunghe e brevi partivano dalle colonnine nere bordate di giallo presenti su tutti i piani. Una traccia illuminata indicava il luogo da raggiungere tempestivamente. 

 

Norma non perse la calma.  Sapeva  che questa volta  non  si  trattava di  incendio e  nemmeno di allagamento.

 

La sua  foto, luminosa e di ottima definizione, campeggiava all’albo affisso nell’atrio centrale,  accanto  a quella della dirigente provinciale, della vicaria, del personale di servizio al completo,  ciascuno con le proprie riconoscibili divise, realizzate da giovani stilisti emergenti, in tessuti innovativi e colori personalizzati, di carattere spiccato oppure neutri ma mai insignificanti.

 

E il vedersi lì nella bacheca,  al suo posto,  le  conferiva  oltre che un  netto senso di orgogliosa appartenenza, la giusta e puntigliosa determinazione ad agire per fronteggiare le emergenze.

 

Si guardò nell’immagine patinata per l’ennesima volta, sorridendo sempre un po’ per quella pettinatura datata a ciocche scomposte che le  incorniciava il viso rendendolo spinoso, effetto-istrice, quando ancora il suo volto era più paffuto, qualche chilo fa.

Ora  il suo stile era, secondo la tendenza del momento, più morbido, sobrio e leggero. Si aggiustò quasi impercettibilmente  la  postura  della schiena  e  del  collo, e  corse  a  passi  brevi fin giù  per le scale.

 

A metà strada tra il piano terra e il sottosuolo, in area TS6, una biondina con gli occhi scuri  ravvicinati e il naso prominente, respirava a fatica, in preda a una crisi di panico.

 

Stava schiacciata contro il muro e teneva distanti tutti rantolando e soffiando sbuffi di alito rumorosi, con uno sguardo curiosamente autoritario che non implorava soccorso.

 

Ma Norma non poteva esimersi dalla sua funzione. L’avrebbe esplicata con la discrezione e la precisione che la contraddistinguevano. Si fermò solo un istante per inquadrare la situazione e instaurare a distanza un contatto privilegiato con lei, per poterla aiutare senza spaventarla o destabilizzarla ulteriormente. Cercò invano di intercettare un lampo di significato nei suoi occhi.

I presenti erano distaccati e praticamente immobili. Molti masticavano la gomma, con le mani piantate ostinatamente in tasca, neanche tanto scossi in apparenza, nel loro abbigliamento più omologato che mai,  e perciò rassicurante.

 

Norma pensò che fosse assai meglio così: affetti da un’indifferenza variegata di contenuta  tensione, piuttosto che esagitati, sovreccitati e incontrollabili.

 

Sembrava  che inconsciamente,  gli studenti del  Sesto  Liceo  Tecnologico,  rispondessero a  un  comando  inespresso. Se ne compiacque.  E, con un  rapido gesto, li  allontanò  definitivamente.  Essi  sfollarono  in  un  brusio  indecifrabile.

Somministrò un sedativo alla ragazza, secondo la prescrizione medica ricavata dal suo braccialetto elettronico identificativo. La consegnò infine alla commessa di turno in infermeria, BD13, di comprovate competenze e notevole pratica.

 

La studentessa fu trattenuta nel salottino Verde Clorofilla, cosiddetto non per la tappezzeria del divano, ma per la presenza di rigogliose piante ben ramificate e intricate, selezionate e curate con profitto dagli iscritti ai corsi di botanica, orticoltura e giardinaggio, meritevoli di una menzione speciale alla penultima edizione  di Verde Vivo Indoor.

 

Si concesse  una  pausa,  prima di  compilare  la  scheda  informativa  relativa  all’accaduto. Aveva memorizzato i fatti, in sequenza fotografica, come di solito faceva. Così era la sua vita da qualche tempo: metodica e ordinata.

 

Mentre usciva, le voci  teoricamente  in simultanea  delle video-conferenze  risuonarono,  le parve,  con una lieve sfasatura di tempi.

 

Riattivò il suo telefono personale quando fu nel piazzale e solo per pochi minuti, sperando di ricevere la comunicazione che aspettava.

 

Intanto assunse delle praline rosa con il centro gelatinoso e fresco, vitaminizzate, agli estratti di frutti e arricchite di fibre. Duravano a lungo e lasciavano la lingua delicatamente impastata, con un senso di sazietà invincibile.

 

Quel preparato l’aveva salvata dall’obesità, così aveva potuto partecipare alla selezione e all’addestramento per Operatori  dell’Educazione  Pubblica, per cui un requisito fondamentale era l’agilità, attestata,  tra l’altro,  da un indice di massa corporea tra otto e nove punto quattro della  nuova  scala  Zong, entrata in vigore nel 2026, in sostituzione  della  vecchia  e  obsoleta  Weber – Gluecksein.

 

Nessuno avrebbe indovinato facilmente l’età di Norma: sessantotto anni, tutti. In occasione degli Incontri degli Operatori e Specialisti dell’Educazione, aveva passato anno dopo anno, puntualmente, il complesso test di idoneità psico-fisica. Di questo si compiaceva particolarmente Eric.

 

Norma lo aveva visto la prima volta quando fu necessario un secondo collaudo all’impianto satellitare integrato.

 

Non sarebbe stato suo il compito di accompagnarlo, ma insieme alla disattivazione delle mappe dei tracciati interni, rese illeggibili dal danno contingente, un fatto assai più grave la obbligò a prodigarsi: l’addetto, normalmente presente nell’edificio in orario di servizio, non era reperibile.

Norma, anche se piuttosto contrariata  per l’inconveniente che abbassava lo standard di qualità stabilito e certificato,  niente affatto facile da mantenere,  rese possibile al tecnico e alla sua squadra l’accesso al tetto.

 

L’aria quel giorno, era piuttosto densa di particolato sottile. L’impianto di monitoraggio lo segnalava analogicamente con i picchi visualizzabili nei diagrammi che passano sui monitor, in tempo reale. Eppure, la luce che attraversava il malsano miscuglio, aveva assunto in quel tardo pomeriggio di aprile, delle tonalità di colore gradevoli a vedersi e difficili a dimenticarsi.

 

L’umore  alterato al quale non era abituata, per se stessa, aveva predisposto  Norma, in  un  certo qual modo, al  passaggio,  per non dire a una vera e  propria  invasione  barbarica, disordinata e capillare, di nuovi  stimoli dall’esterno e il suo usuale autocontrollo era sceso pericolosamente.

 

A Eric, che per non perdere il lavoro durante il periodo di precariato aveva sviluppato una grande ed esclusiva capacità di concentrazione su placche e circuiti da controllare e da riparare, la vulnerabilità crebbe per altre ragioni.

 

La deprivazione dal sonno e il senso di pressante vuoto allo stomaco lo avevano assalito dopo svariate ore di straordinario, cosa che accadeva di rado a dire il vero,  dandogli  persino  delle  vaghe  allucinazioni  uditive.

 

E quella volta, tra lui e Norma, spostati dai binari dei loro ritmi di lavoro consueti, si stabilì un contatto immediato e inaspettato, che li proiettò in uno scenario possibile di vita a due.

 

In fondo, la mattinata non si poteva definire particolarmente impegnativa. L’anno scolastico stava volgendo regolarmente al termine, prima della pausa estiva. E per rinnovata tradizione, gli operatori dell’educazione si preparavano a stilare una dettagliata  relazione finale, che sarebbe  convogliata in una sintesi  da  presentare all’annuale  congresso.

 

L’episodio della ragazza assistita per crisi fobica, rappresentava per  Norma un fatto scontato, ma non trascurabile, beninteso, essendo ormai  piuttosto frequente nell’ambiente scolastico assistere a tali manifestazioni di disagio, di riporto quasi sempre, ossia  generati  più  che  altro  da  fattori  esterni  alla  scuola.

 

Si  ricordava  perfettamente  dei  disordini del 2009, dopo i quali il governo dell’epoca  aveva istituito una Commissione Speciale per il Riordino degli Istituti di Istruzione Secondaria Superiore.

 

Dalla sperimentazione alla attuazione generalizzata del Progetto IQ180, il passo fu di un quinquennio, non di più,  per il consenso ampio e diffuso che in definitiva  raccoglieva  il protocollo stilato a livello interregionale. I tempi, considerata  la  materia  delicata e  scottante,  erano stati  incredibilmente  rapidi.

 

Il coordinamento nazionale aveva lavorato alacremente per tradurre in termini universalmente comprensibili la stringente necessità di agire nell’ambito del recupero di quella parte nevralgica della società che si rischiava di deteriorare irreversibilmente e perdere.

 

Partirono campagne di sensibilizzazione, realizzate sinergicamente da esperti di  settore e  guru della comunicazione sui  grandi  temi  sociali, che  poi  non erano diversi da quelli che studiavano il marketing delle merci dei supermercati, si sa.

Fu così che Norma con pudore si definiva, quando glielo chiedevano per monitorare l’attuazione del Progetto, testimone di un evento storico. Perché aveva visto da vicino una trasformazione sostanziale della organizzazione scolastica.

 

Aveva assistito ad un passaggio epocale, al quale aveva dato lei stessa con il suo entusiasmo e il suo slancio, un contributo significativo attraverso la realizzazione di iniziative volte a diffondere le motivazioni ad assumere per buono e decisamente conveniente il nuovo corso delle cose.

 

La sua impostazione era quella tipica dell’impegno volontario, già maturato negli ambienti della prevenzione e della cura delle disfunzioni alimentari, lontana dalla logica del guadagno economico. – Che stupida – si diceva talvolta – chi me lo fa fare…

 

Al centro del rinnovamento, l’aspetto più eclatante del  progetto,  dunque, era stato il lavoro degli insegnanti, così esposto all’usura e allo stress psico-fisico: poteva e  doveva  essere  trasformato,  non  v’era  dubbio.

 

La  gloriosa  classe docente che non aveva lasciato la trincea nei tempi caldi,  era  già stata  decurtata  da  decine  di  migliaia di  pensionamenti, solo in minima  parte rimpiazzati, e perciò ridotta ormai a livelli tali da non poter sopportare  un  così  penalizzante  rapporto  numerico  insegnanti/alunni.

 

Una  brillante intuizione, non del tutto originale a dire il vero,  permise di  utilizzare le tecnologie disponibili per compiere un salto di qualità: gli insegnanti furono delocalizzati, si potrebbe dire, o  virtualizzati,  per  usare  una  terminologia  più  comune.

Oggi come allora, la realtà percepita come più reale, e accettata come tale, è  quella che  passa  per  un video.

 

Un  fascio di luce a  impulsi  rapidi  investe chi ci sta di fronte. Al bombardamento delle immagini possono anche seguire più o meno ampie pubblicazioni  stampate, certamente, ma che il pubblico richiede sempre meno, e in grande misura solo se distribuite gratuitamente…

 

Altre forme di comunicazione erano diventate, come si usa dire, di nicchia. Non vi era scampo: la scuola doveva competere con il mondo della pubblicità e  della  propaganda,  utilizzare  gli  stessi  strumenti!  Per  sopravvivere.

 

La trasmissione di immagini in formato pressoché ciclopico con colori artificialmente caricaturati o ri-bilanciati opportunamente, infatti, e lo riferivano noti neurologi e psicopedagogisti, mette gli spettatori in uno stato di mite permeabilità alle informazioni. Allo stesso modo, le giovani spugne assorbivano le lezioni scolastiche.

 

In pratica gli insegnanti della nuova era, parlavano in diretta ma a distanza, potendo anche interagire con gli interlocutori in spazi a ciò dedicati, da aule dotate di strumentazione adeguata per la proiezione di diapositive e quant’altro  fosse necessario per la realizzazione  degli obiettivi didattici.

 

Apparivano  su  grandi  schermi  avvolgenti,  installati in padiglioni studiati appositamente, negli  arredi  modulari ed essenziali, per suggerire una pacifica e gradevole  coesistenza  di raggruppamenti umani anche folti, e predisporre ad un  efficace apprendimento di tutte le discipline previste dalla programmazione, comprese quelle che  erano state istituite ex novo,  rendendo la  riforma nella sua attuazione, piena  e  trasversalmente  condivisa.

La scuola era diventata un luogo di scambio continuo: aperta sedici ore su ventiquattro, per quanto fossero possibili aggiustamenti locali grazie alla già sperimentata autonomia amministrativa, si percepiva nettamente come sede di osmosi reale tra le parti che compongono la società.

 

L’ordine nipponico che vi regnava faceva impallidire coloro che non lo ritenevano fisiologicamente possibile in un contesto storico-sociale nostrano: l’edificio era  collegato in tutti i suoi ambienti interni ed esterni, a centraline di controllo delle forze dell’ordine e della protezione civile, per garantire buoni livelli di sicurezza,  oltre che con centri di ricerca popolati di specialisti osservatori.

 

Altri soggetti, prestati occasionalmente al mondo della scuola, riferivano delle loro esperienze lavorative, creative, imprenditoriali e di impegno politico e sociale, affiancandosi o alternandosi ai docenti incaricati.

 

La scommessa vinta dai riformatori, anzi si dovrebbe parlare di riformatrici, dato che si è trattato di donne, consisteva nell’aver puntato su una forma di alta responsabilizzazione dell’utenza. 

 

Si innescò un processo virtuoso che con qualche fatica naturalmente, riprese le linee di una certa autodisciplina, rafforzata dalla partecipazione rituale al fenomeno collettivo, composito nei suoi vari aspetti, detto globalmente e sinteticamente, SCUOLA.

 

Le figure dei docenti, confinate, secondo alcuni, o per meglio dire, trasferite d’ufficio e collocate nei loro fortini senza indirizzo, avevano assunto provvidenzialmente funzione stabile di  Icone  del  Sapere, il cui carisma  risultava automaticamente amplificato al pari delle loro dimensioni sullo schermo.

 

A condurla, la battaglia dell’educazione e dell’istruzione pubblica sul campo, bisogna sottolinearlo, erano persone come Norma, calate con tutte loro stesse nella realtà viva e pulsante, ben lontane nella forma e nelle funzioni, dalle figure svuotate, lente e sbiadite degli insegnanti del passato col registro in mano, i libri e la penna rossa. 

 

Quelli erano rimasti per decenni incerti tra l’assumere, vittimizzandosi, l’atteggiamento di soldatini fiaccati, perdenti in partenza e sviliti, quali alcuni realmente erano, e quello di irriducibili condottieri di popoli studenteschi allo sbando, ma pronti al riscatto dopo le vessazioni e lo scredito…

 

Norma  apparteneva  ad una  categoria di specialisti  con  le  idee  chiare  e  la  capacità  di  tradurle  concretamente:  sapeva  creare  fiducia  intorno  a  sé.

 

Ed era diventata, assieme ad una nutrita schiera di colleghi, Assistente della Crescita Emotiva e Culturale, processo che risulta sia per chi lo  viva  che per chi  osservi,  facile  e  difficile,  naturale  e  innaturale,  al  tempo stesso.

 

Si era interrotto, con l’attuazione del Progetto, un penoso circolo vizioso di dispersione e vacua contestazione.

 

La scuola stava colando a picco ma aveva risalito la china e, non proprio tappando le falle alla bell’e meglio, ma in seguito ad un intervento strutturato  realizzato. Teneva.  Per amore o per forza.  Lo si poteva affermare a buon titolo.

Essa ricominciava ad offrire, in veste totalmente rinnovata,  una sponda per l’approdo di milioni di giovani cittadini, certamente disorientati dalla crisi della famiglia istituzionale, e non solo.

 

Tutte le metafore spese per definirla nel passato qui coagulavano: la fabbrica, il laboratorio,  la palestra,  il centro sociale, il parcheggio, il bar…

 

Prenderne atto fu il primo passo per la salvezza. Per il recupero, appunto. E da lì si era ripartiti.

 

Il telefono squillò.

 

Norma si scosse con un brivido da un freddo torpore, e in virtù di quello si accorse di essersi subito scaldata un po’. Era Eric.

 

– Ce l’ho fatta! – esclamò – Ho le ferie  per la prima di luglio! –

– Wow! – rispose – Allora ci sei!  Chiamo subito  per  disdire la singola e prendere una camera doppia … sei sicuro di non annoiarti, è sempre un congresso…  per una settimana non posso scappare… sono contenta… semmai portati la canna da pesca…

 

– Eh… certo! Insieme al resto… dopo però, come promesso… si fa il tour della regione… –

– Sì, sì… normale, ci tengo… –

– Oggi, bene? –

– Sì, sì … niente di eclatante… cosa facciamo da mangiare stasera? –

– Ma non c’era la  Festa degli Aromi allo Spazio Civico? –

– Ah, giusto! Si va, si va… così compriamo qualcosa… e c’è anche lo stand della Sicurezza… –

– Ma sei fissata! –

– Ah, ah, ah! Eh, beh… sono o non sono una … Specialista? –

– Sì, e io il tecnico dei tuoi stivali!!! –

– No, sei bravo, l’ho sempre pensato, lo sai… sei un genio, a tuo modo… –

– E… hai ancora bisogno di un esperto come me… –

 

– …che mi aiuti a confezionare la presentazione per il congresso! Non è il caso che tu me lo dica tutte le volte… ti sarò grata in eterno! … dài, vado… devo rientrare… a dopo… dà da mangiare al pesce se arrivi prima tu, che mi sono dimenticata… –

 

– E annaffio, che l’impianto s’è bloccato… anzi, se  tardi, faccio in tempo a metterci le mani… forse… non ti prometto niente… –

– Poi, ho in mente qualcosa da modificare nella relazione… ti dirò… ciao Er… –

– Va bene, ciao No… –

 

Rientrando, passò dal salotto Verde Clorofilla. La ragazza si era addormentata, come previsto.

 

L’incaricata alla sorveglianza le riferì che aveva borbottato qualcosa, ma non  le  pareva  che  fosse niente  di  particolarmente interessante: ce  l’aveva  con uno… Doveva esserci stato uno scontro o qualcosa del genere…

 

Norma  si  ripropose di parlarne a breve  con la ragazza stessa. E in seguito avrebbe preso una decisione sulla opportunità di interessare altre figure del Sistema Educativo.

 

 

Sebbene  le  si  riaffacciasse  l’idea che  quello  era  stato un episodio banale,  non  riusciva  a  mandare  fuori  dalla  sua  testa  dura  il  pensiero  che, in fondo, la sicurezza,  nella scuola  come  in  tutti  gli  ambienti, pubblici o privati che fossero, dipendesse, ovviamente da molte variabili, non solo di tipo strettamente  tecnico, e  che  bisognasse  dare  ancora  più  rilievo al  cosiddetto fattore umano.

 

I piani di evacuazione, le scale antiscivolo, le uscite facilitate, la disponibilità di aree attrezzate per il soggiorno forzato, la predisposizione di tutti i sistemi di allarme,  di sofisticate sonde per il rilevamento di fumo o acqua erano ossessivamente  controllate  e  piuttosto  efficienti  in  effetti.  Lo si  era  già  provato in  diverse  drammatiche  circostanze, ma non  avrebbero  mai  tolto  agli  eventi,  quel  margine  di  libertà  all’errore  creativo  tipico  della  nostra  specie. 

 

Nessuno accetta di soccombere alle catastrofi e neanche di cadere in trappole autoprodotte: indipendentemente dall’origine dei problemi, siamo naturalmente coinvolti nella ricerca di soluzioni che ci facciano annaspare fuori dall’acqua  e  aggrapparci  a  un  salvagente!

 

Tra  i fattori che  Norma  credeva di  avere  individuato  come  importanti  per migliorare la sicurezza, oltre che il benessere, a scuola in particolare, vi era,  non  sapeva  ancora  bene  come  definirlo, una  sorta  di necessaria  coesione tra componenti interne ed esterne all’ambiente scolastico. Un elemento astratto per eccellenza. Su cui  si  poteva  lavorare di più.

 

Non era però da confondere con la capacità di collaborazione, che all’occorrenza non mancava, o alla disponibilità  anche economica,  che diverse famiglie o altri soggetti esterni avevano in più occasioni già concretamente manifestato.

 

Prima di lasciare il lavoro, controllò i quadri e passò le consegne. Puntuale, si avviò verso casa.

 

 

USA E GETTA

aprile 27, 2009

Non è più sopportabile che oggi

si usino oggetti

ad alto contenuto energetico

per una sola volta,

senza pensare almeno alla loro

raccolta differenziata!

Ho visto montagne di carta e plastica in zona Tortona… INDECENTE! 

(E…a cosa sennò? al riuso!)

Guarda cosa fa REGIS-R!

al centre culturel français – milano

Inoltre,

BEST (UP) =

BELLO + EQUO + SOS TENIBILE

marchio dell’eco design fuorisalone, sottolinea l’importanza

della responsabilità

ambientale e sociale

del design

e ha un comitato etico-scientifico.

www.bestup.it  

propone un test di autovalutazione

per designer e imprenditori

del settore mobile-arredo.

IL MONDO DELLO SPRECO SI SCONTRA CON LA CULTURA DELLA CONSAPEVOLEZZA.

IL MIO PRIMO KEBAB

aprile 22, 2009

Risale al 1984 quando giovane cameriera prima in Galles con progetto scambio tra twin-towns pro acquisizione english language e poi sguinzagliata per Londra a scialacquare il guadagno (gli ultimi pennies spesi a Camden!) un amico in servizio a Moylan House mi portò vicino a Piccadilly in una botteguccia con uno spiedo verticale che io non avevo mai visto prima e da cui con un coltellaccio, un omino rifilava tocchi di carne chiara che cadevano su un vassoio di acciaio e poi finivano in un panino a tasca. Rivelazione. In Italia era ben di là dall’apparire.

Ora, posso anche dire di aver casualmente constatato la diffusione dei kebab qui da noi, ma io non ne sono così appassionata anche perché mi sembrano inferiori a quelli di Piccadilly: morbidi, insalata fresca, cipolla-cipolla, salsina bianca autentica (quelli) e secchi, insapori con salsina omologata che sa di maio-schifezza e pomodori frolli-slavati (questi).

La questione non è mangiare il kebab per strada, ma è mangiare bene! Magari portiamoci da casa

 il panino con la cotoletta

e la foglia di lattuga intera che esce ammiccante dai lati, e troviamoci a mangiarlo in piazza Aquileia in barba alle bistecche argentine e alla fajita messicana!

In seconda convocazione propongo:

il panino con le alici fritte.

Seguirà la sessione della parmigiana, della frittata alle zucchine, della peperonata!

 

ANIMA MIA e FELIX a/da Grottaglie

aprile 5, 2009

1. Dalla casa torre dei F.. in un pomeriggio torrido di qualche anno fa, nel silenzio rotto solamente dallo stridere delle gomme sul lastricato liscio della curva a gomito, ho sentito arrivare le note di ANIMA MIA e la voce di una donna misteriosa che la cantava a squarciagola… La scena mi ritorna in mente perché ho sentito la canzone, nella versione meno intelleggibile forse da un concerto, alla radio.

2. Felix vive in casa nostra da 4 o 5 anni. Viene dalla pesca della madonna del carmine di grottaglie. Un amore! Il tavolone della pesca condotta dalle signore del quartiere e dai bambini che ti dicono come pescare, era vicino alla piazzetta e ad una delle sale della parrocchia. Nella piazzetta si teneva il cinema: THERESE DI LISIEUX, con un commento elegantissimo dell’intellettuale della città. Alla proiezione hanno assistito tutti: vecchi, giovani, bambini, disabili e… ITALIA UNO (che non è la tv bensì il mattacchione della zona).

3. Ho subìto un improvviso attacco domestico (annunciato): avevo tempo fa (non stiro spesso) cercato di togliere il calcare dal ferro da stiro con l’aceto, che probabilmente è rimasto all’interno del ferro e quando l’ho riacceso mi ha investito un vapore caldo all’ACETO CARAMELLATO! L’episodio mi ha fatto ricordare  che l’asse da stiro che uso ormai da 20 anni viene da zurigo: è un trovatello delle notti dedicate alla discarica di mobili e elettrodomestici in strada che passa il camion della raccolta (la città sembra napoli per due-tre ore tra le tre e le sei del mattino e poi tutto sparisce… PUFFF) ha subìto a suo tempo due attacchi dagli umani, maldestri, sciocchi esecutori di faccende domestiche: mia madre ha bruciato la copertina termica a fiorellini marroncino ocra che ben si combinavano con la struttura in legno naturale, perché ‘il suo ferro non brucia’ ed è abituata a lasciarlo con la piastra orizzontale mentre va a fare la pipì…, e mio suocero ‘per aiutarmi’ in un trasloco ha cercato di ripiegarlo per trasportarlo chiuso nel modo sbagliato (ed ha una laurea in ingegneria…), così si è tutto un po’ sbigolato.

4. Ho letto i commenti ai miei media ora. Ma si può? Irriconoscente che non sono altro!

5. Ho scritto troppo in piccolo? (HO RIMEDIATO!)

ISS e fumo

marzo 31, 2009

L’Istituto Superiore di Sanità sta studiando un modo per far smettere di fumare le sigarette di tabacco su cui gravano le tasse statali agli italiani. Oltre ai messaggi IL FUMO UCCIDE, PROVOCA IL CANCRO, ecc. vorrebbero introdurre il foglietto illustrativo (tipo ‘bugiardino’ dei farmaci) della composizione del trinciato e delle molecole cancerogene che si sviluppano con la combustione tra cui il famigerato BENZOPIRENE, insieme agli altri 4000 composti!

Obiezioni. 1. Chi lo leggerà? 2. Quanta carta dovremo sprecare per vederla volare sulla strada o in spiaggia o in giro ovunque, insieme alle cicche che ancora gli italiani gettano in terra, totalmente incuranti? 3. Quante e quali altre modalità di comunicazione si possono trovare per trasmettere efficacemente lo stesso messaggio?

Hanno installato nelle stazioni degli schermi da grande fratello che trasmettono in continuazione immagini di gente che mangia che beve che va in vacanza che veste fashion… Proposta: a un certo punto un gong interrompe il flusso dei filmini patinati, si fa una pausa di silenzio e di schermo al grigio nero, poi una voce sintetica simile a quella che dice arrivederci al casello in autostrada, se si vuole essere repellenti, o come quella che qualche anno fa diceva ‘palestro, stazione di palestro’ in metropolitana e che hanno censurato perché troppo calda…che è certamente attraente, cita un composto del fumo e lo illustra come il vocabolario, così entra nelle nostre teste. 

http://www.adnkronos.com/IGN/Salute/?id=3.0.3157068766

http://www.nonsoloaria.com/fumo.htm

http://www.itisberenini.it/chimica/testo/FUMO%20DI%20SIGARETTA%20PER%20GREEN.pdf