BEST BESTIARIO

giugno 7, 2021

Come nelle passate edizioni del ’19, con ANIMALIA (dipinti di Marcello Remigi) e del ’20, con LUCI E VOCI (installazioni luminose di Bruno Florio), il Castello dell’antico Borgo Rotondo riapre i battenti e si fa luogo d’incontro tra arte e pubblico, realizzando un obiettivo fondamentale: vivere i monumenti, nella connessione tra storia e attualità. Rammentiamo che l’arte si compie proprio nel momento della sua fruizione, e domenica 6, nel tardo pomeriggio è previsto il disvelamento di questa piccola ma gustosa nuova mostra:
BESTIARIO, che ripropone forme animali, avvolte da luce inedita.
“Sono rimasta letteralmente colpita e catturata dalla compostezza delle immagini, e al tempo stesso dalla loro forza espressiva” racconta Paola Zan, che ha colto al volo l’opportunità di trasferire la mostra in Val di Vara, contattando il presidente dell’associazione Mosaico, Paolo Armiraglio, che l’ha ideata e organizzata alla Torre Civica, sede dello iat di Chiavari, e da poco conclusasi.
“Basterebbe la visione delle opere per gioirne…” sostiene Paola Zan “…se non fosse che siamo noi stessi animali curiosi e desideriamo sapere cosa guida la mano dell’artista…chi è l’artista, che formazione ha, che vita fa… Scopriamo così che si tratta di una collettiva voluta dalle operatrici e dagli operatori di Arteterapia, tra cui la dottoressa Margherita Di Pietro, che ha preso in carico persone speciali le quali hanno imparato ad esprimersi con grande efficacia attraverso i linguaggi dell’arte, specificatamente seguendo la tecnica della xilografia.”
Il gruppo ha già vissuto altre esperienze di illustrazione, come “Il nostro Pinocchio”, oggetto di una mostra a Santa Margherita Ligure e di un catalogo, J&I edizioni, 2005.

“La mostra proposta si inserisce in un contesto didattico-educativo. Proprio per questo motivo è stata programmata ora, a ridosso della chiusura delle scuole. Gli studenti saluteranno così la fine dell’anno scolastico. Tutti i visitatori potranno approfondire sia le tematiche artistiche che gli scopi dell’associazione.”

“Le esperienze degli anni passati mi inducono a pensare che potrebbe essere anche questa un’occasione di incontro tra giovani e meno giovani, di partecipazione di tutta la cittadinanza, e di richiamo di tanti visitatori provenienti da svariate regioni. Molti lasciano le loro testimonianze, e il loro apprezzamento, con la richiesta di moltiplicare iniziative di questo tipo. L’arte aggrega in un clima pacifico e, per quanto possibile di questi tempi, rilassato.
Vi aspettiamo fino alla domenica successiva, il 13 giugno, entro sera!”

LAURA, IL PONTE E L’A-MORE

maggio 16, 2021

C’è una falegnameria dismessa che m’interessa. Come l’ho saputo che c’era ed era vuota? Non è evidente dalla strada… Ma basta non avere le cuffiette nelle orecchie, e ascoltare. Anzi sentire, per caso, una conversazione. Camminando.

La Laura ha una voce potente. Sta seduta sui gradini che circondano la sua casa insieme ai fiori, quando si riposa dai lavori in giardino. Tiene il telefono nella tasca del grembiulone. Quando squilla si siede. “Ho due appartamenti! Sì li affitto …” E sciorina una serie di dettagli tipo numero di stanze piano canone. Però non sono in zona, scopro. Sono altrove, certo. Ma non un altrove qualsiasi. Un curioso altrove-cerchio che si chiude. Potrei sempre diffondere la voce presso i miei ‘conoscenti’ in quell’altrove e aiutarla… Vabbè Laura ma qui vicino non ha niente? “Sì, avrei la falegnameria”.

Il ponte fu costruito in due anni di cantiere. Con tutto un indotto… La collina ha conosciuto il suo sviluppo edilizio, e i postriboli. Prima è stata aperta una strada battuta dai camion per portare i materiali. Nel frattempo si demoliva la vecchia osteria per far posto a un pilone gigante. Uno dei tanti che, insieme al nastro azzurro del parapetto, interrompono la vista del mare dalle cime… Più corretto chiamarlo viadotto. Quella strada di servizio è rimasta, e lungo la via sono sorte le villette degli anni ’60 e i condomini degli anni ’70-’80. Con i supermercati.

Mi diverto a fare uno schizzo della possibile ristrutturazione della falegnameria. La Laura scuote la testa. “Qui l’unica cosa che rimane da fare è buttarsi da là…” e indica il ponte. Devo dire che non credo, non le mancherebbero gli estremi, ma non le credo. Secondo me è un vezzo: sì voglio credere che sia un vezzo il suo. Sa benissimo di essere una donna forte, forte come la colonna che sta al centro della falegnameria e che ‘dà noia’ a quel progetto di trasformazione del laboratorio in un appartamento tradizionale…

Laura è stata una maestra. È così attaccata alla sua terra d’origine che ha raccolto una grande documentazione e l’ha assemblata in una pubblicazione. Io so quando la Laura si stacca dal suo personaggio dolente. Non è difficile da indovinare. Quando le chiedo se vuole intervenire in una scuola primaria per raccontare il suo amore per la valle da cui proviene. La transumanza, le antiche case, le consanguineità, gli attrezzi agricoli, le trasformazioni economiche, la povertà e la ricchezza. E un vecchio ponte. C’è sempre un ponte evidente. E un sorriso nascosto.

Dove c’è sorriso c’è amore. C’è un ponte e c’è la scuola. Per radio, una delle mie trasmissioni preferite m’informa che possiamo facilmente imbatterci anche in fake etimologici. Circolano circolano. Amore. Non può essere a Alfa privativo connesso con Mors morte. Greco e latino non si sposano. Finalmente, un conforto molto a posteriori. Che riguarda una lezione sul tema. Ma andiamo a controllare … Sì, radice indoeuropea: kam, desiderare. Nessuna combinazione privativa. In più, trovo nel web: “Pensare che la parola Amore sia un misto di greco e latino è una cosa affascinante…

questa l’ipotesi etimologica della mia “stravagante” prof.ssa di italiano e latino, Annamaria Zizza.

Ma quindi, viene prima l’amore o la morte?
Beh, secondo questa ipotesi è nata prima la morte e dopo l’amore…paradossale vero? Amore=senza morte, è come nella filosofia idealista (fichte, schelling): ammettere il non-Io dopo aver ammesso l’Io. Ma cos’è il non-Io? è tutto ciò che non è l’Io!
Quindi l’amore è tutto ciò che non è morte o la morte è tutto ciò che non è amore? Non sono Marzullo!” scrive un anonimo.

Non scomodiamo Marzullo. Sarebbe amore sanificante, ops, vivificante.

Un ponte, tra lingue, che crolla subito. Così come questo progetto di falegnameria sospeso tra open space e tragica proliferazione di tramezze.

PRETE AL ROGO

aprile 22, 2021

Non l’ha mai detto. Né agli amici, né ai fratelli, né tantomeno ai genitori. Per un anno e mezzo lo hanno abusato. Al tempo del ginnasio. In collegio. Certo che non riesci a dirlo ai genitori che ti spediscono lì per il tuo beeenee. Per l’educazioneee. Per creeescereee. Come ti forma bene quel prete professore, che ti conduce per mano sul sentiero della cultura.

Tilt.

(da una testimonianza raccolta nel profondo nord-ovest)

DUEALPREZZODIUNA ovvero LA SCHIUMA DEI GIORNI E LE VIRGINIE

aprile 19, 2021

Il titolo è un appunto programmatico. E non devo dimenticare di citare Cossu. Gli ho detto: sicuro che mi ricorderò di lei il 4 maggio, signor Cossu! Lui allora, pronto, mi fa: Cossu Cossu mi chiami solo Cossu. Antonio (con la o chiusa naturalmente). È sardo eh? Orgogliosamente sardo, di Tempio Pausania. Sua figlia lavora lì e anche il nipote. Non a Tempio. Lì davanti al punto in cui mi ha ri-mor-chia-to. Secondo lui dovevo essere un’amica di sua figlia. O in alternativa averlo ricevuto in casa quando ancora lavorava con i tubi del gas 25 anni fa per un controllino all’impianto. Non ricordo il numero degli anni … potrebbero essere 86, forse anche 87 oppure solo 85. Si è tolto il cappello sorridendo. Sì, 85 perché ha aggiunto che è del ’36. Stavo per dirgli come qualcuno di famoso, ma mi sono astenuta. Cossu è molto più simpatico, ma come quello non demorde, non perde la speranza … di conoscere qualcuno(a) così, per la via, semplicemente, con gentilezza e un filo di ironia. Come ha fatto? Mi ha superato camminando col bastone perché io probabilmente stavo guardando il telefono… Poi si è fermato, si è voltato, mi ha lasciato passare, e mi ha lanciato la battuta. Lui lascia andare avanti chi va più veloce. Cossu sei un gran furbone!

E quelli del titolo?

Storie di subculture del profondo Nord appenninico là dove c’è una signora Maria qualsiasi che sta vendendo la nipote e la nuora separata dal figlio a un imprenditore molto provveduto economicamente. Sì, sono interessata ai fenomeni sociali. La verginità è ancora una merce di scambio. La Vergine in questione però è molto edotta grazie a internet.

Se, dopo la vergine distopica, di Virginia te ne si palesano due nel giro di poche ore, non puoi non farci caso. Arrivano sempre a ondate o a grappoli, le cose, le persone, i fatti, i nomi.

Algoritmi della vita ante litteram.

IL BOTTONE DELLA ZIA MARIA E LE PAROLE STONATE DELLA DARIA BIGNARDI TRA CUI UNA SU FERRARA ASTUTA

aprile 12, 2021

L’ho perso. Il bottone del cappottino carta da zucchero passatomi dalla simpatica signora Ginocchio, apparteneva alla serie di 4 bottoni in metallo e plastica blu disposti a doppiopetto come si usava negli anni ’60 a formare un quadrato sopra un fascioncino, a vita alta, non so se mi sono spiegata. Comunque per chi mi conoscesse bene e volesse andare a vedere la fotografia del cappottino, la troverà su Facebook nel post che riguarda la rimozione della valva-‘mezzo gesso’ all’ospedale dopo la mia immobilizzazione di marzo alla caviglia sinistra; fu un post piuttosto partecipato perché alla gente piace vedere le disgrazie altrui, e io non mi nascondo, però aggiungo, per rassicurare i più preoccupati, che mi sono subito ripresa e mi mostro in piedi col cappottino carta da zucchero sullo sfondo blu e verde macchia med di un bel promontorio della costiera Ligure che poi si dice Riviera. E quella cosa là si direbbe schadenfreude.

Vabbè, torniamo al bottone. Non avendo notato il suo distacco in tempo reale, vattelapesca dove l’ho perso. Penso con devozione a quella scatoletta bordeaux che contiene tutti i bottoni della zia Maria. Quando siamo andati nella sua casa a prendere alcuni ricordi, da preziosi a semplici, io mi sono entusiasmata molto nel vedere che la cassetta dei cotoni e degli accessori per il cucito non era stata ancora scelta. Ogni donna era dotata di quella cassetta che si apre un po’ come quelle dei pescatori, così utile. Essa, la cassetta, rivela il grado di precisione, il senso dell’ordine che la persona ha verso quei piccoli oggetti. Ancora di più il barattolo dei bottoni, che poi ho trasferito in una scatola di balsa, racconta chi siamo state. E se ci siamo preoccupate di staccare i bottoni da un golfino ridotto a straccio. Da un cappotto poi buttato (ma non necessariamente da buttare!). Da una camicetta con bottoni troppo generici ma forse riutilizzabili. Da un paio di pantaloni amati. Per me quella cassetta conteneva i segreti della zia Maria e nutrivo fermamente l’intenzione di raccogliere lì dentro elementi preziosi e semplici per raccontare la sua storia. Ciò è possibile attraverso un oggetto culto della moda, del design dell’artigianato del saper fare e del saper inventare, che connota i tempi. Un oggetto che non si sceglie con leggerezza. Un bottone.

La radio manda la trasmissione L’Isola deserta di Chiara Valerio. E io cerco di infilare la cima della gugliata nella cruna del lago, come direbbe mio figlio. Il bottone scelto per sostituire quello smarrito ha viaggiato da Milano nello scomparto di una vecchia borsa. Quando la Valerio annuncia, attraverso un colore, che è più o meno lo stesso del cappotto, il personaggio femminile che sta per intervistare sull’isola deserta, provo l’impulso di spegnere. Ma no dai sentiamo cos’ha da dire la bolognese ferrarese…

Il bottone è attaccato. L’ora è arrivata. Uscita. Passeggiata, al posto del pranzo. D’altronde sono passati solo due giorni del compleanno e la torta e altri cibi della festa ingombrano.

Il resto, per chiudere questo post di ritorno dopo due mesi di assenza segnalata da diversi stanatori tra cui in primis il grande (ora sì, ché è diventato papà) D., lo vado a copiare da una chat di ascoltatori di radio 3 che hanno preso di mira la stessa personaggia televisiva s-radiofonica per dire invece quanto è brava e gradevole la conduttrice del programma che l’ha ospitata, Chiara Valerio.

Arrivo subito.

CORPI (…)

febbraio 7, 2021

Cʼera una volta uno studente che aveva il nome di una parte del corpo, che è anche un
verbo coniugato al presente indicativo, prima persona singolare, e non sapeva come
minacciare una prof.
Pensa che ti ripensa, il ragazzo, sempre un poʼ torpido e a intermittenza lento di riflessi, con particolare riferimento alle
risposte durante le interrogazioni di routine, escogita una bella parabola.
Lʼennesimo 4, voto massimo di una serie al ribasso, non lo conforta e non lo soddisfa:
quasi quasi preferisce stuzzicare e stupire i compagni con i 3 e i 2. Si vede spacciato.
Irrimediabilmente spacciato unʼaltra volta. La noia lo assale. Nessuno più si interessa al
caso. Non fa notizia. Come uscire dal tunnel?
Esce a fatica dal banco che lo costringe a tenere basse le ginocchia, ché se le alza solleva
tutto come un terremoto sussultorio, e insegue la prof nel corridoio, col giubbotto nero lui, la giacchetta principe di Galles
sui toni del marron, appoggiata sulle spalle, lei. Le fiata sul collo, intende parlarle. Sì,
dimmi. Mi vuole bocciare, prof? Redimiti e ne terremo conto.
Prende fiato. Lei sa che io abito a … (dʼestate) e che don … mi chiamò con un cenno del
capo, una volta che ci incrociammo in piazza…andai a vedere il suo…ehm…garage
(arsenale/santabarbara). Guarda bene, mi disse. E mi mise una mano sulla spalla,
sorridente… Mai mi aveva sorriso così… Capisce?
Certo. Racconta. Mi interessa. Hai avuto la tua investitura. Il vecchio ha assoldato il suo
picciotto, sullo sfondo di lucide canne di fucile. Tu vuoi esserlo?
Ammutolisce.

Da LE PECORE DOLLY E ALTRI RACCONTI SULLA SCUOLA, overview Ed.

ZAN PER OVERVIEW

febbraio 7, 2021

Paola Zan

Paola Zan

L’interesse di Paola Zan per la poesia si è sviluppato nettamente e nitidamente a partire dall’esperienza di costruzione di una installazione al Depuratore di Milano Nosedo nel 2015, nell’ambito delle manifestazioni legate a EXPO. “L’idea era di animare l’installazione, L’ULTIMO IGLOO, dedicato alla risorsa Acqua come alimento primario, con iniziative aggreganti come la danza e la poesia… Per l’evidente impraticabilità del terreno, la danza fu rimandata. E furono invitati poete e poeti a leggere i loro componimenti sul tema dell’acqua. Ne nacque la prima antologia… I toni lirici e l’impegno civile si vennero a trovare intrecciati e a librarsi nell’aria in armoniosa convergenza. Fu un incontro memorabile per molti.”

Cosa rappresenta allora la poesia? Che collocazione ha nella vita individuale e parallelamente nella vita pubblica, nella comunità? “Sono tornata a scomodare la figura di Aldo Capitini. Vogliamo parlare di poeti operai nel corso della storia del novecento? Di movimenti pacifisti… di forme di aggregazione come le associazioni culturali, le biblioteche pubbliche decentrate, le esperienze collettive come il Festival di Castel Porziano… gli innumerevoli interventi didattico-educativi condotti da decine di docenti nella scuola dell’obbligo e oltre… Mariagrazia Calandrone, Chandra Livia Candiani e altre poete oggi incontrano migliaia di studenti e spiegano la poesia, animano la poesia usando parole genuine, vere, tenere e incisive.” La poesia dunque è… “Una forma di spremitura di sé. Spremitura che talvolta assume i connotati di una comunicazione urgente, di un dispaccio, come se ciascun componimento fosse un piccolo manifesto, un’epifania personale da convidere. Se si trova il luogo elettivo per incontrarsi e leggere tutt’insieme, diventa contagiosa! Ne nasce una giostra delle visioni di ciascun*, nella loro semplice spontanea successione… Irresistibile! Come lo è stata per me.”

La poesia che interessa è quella che interessa il mondo: poesia a cui ci avviciamo, da cui ci facciamo avvicinare. Poesia che accade. Poesia costituita da elementi semplici: quella poesia che, per dirla con le parole di Giorgio Caproni, è poesia che mette in sospetto se non vi si nota nemmeno un bicchiere o una stringa. E non perché il bicchiere o la stringa siano importanti in sè, più di un cocchio o di altri oggetti dorati, ma appunto perché sono oggetti quotidiani e nostri.

E noi siamo gli oggetti, gli attrezzi, che forgiamo: siamo le nostre stesse invenzioni…
“Cerco di interpretare un bisogno comune e molto più diffuso di quanto non si creda. Chiamo così a raccolta chi ha voce e dà voce alle proprie invenzioni linguistiche, partendo da una parola chiave che rappresenta l’innesco a scrivere o il filo sottile della memoria che conduce a quel cassetto segreto che tutti noi abbiamo. L’acqua, i vizi (i sette vizi dell’immaginario collettivo, archetipici!), gli stivali, l’estinzione…”
Ci sollecita a focalizzare la nostra attenzione su oggetti che usiamo o pensieri che ci attraversano tutti i giorni, chiede di tradurli in parole… ci sollecita a “sospendere la corsa affannosa” qualche minuto – o qualche ora – e ci chiede una “testimonianza”: la poesia.

Paola Zan è nata a Ferrara e vive tra Milano e il Levante Ligure.
Biologa, artista e curatrice di mostre ed eventi poetici.
È convinta che attraverso i differenti linguaggi dell’arte si possano efficacemente veicolare necessari e urgenti messaggi di coesione sociale, approfondimento scientifico e partecipazione alle scelte politiche, con particolare riferimento alla tutela dell’ambiente, patrimonio comune, senza nulla togliere alla ricerca formale.

Ha curato le raccolte antologiche:
Poesia sull’Acqua, P.E.R.O’. Editore, 2015;
Poesia sui Sette Vizi, P.E.R.O’. Editore, 2017
Poesia sugli Stivali, overview editore, 2019
Poesia sull’Estinzione, overview editore, 2020

e la silloge di Vittoria Cioli Tenera Dura la Vita, overview editore, 2019.

Il suo blog “Paola Zan. Forme & Progetti”
https://paolazan.wordpress.com/

La sua pagina FaceBook
https://www.facebook.com/rapanell

Overview Editore
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35125 Padova
Telefono: +039 392 455 1984
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P.IVA 03554920284     

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IL CESTINO DEL CESSO CON PORTELLO BASCULANTE

febbraio 6, 2021

È malauguratamente di plastica. Giulio Natta inventore del polimero delle plastiche più diffuse all’inizio dell’era dell’usa e getta morì con un grande rincrescimento per aver contribuito a riempire il mondo di oggetti che si sarebbero deteriorati rapidamente e avrebbero rappresentato un enorme problema. Un cumulo di rifiuti difficilmente trattabili. Poco costosi diffusissimi gettati ovunque hanno invaso ogni luogo della Terra frammentandosi fino a diventare microscopici, invisibili ma presenti in tutte le catene alimentari. Con effetti collaterali che non conosciamo ancora. Il suo cruccio (confidato alla figlia che ne ha riportato in seguito in alcune interviste il senso) era non aver potuto indicare insieme all’invenzione una via intelligente per lo smaltimento. Tanto è vero che oggi Prima di produrlo si pensa a come si possa smaltire un oggetto. È più importante studiare la morte di un bene da immettere sul mercato. Stiamo forse imparando a proiettarci In un mondo che non può più permettersi di accumulare rifiuti a maggior ragione se organici non sono.

Insomma a parte lo strazio del pensiero umano che non sa scegliere se dare retta alla voce che gli dice di consumare avidamente e produrre ricchezza effimera o a quella che lo induce placidamente e francescanamente alla conservazione della natura, dovremmo attenerci alle indicazioni che provengono dal corpo come il senso di soffocamento che proviamo entrando in una casa piena di oggetti inutili. E non mi sto riferendo alle opere d’arte!

L’altro giorno cercavo una cosa in una casa non mia. Ho aperto diverse antine in cucina e in una ho trovato sul fondo raminghi una spugnetta e un paio di guanti gialli da piatti. Tutto quello spazio per così poco. Ora di fronte a me c’è una vecchia cassapanca che ha mirabilmente due funzioni. La riempi e ti ci siedi! L’armadio porello lo riempi e incombe lì nella stanza. Ti dimentichi del 70% dei vestiti che hai accumulato e metti sempre quei due o tre. Solo se c’è uno specchio si può dire che sia multifunzione. O se utilizzi la sua superficie come supporto per l’arte. Fotografie, disegni, pittosculrure! A coprire là dove le tarme proliferano. Effimeri acquisti. Pannelli per occultare vergogne. Materiali miseri. Miseri materiali. Per lo più. E per completare il quadro ecco spuntare il piccolo cestino da bagno. Per raccogliere gli imballaggi del dentifricio e del nuovo spazzolino i dischetti del démaquillage dei bastoncini per nettare i condotti auricolariiiii. Scempio e strazio. Ploc ploc fa il portello basculante. È verdino. Verdino confetto. È l’immagine della nostra pochezza. E non vorrei citare la dedizione e la sottomissione di milioni di donne (e di uomini istruiti da fanatiche pulitrici) che temono di non essere a posto con la coscienza se non nascondono le cose dietro un’anta di un pensile incombente o di un mobiletto sottopensile intralciante, a invadere lo spazio vitale di alloggi spesso risicati… dove il pavimento liscio richiama naturalmente l’esercizio della danza e le pareti libere la lettura o il canto che risuonano.

Ploc ploc. La vita gettata tra finto ordine e molta disciplina da carrello (o cestello! Plasticone rosso Ferrari …o verde prato fiabesco) in fila alla cassa.

ANCORA MOLL CON UTILITARISMO E IMPOSTURA FLANDERS

gennaio 27, 2021

La vita è impostura. E l’impostura è di genere. Qui trattiamo prevalentemente di quella femminile, conoscendola meglio di persona. Che poi è speculare a quella maschile. Piccole donne crescono generalmente pensando di affinare le strategie per imbrogliare un uomo, che a sua volta è stato plasmato dai genitori, in particolare dalla mamma. Ma se la giocano pariteticamente in termini di responsabilità, in fondo. Sia per l’esuberante presenza che per l’eventuale assenza. Per farne che cosa? Un essere condizionato, direttamente o indirettamente. Così come qualcun altro ha fatto con loro. E i figli annusano l’impostura fin da piccoli. Ne fanno proprio il meccanismo. Lottando tutta la vita con sé stessi e con gli altri, per capire se è una questione di sopravvivenza, naturale, giusta o aberrante.

Quei figli siamo stati noi, prima di generarne. Tanto vale riflettere sull’impostura che ha avuto su di noi il suo punto di convergenza. E su quella a cascata, da noi stessi prodotta. Con una serie infinita di variabili generazionali, in cui perdersi e ritrovarsi.

Dal particolare al generale.

DESTRA SINISTRA OPS

gennaio 20, 2021

La Secca alta e anzianotta attraversa la strada all’incrocio sulle strisce e prende il marciapiedi verso di me, così come io verso di lei punto ad attraversare lo stesso incrocio a ritroso. Allora, dato che pur essendoci una regola, cioè che di solito si tende a tenere la destra, lei si proietta alla sua sinistra ovverosia alla mia destra tagliandomi la strada, e me ne accorgo con un certo anticipo, perciò la lascio proiettarsi dove vuole e cambio lato. Ma lei alla fine fa la stessa cosa. Ed è il solito balletto. Così mi stoppo e le chiedo: Signora, da che lato preferisce? Scelga lei! Mi sorride sorpresa e riflette: Ecco succede così perché tutte e due abbiamo avuto la stessa intenzione. E la parola INTENZIONE mi si accende a neon cubitale lì sull’incrocio, tra la catenella di contenimento e la recinzione della villa d’angolo. Sì. INTENZIONE. Accompagnata dall’idea di bontà. Non di distanza. Per lasciare il passo. Non per allontanarsi. Ferme così, lei sceglie. E mi manda una benedizione per il tramite di un suo amico, Dio.

Ricambio.

Ecco cosa dovevo fare! Telefonare a don F…

Me lo ha ricordato la donna avvolta come un grissino da un piumino beige, lentigginosa ondeggiante e benedicente. Un vecchio schema, vincente. Solo se genuino.